
La scuola tra buonsenso e responsabilità educativa
di Domizia Di Crocco
La scuola – Nel dibattito sempre più polarizzato sulla scuola italiana, colpisce come alcune affermazioni riescano ancora a riportare la discussione su un terreno di buonsenso. È il caso delle parole a sostegno dell’impostazione del governo Meloni, che co ricordano che la scuola non è un campo di battaglia ideologico.
Ne dettaglio, la scuola non è di destra, non è di sinistra. Non è proprietà esclusiva dello Stato, né tantomeno di una visione culturale o politica contingente. La scuola è, prima di tutto, della famiglia: l’articolo 30 della Costituzione attribuisce chiaramente ai genitori il diritto-dovere di educare i figli. A questo si aggiungono risoluzioni europee e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che l’Italia ha sottoscritto senza riserve.
Tuttavia, negli ultimi anni, questo principio è stato spesso messo tra parentesi. La scuola è diventata il luogo in cui si tenta di supplire — o peggio, sostituire — il ruolo educativo della famiglia, introducendo temi, linguaggi e approcci senza un reale coinvolgimento dei genitori. Non si tratta di negare l’importanza dell’istruzione pubblica o del pluralismo culturale, ma di ristabilire un equilibrio: la scuola istruisce, la famiglia educa. Quando i confini si confondono, a rimetterci sono sempre i ragazzi.
Recuperare i “fondamentali”, come si dice nello sport, significa tornare a una scuola che insegna a leggere, scrivere, ragionare, confrontarsi. Una scuola che non indottrina, ma forma; che non divide, ma accompagna; che non pretende di avere l’ultima parola sui valori, ma rispetta il primato educativo dei genitori.
In questo senso, il richiamo al buonsenso è un atto di maturità istituzionale. Perché una scuola davvero libera è quella che non si piega alle mode ideologiche del momento e riconosce il proprio ruolo all’interno di una comunità più ampia.
Rimettere la famiglia al centro non significa indebolire la scuola. Al contrario, significa rafforzarla, restituendole credibilità e autorevolezza. Ed è forse da qui che può partire una riforma culturale autentica, prima ancora che normativa.
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