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“Il Rito delle Feste a Tavola”

"Il Rito delle Feste

Il Rito delle Feste a Tavola

Carmen De Rosa racconta il Natale dello “Chef Narrante

“Il Rito delle Feste a Tavola” – Esiste un momento, nel cuore dell’inverno Lucano, in cui il silenzio dei borghi si rompe per lasciare spazio al crepitio del fuoco e al profumo del mosto cotto. In questo scenario, tra i vicoli dipinti di Sant’Angelo Le Fratte, si consuma un rito che va oltre la ristorazione: è il teatro del gusto di Emilio Pompeo, l’uomo che ha trasformato la giacca da chef in un abito da narratore. Per me, documentare la sua storia significa raccontare come la Basilicata sia diventata il palcoscenico di una rivoluzione culturale che parte dal piatto.

Oggi la “base operativa” dello Chef Narrante è Palazzo Giachetti. Tra queste mura del Settecento, Emilio non si limita a servire pietanze; egli “abita” il territorio. Il suo approccio lucano è una dichiarazione d’amore per l’essenziale: il recupero del rafano, il rispetto per l’olio del Vulture, la sacralità del pane. Ma è durante le festività che la sua narrazione si fa ancora più intima, trasformando la cena in una liturgia della memoria.

La Vigilia: Il Viaggio del Baccalà e il Canto del Crusco

Nel mio ultimo incontro con lui tra i fornelli, Emilio mi ha mostrato come il Natale sia, prima di tutto, attesa. Il suo Baccalà della Vigilia non è solo un piatto: è un racconto di mare che scala le montagne. Narra della pazienza necessaria per dissalarlo, un rito che un tempo scandiva i giorni precedenti la festa. Lo serve “abbracciato” al peperone crusco, che nel suo racconto diventa un rubino croccante, simbolo di una terra povera di mezzi ma ricchissima di spirito.

Il pranzo di Natale è un Matrimonio della Terra, la narrazione di Pompeo si sposta sul Bollito di carne povera  o un ragù del popolo che vede protagonista l’anatra, qui la funzione del giornalista che è in me, cede il passo all’osservatrice incantata: Emilio descrive il “matrimonio” tra le cicorie selvatiche e le carni del territorio come un’unione ancestrale, un rito purificatorio. E poi ci sono i primi, i fusilli, i cavatelli o le lagane, nati da mani che conoscono il ritmo della fatica. Per lui, il sugo che “pippia” per ore è la colonna sonora della famiglia, un esercito sgangherato ma felice che si ritrova intorno a un tavolo.

Il finale è dedicato ai Calzoncelli di castagne e cioccolato. Nelle parole di Emilio, questi piccoli scrigni fritti sono “pepite di bosco” che racchiudono l’oscurità dell’inverno e la luce della festa. È qui che emerge la sua filosofia più pura: “Il cibo del bisogno assurge al cibo del sogno”. Non si mangia per necessità, ma per sognare un’appartenenza.

Una Missione Identitaria

Seguire il percorso di Emilio Pompeo a Sant’Angelo Le Fratte mi ha insegnato che il cibo è la nostra prima forma di linguaggio. Attraverso la sua Chef Narrante Academy, egli sta seminando un futuro in cui i giovani non imparano solo a cucinare, ma a “dire” del loro territorio. In questo Natale, sedersi alla sua tavola significa ascoltare il battito di una Lucania che non vuole essere dimenticata, ma che sceglie di raccontarsi con la voce potente e poetica del suo chef più visionario. 

di Carmen De Rosa 

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