
L’Intelligenza Artificiale cresce nelle PMI italiane e nella coscienza collettiva degli italiani
Il punto del Dott. Gregorio Scribano
L’Intelligenza Artificiale – Nel 2025 l’Intelligenza Artificiale segna un’accelerazione senza precedenti nelle piccole e medie imprese italiane: l’adozione sale al 27%, con un incremento del 50% rispetto all’anno precedente.
A dirlo sono i dati Italiaonline 2025, presentati da Netmediacom in occasione della lezione-evento «L’AI è buona o cattiva?» alla Sapienza Università di Roma.
Se da un lato il 9,4% delle PMI ha già integrato stabilmente soluzioni di AI e il 17,3% è in fase di sperimentazione, dall’altro emerge un dato critico: il 43,5% delle imprese non ha ancora utilizzato l’Intelligenza Artificiale e quasi il 30% dichiara di non sapere come impiegarla.
«L’AI sta diventando uno strumento concreto di lavoro, soprattutto nella comunicazione digitale e nella creazione di contenuti», spiega il Dottor Gregorio Scribano, esperto di comunicazione e informazione tecnologica. «Ma la crescita tecnologica non sempre è accompagnata da una crescita delle competenze. Il vero rischio non è l’AI in sé, bensì un uso acritico o inconsapevole».
Tra opportunità e timori, l’Intelligenza Artificiale si conferma dunque una leva strategica per il futuro delle PMI, a patto che venga affiancata da formazione, cultura digitale e responsabilità nell’uso degli strumenti.
Abbiamo discusso tali evidenze con il Dott. Gregorio Scribano, esperto di comunicazione e informazione tecnologica, per un’analisi critica delle implicazioni socio-culturali, comunicative e simboliche dell’Intelligenza Artificiale.
Dott. Scribano, come interpreta l’incremento dell’adozione dell’AI nelle PMI italiane alla luce dei dati disponibili?
L’incremento osservato può essere letto come un processo di istituzionalizzazione progressiva dell’AI all’interno dei contesti produttivi. Non si tratta ancora di una piena integrazione sistemica, bensì di una fase di transizione in cui l’adozione tecnologica precede spesso la maturazione di una cornice epistemologica e strategica adeguata. In altri termini, l’AI viene implementata più rapidamente di quanto venga compresa.
Il dato che distingue tra imprese che hanno già integrato stabilmente l’AI (9,4%) e quelle in fase di sperimentazione (17,3%) appare rilevante. Quale lettura ne dà?
Questa distinzione segnala una polarizzazione dei livelli di consapevolezza. Le imprese che hanno integrato stabilmente l’AI mostrano una maggiore capacità di tradurre l’innovazione in processi organizzativi strutturati. La sperimentazione, se non accompagnata da competenze critiche e progettuali, rischia tuttavia di rimanere episodica e strumentale, priva di una visione di medio-lungo periodo.
Parallelamente, una quota significativa di PMI non utilizza ancora l’AI o dichiara incertezza sulle modalità di impiego. Quali sono le cause principali di questo fenomeno?
Il dato evidenzia un divario cognitivo e culturale, più che tecnologico. L’incertezza non riguarda esclusivamente l’accesso agli strumenti, ma la difficoltà di attribuire senso all’AI all’interno dei processi comunicativi e decisionali. Si tratta di una forma di analfabetismo funzionale rispetto alle tecnologie intelligenti, che coinvolge la comprensione dei meccanismi, dei limiti e delle implicazioni etiche.
Il titolo della lezione-evento pone una questione apparentemente dicotomica: «L’AI è buona o cattiva?». Qual è la sua posizione teorica?
La dicotomia è metodologicamente fuorviante. L’Intelligenza Artificiale va interpretata come un dispositivo socio-tecnico di potere simbolico, capace di intervenire nei processi di produzione, mediazione e circolazione del significato. L’AI non possiede una valenza morale intrinseca: essa riflette e amplifica le logiche, i valori e le asimmetrie di potere insite nei contesti in cui viene progettata e utilizzata.
In che modo l’AI incide sui fenomeni di disinformazione e sulla costruzione del senso pubblico?
L’AI agisce come acceleratore semantico. Può favorire la proliferazione di contenuti disinformativi, ma anche supportare pratiche di fact-checking e analisi critica. Il punto centrale risiede nella capacità degli attori sociali di mantenere un controllo interpretativo sui contenuti prodotti. In assenza di alfabetizzazione critica, si rischia una delega cognitiva alla macchina, con conseguente impoverimento del dibattito pubblico.
Qual è il ruolo dell’AI nella gestione dello hate speech e nella percezione del pubblico?
Gli strumenti di AI possono svolgere una funzione di mediazione tecnica, ma non possono sostituire il giudizio etico e politico umano. La gestione dello hate speech richiede un approccio multidimensionale, che integri tecnologia, educazione e governance. Automatizzare completamente tali processi significa eludere la complessità del fenomeno e ridurre il conflitto sociale a un problema di filtraggio algoritmico.
Quali indicazioni emergono, in conclusione, per il sistema delle PMI italiane?
È necessario superare una visione meramente strumentale dell’AI e promuovere un approccio riflessivo e responsabile. L’investimento non deve riguardare esclusivamente le tecnologie, ma soprattutto le competenze interpretative, comunicative ed etiche. Solo in questo modo l’Intelligenza Artificiale può contribuire non solo all’efficienza economica, ma anche alla qualità dei processi informativi e relazionali.
Insomma, non bisogna avere paura dell’AI, ma neppure adottarla in modo acritico. Investire in formazione e competenze è fondamentale quanto investire in tecnologia. L’AI può migliorare l’efficienza, ma soprattutto può migliorare la qualità della comunicazione e delle relazioni, se usata con intelligenza umana prima ancora che artificiale.

Dottor Scribano, passiamo ad un altro capitolo. I dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano mostrano che il 99% degli italiani conosce ormai il termine “Intelligenza Artificiale” e l’89% ha sentito parlare di AI Generativa. Qual è il suo commento su questi numeri?
Questi numeri sono davvero significativi: indicano che l’AI è entrata nella coscienza collettiva del Paese. Non si tratta più di un concetto tecnico riservato a pochi addetti ai lavori, ma di uno strumento di cui tutti parlano, anche se spesso con comprensione parziale. La diffusione del termine è sicuramente un passo avanti, ma la sfida vera è trasformare la conoscenza superficiale in consapevolezza critica sull’uso e le implicazioni dell’AI.
La ricerca segnala che il 59% degli italiani ha un’opinione positiva sull’AI, una percentuale più alta rispetto a Regno Unito e Francia. Come interpreta questo atteggiamento favorevole?
L’Italia sembra avere una curiosità innata verso le innovazioni tecnologiche, e forse anche una certa fiducia nel loro potenziale positivo. Tuttavia, è importante distinguere tra entusiasmo e conoscenza approfondita. Il favore verso l’AI può derivare dalla percezione di strumenti utili nella vita quotidiana o nel lavoro, ma non significa necessariamente che gli italiani siano pienamente consapevoli dei rischi o delle sfide etiche.
Tra le principali preoccupazioni ci sono la manipolazione delle informazioni e l’impatto sul mercato del lavoro. Quanto sono fondate secondo lei?
Sono preoccupazioni assolutamente legittime. La diffusione di contenuti falsi tramite AI, come i deepfake, rappresenta un rischio concreto per la democrazia e l’informazione. Sul fronte del lavoro, l’AI può automatizzare compiti ripetitivi o analitici, ma può anche creare nuove opportunità se gestita correttamente. Il problema è che spesso le aziende non comunicano chiaramente come intendono integrare l’AI, generando incertezza tra i lavoratori.
I dati indicano una crescita del mercato AI in Italia: 1,2 miliardi di euro nel 2024 e stime oltre i 2 miliardi per il 2025. Quali settori stanno trainando questa crescita?
Prima abbiamo parlato di PMI, ma la crescita è guidata soprattutto dai servizi professionali, dall’industria tecnologica e dal settore finanziario. Ma stiamo vedendo un’espansione anche in ambiti tradizionalmente meno digitalizzati, come la sanità e l’istruzione, dove l’AI viene usata per analisi dei dati, diagnosi e personalizzazione dei servizi. La velocità di crescita riflette non solo l’adozione di tecnologie avanzate, ma anche un ecosistema più maturo che supporta startup e investimenti in AI.
Infine, il 31% delle interazioni con strumenti di AI generativa è legato al lavoro, ma solo il 17% dei lavoratori valuta positivamente l’adozione dell’AI in azienda. Come si spiega questa discrepanza?
È indicativo di una diffusa cautela. Molti lavoratori utilizzano strumenti di AI per compiti quotidiani, ma percepiscono una mancanza di chiarezza su benefici concreti e formazione adeguata. Se l’adozione non è accompagnata da un’effettiva integrazione e supporto, l’AI rischia di essere vista come un peso o una minaccia, più che come un’opportunità. La chiave sarà sviluppare una cultura aziendale che valorizzi l’AI e formare i dipendenti al suo uso responsabile.
Grazie, Dottor Scribano, per le sua disponibilità.
Grazie a voi. Credo sia fondamentale continuare a parlare di AI con equilibrio. Consapevolezza dei rischi e valorizzazione delle opportunità devono andare di pari passo.
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