
Nunzia Bernardini
Il terzo appuntamento con il romanzo di Carla Dedola non ha deluso l’attesa: con i “Giorni del libeccio” torna la protagonista Edda Presicci la cui storia personale si intreccia ancora una volta con quella della città di Taranto in procinto di vivere grandi cambiamenti.
Dopo “Corso Due Mari” ambientato agli inizi del ‘900 tra il ventennio fascista e gli anni della seconda guerra mondiale, seguito da “Mare di Tramontana” ambientato sempre a Taranto, negli anni ’50, Carla Dedola prosegue il suo racconto con una trama affrontata con una maggiore maturità stilistica attraverso personaggi ben definiti e un’incursione negli Stati Uniti tra emigrati italiani e la “high society” di Baltimora.
L’intreccio tra storie personali ed atmosfere marinare è molto gradevole la lettura scorre velocemente: l’attività dell’infermiera Edda, presidente della “Fondazione Fabbri” che opera in favore delle donne tarantine povere e fragili, è l’occasione per riflettere sui pregiudizi, le ingiustizie e le intolleranze di un’epoca a cavallo tra vecchie logiche e una diversa mentalità che fa i conti con la modernità che avanza.
Carla Dedola torna ad affrontare senza infingimenti o ipocrisie i temi sensibili come l’omosessualità, le illegalità sociali e la triste condizione delle “signorine” delle case chiuse sempre ampiamente frequentate.
Intrigante è la storia di Nicola Peluso detto Ninì che emigra da Taranto in cerca di fortuna ma il cui destino si incrocia tragicamente con il passato che ritorna inesorabile: l’atmosfera di Baltimora fatta di carriere di successo, di ricchezza e bella vita mondana viene raccontata dall’autrice con una suspence ed un finale che il bravo commissario Luigi Panella riuscirà a districare nonostante la distanza e la mistificazione dell’identità del prof. Ciccone.
Il personaggio di Edda Presicci è in buona compagnia: il fratello Antonio con la sorella Rosa la storica amica Anna Quaranta e poi l’enigmatico personaggio di Sara Venezia che interagisce con Olivia e Angela. Un intreccio di storie ed episodi che tengono il lettore “legato” al racconto fino al finale in cui il vento tempestoso libera il cielo e lascia il posto alla speranza verso il futuro.
Il romanzo si conclude mentre la città è alle soglie del grande cambiamento: la “fabbrica”, inaugurata nel 1965, sarà l’artefice della progressiva trasformazione dell’economia tarantina legata a doppio filo con l’acciaio e con il conflitto permanente tra ambiente, lavoro e salute della popolazione.
Una contrapposizione insanabile e di difficile soluzione che la cronaca ci rappresenta ogni giorno con il suo strascico di malattie, inquinamento e precarietà lavorativa: neanche l’amore di Carla Dedola per Taranto, può nulla rispetto alla mutazione della realtà di cui siamo tutti spettatori impotenti e inquieti.
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