
La Fornero continua a mandare più lavoratori al camposanto di quanti riescano ad arrivare alla pensione!
di Gregorio SCRIBANO
La Fornero – C’è un paradosso grande come una montagna nella ‘Manovra 2026’: il Governo torna ad annunciare, per l’ennesima volta, di voler “mettere mano” al sistema previdenziale, ma poi si limita a sfiorarlo, con la delicatezza di chi ha paura di rompere qualcosa. Il tanto sbandierato blocco dell’aumento dell’età pensionabile, che dovrebbe scattare nel 2027 con il passaggio da 67 a 67 anni e 3 mesi, rischia di rivelarsi l’ennesimo esercizio di propaganda più che una vera scelta politica. E persino la proposta del sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon – nonostante tutta e solo a carico dei lavoratori, di poter scegliere su base volontaria di ‘riscattare’ con i soldi del proprio Tfr gli anni che mancano al raggiungimento dell’età pensionabile – non si sa che fine ha fatto!
Un solo fatto è certo. La Legge Fornero, con il suo famigerato automatismo legato alla speranza di vita, resta lì: intatta, immutabile, intoccabile. Ancora una volta, la montagna partorisce il topolino.
Le ultime indiscrezioni emerse durante la stesura della Manovra parlano chiaro: il Governo non ha alcuna intenzione di affrontare uno scontro vero sul nodo pensioni. Il problema, come sempre, sono i soldi. Riportare l’età pensionabile a 65 anni, com’era prima della Fornero, non è nemmeno sul tavolo. Persino bloccare per tutti l’aumento di tre mesi dei 67 anni viene giudicato “improponibile”: costerebbe circa 3 miliardi di euro, una cifra che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già definito apertamente “insostenibile”, in un contesto di vincoli europei sempre più stringenti e di conti pubblici sotto osservazione.
Da qui la soluzione più comoda: i soliti pannicelli caldi. La cosiddetta “sterilizzazione graduale”, un modo elegante per dire che l’aumento ci sarà comunque, ma spalmato nel tempo. Un mese in più ogni anno, invece di tre tutti insieme. Così il Governo potrà raccontare di aver “interrotto” l’automatismo, mentre nella realtà lo avrà semplicemente rallentato. Una misura cosmetica, utile a contenere i costi e, soprattutto, a guadagnare tempo.
Ma c’è di più. Il blocco non riguarderà tutti. Secondo le bozze circolate finora, ne beneficerà soltanto una platea ristrettissima: chi nel 2027 avrà già compiuto 64 anni. Tutti gli altri – cioè la stragrande maggioranza dei lavoratori – dovranno fare i conti con l’aumento pieno dei requisiti. È la solita logica selettiva che divide invece di unire: una pensione a “geometria variabile”, dove la data di nascita o il contratto di lavoro diventano una lotteria. Pochi salvati, molti sacrificati.
Il messaggio politico è fin troppo chiaro: dare un segnale sociale senza scardinare nulla. Ma il risultato è un compromesso che sa di ipocrisia. Perché mentre si continua a parlare di “superamento della Fornero”, si lascia intatto il principio più contestato di quella riforma: l’automatismo cieco che lega la vita lavorativa all’aspettativa di vita statistica, come se un muratore, un infermiere o un operaio logorato potessero essere trattati come numeri su un foglio Excel.
La realtà del lavoro è un’altra. Carriere discontinue, salari bassi, lavori usuranti che restano tali solo sulla carta.
Si entra nel mercato del lavoro “eretti”, ma si rischia di uscirne “in posizione orizzontale”
La verità è che la riforma delle pensioni è diventata un terreno minato sul quale nessun governo vuole davvero camminare. Ogni anno si annuncia la “flessibilità in uscita”, ma poi ci si limita ad aggiustare un bullone qua e uno là, senza mai rimettere mano al motore. Il sistema resta rigido, iniquo, lontano anni luce dal mondo reale.
Il blocco “per pochi” del 2027 non è una riforma: è una toppa, e pure peggiore del buco. Finché non si avrà il coraggio di mettere mano all’adeguamento automatico e di costruire un sistema davvero flessibile – che tenga conto della salute, della gravosità del lavoro e delle carriere spezzate – la Fornero continuerà a fare quello che ha sempre fatto: mandare al camposanto molti più lavoratori di quanti riescano ad arrivare serenamente alla pensione.
In fondo, la promessa di “superarla” è diventata lo slogan politico più riciclato della Seconda Repubblica. Lo si tira fuori a ogni vigilia elettorale, lo si sventola come un vessillo, e poi lo si ripone nel cassetto appena chiuse le urne. Un rito tutto italiano: parlare di riforme per non farle, di cambiamento per non cambiare mai nulla.
La verità, scomoda ma evidente, è che nessuno vuole davvero disinnescare la Fornero. Perché finché la Dini/Fornero resta lì, comoda come un paravento tecnico, la politica può continuare a ripetere che “non ci sono alternative”. Intanto, però, il tempo, la salute e la pazienza dei lavoratori continuano a scorrere. E quelli, a differenza degli slogan, non sono rinnovabili.
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