
Il piano regionale e le perplessità di medici e operatori sanitari
Il nuovo governatore Decaro sotto pressione. La sanità pugliese al centro di un acceso dibattito
Il piano annunciato dal nuovo presidente della Regione, Antonio Decaro, per abbattere le liste d’attesa entro cinque o sei mesi, se da un lato intercetta un’esigenza reale e urgente dei cittadini, dall’altro solleva forti perplessità tra gli operatori del settore sanitario.
L’idea di recuperare le prestazioni arretrate attraverso aperture straordinarie degli ambulatori nei fine settimana, l’estensione dell’orario di lavoro fino a dodici ore al giorno e, in alcuni casi, fino alle 23, rischia di trasformarsi in una corsa contro il tempo che il sistema sanitario regionale, già fortemente provato, non è in grado di sostenere. Far lavorare medici, infermieri e operatori sanitari fino a sera inoltrata, sabato e domenica compresi, significa spingere oltre il limite una macchina già sotto stress.
Liste d’attesa fuori controllo: un’emergenza che dura da anni
Il rischio è evidente: una tenuta apparente per qualche settimana, seguita da un inevitabile effetto boomerang. Turni massacranti, carichi di lavoro insostenibili e ulteriore demotivazione del personale potrebbero innescare una reazione a catena, con proteste, assenze e un peggioramento complessivo dell’assistenza. Non si può pensare di risolvere un problema strutturale comprimendo ulteriormente chi, ogni giorno, garantisce il diritto alla salute.
Le liste d’attesa fuori controllo, i viaggi della speranza verso il Nord o all’estero, l’uso improprio dei pronto soccorso non sono emergenze temporanee, ma il risultato di anni di scelte sbagliate. Dieci anni di tagli alla spesa sanitaria, un’assenza di investimenti strutturali sul territorio e l’indebolimento progressivo della medicina di prossimità hanno trasformato l’ospedale nell’unico punto di riferimento, schiacciandolo sotto il peso di bisogni che dovrebbero essere intercettati prima.
In questo scenario, l’accesso alle cure è diventato sempre più selettivo: chi può permettersi una visita privata accorcia i tempi, chi non può aspetta o si affida all’emergenza. La povertà diffusa, ormai quasi cronica in molte famiglie pugliesi, sta mettendo in ginocchio non solo i più fragili, ma l’intero sistema sanitario, che fatica a garantire equità e universalità.

Assunzioni e rientro dei medici emigrati: la vera sfida strutturale
La vera sfida, allora, non è “spremere” il sistema, ma allargarlo. Servono nuove assunzioni, anche con contratti part-time, e il coinvolgimento di quei professionisti andati in pensione che – come afferma il dr. Riccardo Guglielmi, noto e stimato cardiologo con un passato da direttore presso il Policlinico di Bari , intervistato in questa occasione – potrebbero dare un contributo prezioso per fronteggiare l’enorme mole di lavoro arretrato. Allo stesso tempo, sarebbe necessario un provvedimento regionale capace di rendere la Puglia attrattiva per i medici che negli anni sono emigrati altrove: oggi un professionista sanitario pugliese è retribuito a livelli nettamente inferiori rispetto ai colleghi del Nord o dell’estero
Medici sottopagati e poco tutelati: una professione mortificata
La riduzione delle liste d’attesa è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni, ma non può essere affidata a soluzioni tampone. Occorrono misure strutturali, durature, condivise con i professionisti della sanità e con le organizzazioni sindacali. Senza una medicina territoriale solida, fatta di case di comunità realmente operative, assistenza domiciliare, presa in carico delle cronicità e telemedicina, nessun sistema può reggere.
Solo rafforzando il servizio sanitario pubblico, investendo sugli uomini e sulle donne che lo rendono possibile e garantendo un accesso uniforme alle cure, la Puglia potrà uscire dall’emergenza e restituire ai cittadini un diritto fondamentale: quello alla salute, uguale per tutti.

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