
Una ‘Manovra’ senza infamia e senza lode: il governo brinda, gli italiani tirano la cinghia!
di Gregorio SCRIBANO
Con 216 voti favorevoli, 126 contrari e 3 astenuti, la Camera ha dato il via libera definitivo alla Legge di Bilancio, al termine di una maratona notturna che fotografa bene il clima politico: stanchezza, forzature procedurali e uno scontro durissimo tra maggioranza e opposizioni. La manovra è legge.
Da una parte il governo, che rivendica serietà e responsabilità. Giorgia Meloni parla di una manovra costruita in un contesto complesso, che concentra risorse limitate su famiglie, lavoro, imprese e sanità. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sottolinea con forza la detassazione degli aumenti contrattuali, la chiusura dei contratti pubblici fermi da anni, la tassazione agevolata dei salari di produttività e una gestione “prudente” delle pensioni, rivendicando persino di aver rallentato l’aumento automatico dell’età pensionabile. Per l’esecutivo, questa legge di Bilancio rappresenta un passo avanti: meno tasse sul lavoro, più certezze, conti sotto controllo, un’Italia che guarda al futuro con fiducia.
Dall’altra parte, però, c’è la narrazione opposta delle opposizioni, che parlano senza mezzi termini di una manovra sbagliata, miope e ingiusta. Elly Schlein la definisce una legge che ignora le vere emergenze del Paese: il carovita e le liste d’attesa nella sanità pubblica, cioè “la carne viva” della dignità delle persone.
Una manovra che aiuterebbe i più ricchi, mentre taglia sanità, scuola e università e spalanca le porte al privato. I cartelli “Disastro Meloni” alzati in Aula dai deputati del Pd non sono solo una protesta simbolica, ma il segno di una frattura profonda.
Ancora più duro Riccardo Magi di +Europa, che denuncia un Parlamento svuotato, ridotto a ratificare decisioni prese altrove, con un uso massiccio della decretazione d’urgenza. Il richiamo a Matteotti e l’allarme su una democrazia parlamentare che “sta marcendo” segnano un’accusa che va oltre la manovra: è una critica al metodo, prima ancora che al merito.
Nicola Fratoianni parla di austerità, emergenza abitativa ignorata, ricercatori lasciati precari, natalità in caduta libera, scuola pubblica penalizzata e spesa militare in aumento.
Per il M5S, con Daniela Torto, il cuore della manovra è un “pacco a orologeria”: miliardi per le armi mentre le famiglie faticano a pagare le bollette.
E poi ci sono loro, i cittadini, che in quest’Aula rumorosa sono senza voce. Quelli che vivono di stipendio fisso o di pensione, che vedono il potere d’acquisto eroso mese dopo mese e la pensione allontanarsi sempre di più. I poveri sempre più poveri, che non leggono la manovra nei comunicati trionfalistici o nelle dichiarazioni di voto, ma nel carrello della spesa, nelle bollette, nei tempi d’attesa infiniti per una visita medica. A loro arrivano solo le “briciole”, lasciate cadere dalla tavola sempre ricca e imbandita del potere, mentre il racconto politico si divide tra chi dice di aver fatto il massimo possibile e chi accusa di aver fatto il minimo indispensabile, se non peggio.
Questa legge di Bilancio, al di là dei numeri e delle rivendicazioni, certifica una cosa: il Paese è spaccato. Tra chi governa e chi contesta, tra chi difende i conti pubblici e chi chiede più giustizia sociale. Nel mezzo, una larga fetta d’Italia che non chiede slogan, ma risposte concrete. E che continuerà a giudicare questa manovra non per i voti in Parlamento, ma per l’impatto reale sulla propria vita quotidiana. Perché alla fine, più delle dichiarazioni, sarà la realtà a dare il verdetto.
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