Principale Politica Diritti & Lavoro Pensioni, retribuzioni e lavoro agile

Pensioni, retribuzioni e lavoro agile

Pensioni

Pensioni, retribuzioni e lavoro agile: “Si lavora meno in presenza, si guadagna poco e si va in pensione più tardi”

Il punto del Dottor Gregorio Scribano

Pensioni, retribuzioni e lavoro agile – Dopo settimane di tensioni politiche, correzioni e retromarce, il pacchetto pensioni contenuto nella nuova legge di Bilancio ha finalmente assunto una forma definitiva. Una forma che, però, lascia irrisolti molti nodi strutturali del sistema previdenziale italiano e che conferma una linea di estrema prudenza: nessuna vera riforma, nessun superamento della Legge Fornero, ma piuttosto un’attenzione prioritaria alla sostenibilità dei conti pubblici. Dal 2027 scatterà infatti l’aumento automatico dei requisiti pensionistici, con tre mesi in più legati all’aspettativa di vita, segnando una chiara continuità con il passato.

A colpire, oltre al merito delle scelte, è anche il silenzio che circonda il tema, soprattutto nella Pubblica Amministrazione, dove sindacati e lavoratori sembrano accettare senza proteste l’innalzamento dell’età pensionabile, nonostante stipendi bassi e carriere spesso bloccate.

Per approfondire questi aspetti abbiamo intervistato il Dottor Gregorio Scribano, analista dei media ed esperto di economia sociale, comunicazione e politiche del lavoro. Laureato in ICT, Scribano è noto per le sue analisi critiche sui modelli informativi tradizionali, per il suo impegno nella promozione di un’informazione più inclusiva e per i suoi studi sull’impatto del digitale e dell’intelligenza artificiale sull’informazione e sulla società. Da anni interviene nel dibattito pubblico su pensioni, salari e trasformazioni del lavoro.

Dottor Scribano, partiamo dal quadro generale: che giudizio dà del pacchetto pensioni contenuto nella legge di Bilancio?

Direi che è una manovra che certifica una resa politica. Non introduce alcuna riforma strutturale del sistema pensionistico e non affronta il tema centrale dell’adeguatezza delle pensioni rispetto agli ultimi anni di lavoro. Si limita a gestire l’esistente, confermando la Legge Fornero nella sua interezza e rimandando ogni scelta di coraggio a un futuro indefinito. L’aumento automatico dei requisiti dal 2027 è un segnale molto chiaro: il margine di manovra politica sul tema pensioni è considerato quasi nullo.

Quindi la sostenibilità finanziaria viene prima di tutto?

Esattamente. Il messaggio del governo è inequivocabile: prima vengono i conti pubblici, poi, forse, le persone. È una scelta che può anche essere comprensibile dal punto di vista tecnico, ma che ha un costo sociale enorme, soprattutto per chi svolge lavori usuranti o ha carriere discontinue. Non si tiene conto delle profonde disuguaglianze presenti nel mercato del lavoro italiano.

Colpisce il silenzio dei sindacati e degli stessi lavoratori, in particolare nella Pubblica Amministrazione. Come lo spiega?

È un silenzio molto eloquente. Nella Pubblica Amministrazione si è creato negli ultimi anni un equilibrio informale che rende poco conveniente protestare. Il lavoro agile potenziato dalle recenti normative, l’accumulo di permessi, congedi parentali, legge 104, ferie, malattia, settimana corta, ecc.: tutto questo ha ridotto drasticamente l’impatto reale dell’allungamento dell’età pensionabile sulla qualità della vita lavorativa quotidiana.

Sta sostenendo che lavorare più a lungo diventa “meno pesante” perché si riduce la presenza fisica in ufficio e si lavora maggiormente da casa?

In molti casi, la risposta è sì, almeno per quanto riguarda la presenza fisica e l’impatto immediato sul carico quotidiano. Per alcuni lavoratori, arrivare a 67, 70 anni o oltre, risulta più sostenibile perché l’impegno in presenza è notevolmente ridotto. La combinazione di strumenti come il lavoro agile, la Legge 104, i congedi parentali e altre forme di flessibilità permette ad alcuni dipendenti di lavorare da casa per gran parte della settimana, del mese o persino dell’anno.

In questo contesto, lamentarsi non conviene a nessuno: non allo Stato, che può contenere spese legate a stipendi, straordinari, costi energetici e infrastrutturali, senza dover incrementare la dotazione di uffici o strutture, e nemmeno ai lavoratori, che accettano condizioni svantaggiose, come retribuzioni basse o una pensione minima e sempre più lontana, perché percepiscono il lavoro quotidiano come meno gravoso e più compatibile con la propria vita personale.

In altre parole, la flessibilità organizzativa riduce il peso immediato del lavoro sul singolo, rendendo più sopportabile una carriera lunga, ma crea anche un equilibrio complesso: il beneficio percepito dai lavoratori si accompagna a una strategia statale di contenimento dei costi, e l’insieme può portare a situazioni in cui le condizioni contrattuali e previdenziali restano modeste, pur essendo il lavoro “meno faticoso” giorno per giorno.

Ma questo vale per tutti?

Assolutamente no. Questo modello funziona soprattutto per i nuovi assunti o per chi ha potuto beneficiare del lavoro agile e di altri permessi fin dall’inizio. È profondamente ingiusto nei confronti dei lavoratori più anziani, che hanno passato trent’anni lavorando in presenza sei giorni su sette e che solo negli ultimi anni hanno visto riconosciute queste forme di flessibilità. Per loro l’allungamento dell’età pensionabile è una beffa.

A questo punto viene spontanea una domanda: non sarebbe giusto differenziare il trattamento?

È esattamente il punto. Chi garantisce una presenza più lunga e continuativa sul posto di lavoro dovrebbe essere incentivato, o economicamente – con stipendi più alti – oppure sul piano previdenziale, con la possibilità di andare in pensione prima dei 67 anni e 3 mesi oggi previsti. Continuare a trattare tutti allo stesso modo significa ignorare la realtà concreta del lavoro e alimentare nuove disuguaglianze.

In conclusione, che prospettive vede per il futuro del sistema pensionistico?

Se non cambia l’impostazione culturale e politica, vedo solo aggiustamenti marginali. Serve invece una riflessione profonda che tenga conto del lavoro reale, delle trasformazioni digitali, dell’invecchiamento della popolazione, ma anche della speranza di vita in buona salute che è scesa a 51,8 anni e della giustizia sociale. Senza tutto ciò, continueremo a parlare di sostenibilità finanziaria, ma perderemo completamente di vista la sostenibilità umana del sistema.

Per un’informazione completa

Consulta anche gli articoli pubblicati su:

LASCIA UNA RISPOSTA

Inserisci il tuo commento, grazie!
Inserisci il tuo nome qui, grazie

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.