
Il Narcisismo come malattia culturale: crisi della poesia e dell’arte contemporanea in Italia (e oltre)
Nel dibattito sull’Arte contemporanea si tende spesso a evitare le parole scomode. Eppure, per intenderci meglio, è necessario chiamare le cose con il loro nome. L’Arte (non-Arte) narcisistica equivale oggi a una produzione editoriale inutile, distribuita ininterrottamente, che non genera valore ma accumula rumore, fino a produrre un danno culturale sistemico.
Si tratta di un fenomeno ampio e stratificato, non esclusivamente italiano. Le percentuali, va detto, risultano leggermente migliori in Paesi come l’Inghilterra o in altri contesti europei, dove il filtro critico e il rapporto tra istituzioni culturali e pubblico sembrano ancora conservare una certa tenuta. In Italia, invece, la situazione appare estrema, soprattutto nel campo della poesia contemporanea (abbiamo indicato Milano come centro della paralisi).
I numeri – per quanto inevitabilmente approssimativi – parlano chiaro: circa il 99,9% della produzione poetica attuale rientra in una forma di non-Arte narcisistica. Testi che non nascono da un’urgenza espressiva reale, né da una ricerca linguistica o umana, ma da un bisogno di auto-rappresentazione fine a se stesso. L’opera non è più un ponte verso l’altro, bensì uno specchio chiuso, opaco, ripetuto all’infinito.
Il paradosso più grave sta proprio qui. Questi non-artisti sono spesso i più convinti e presuntuosi: critici senza reale valore, autoproclamati custodi del gusto, coalizzati nel demolire ogni luce autentica per imporre le proprie ombre. Si crea così un sistema autoreferenziale, in cui chi scrive recensisce chi gli somiglia, chi pubblica legittima chi conferma il proprio ruolo, e ogni voce dissonante viene marginalizzata o ridicolizzata.
A rendere il quadro ancora più allarmante è il fatto che questo inganno non resta ai margini, ma oggi contamina apertamente le università, le accademie, le gallerie d’arte, i premi letterari, i festival e le principali istituzioni culturali. Luoghi (infestati da raccomandati) che dovrebbero formare, selezionare e valorizzare il merito diventano spesso camere di risonanza del narcisismo dominante, spazi in cui l’appartenenza conta più della qualità e la visibilità più della verità artistica. I premi non premiano, le cattedre non insegnano, le mostre non rivelano: certificano soltanto l’esistenza di un circuito chiuso che si autoalimenta.
In questo contesto, il Narcisismo può ormai essere definito come un vero e proprio movimento artistico-letterario fasullo: sotterraneo, ma dominante. Non dichiarato, ma pervasivo. Un movimento che rifiuta il rischio, l’empatia, il conflitto interiore, sostituendoli con posture, micro-celebrità e un linguaggio che simula profondità senza mai attraversarla davvero.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: disaffezione del pubblico, isolamento dell’arte dalla vita reale, perdita di credibilità della critica e delle istituzioni culturali. L’arte smette di essere uno spazio di conoscenza e diventa un esercizio di vanità, replicato all’infinito.
In questo scenario desolante, l’Empatismo prova, per quanto possibile, a migliorare questi dati catastrofici. Non come scuola chiusa o marchio ideologico, ma come tentativo di riportare al centro l’esperienza umana condivisa, l’ascolto dell’altro, la responsabilità emotiva di chi scrive. Un tentativo fragile, certo, ma necessario.
Perché senza empatia non c’è Arte. E senza Arte, resta solo il rumore.
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