
Di Ilaria Francesca Bombarda
I disturbi dissociativi sono una categoria di disturbi psicologici che coinvolgono un’interruzione o disconnessione dei normali processi mentali di consapevolezza, memoria e identità.
Questo può manifestarsi in vari modi, tra cui l’amnesia per eventi significativi della propria vita, la depersonalizzazione, la derealizzazione e, nel caso più complesso, il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID).
Quest’ultimo, in particolare, è caratterizzato dalla presenza di due o più identità o stati di personalità distinti che assumono il controllo del comportamento dell’individuo in momenti diversi. La caratteristica distintiva del DID è proprio questa sensazione di “identità frammentata”: chi ne soffre avverte di non essere un unico soggetto coeso, ma piuttosto una molteplicità di esperienze e identità che coesistono e a volte si sovrappongono o si contendono il controllo del corpo e della mente. Nonostante la crescente consapevolezza clinica del DID, il disturbo è stato a lungo un campo di controversia.
Molti professionisti si sono rifiutati di riconoscere la sua esistenza come un disturbo distinto, spesso considerandolo un’illusione o una costruzione culturale. Gli scettici hanno suggerito che il DID fosse un disturbo rarissimo, di difficile diagnosi, o addirittura indotto dalla psicoterapia stessa (Lange, 1995). Tuttavia, le neuroscienze stanno cercando di spostare questo dibattito, cercando di dimostrare che le esperienze dissociative, e il DID in particolare, hanno una base cerebrale che non può essere semplicemente ignorata.
Le neuroscienze offrono una prospettiva nuova, che aiuta a superare la visione stereotipata di un disturbo psichico “non reale”, mostrando invece che il DID potrebbe essere il risultato di alterazioni nei circuiti cerebrali responsabili dell’integrazione dell’identità, della memoria autobiografica e della regolazione delle emozioni. Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale, in quanto offre una chiave per una comprensione più profonda della dissociazione, spostando il focus da una percezione di “invenzione” a una visione scientifica, basata su fatti e dati misurabili, che confermano l’esistenza concreta e misurabile di queste alterazioni.
- Inquadramento clinico e psicologico
Quando si parla di disturbi dissociativi, si fa riferimento a un gruppo di sintomi che possono essere tanto sfumati quanto gravi. La dissociazione può presentarsi in forma lieve, come nel caso di esperienze di “depersonalizzazione” (sentirsi come se si fosse fuori dal proprio corpo) o “derealizzazione” (la sensazione che il mondo intorno a sé sia irreale), fino ad arrivare ai casi più gravi, come il DID, dove l’identità del soggetto si frammenta in più personalità o stati di consapevolezza separati. Questi sintomi sono quasi sempre associati a esperienze traumatiche gravi e precoci. Numerosi studi hanno mostrato che una percentuale elevata di persone con DID ha subito traumi infantili, spesso di natura sessuale, fisica o psicologica (Boon & Draijer, 1993).
In molti casi, i pazienti raccontano di non essere stati in grado di “gestire” l’intensità del trauma, e la dissociazione si è sviluppata come un meccanismo difensivo per far fronte a esperienze troppo dolorose per essere processate nel contesto di una coscienza unificata. Una delle problematiche principali, come accennato, è la diagnosi. Il DID viene spesso confuso con altre condizioni psicologiche. La schizofrenia, ad esempio, può comportare alterazioni della percezione e del pensiero, ma non implica la frammentazione dell’identità come nel caso del DID. Al contrario, i pazienti con DID non hanno allucinazioni o deliri come quelli con schizofrenia, ma piuttosto sperimentano esperienze dissociative, in cui “stati di identità” diversi possono assumere il controllo del loro corpo, portando a vuoti di memoria e alterazioni nella personalità (Spiegel et al., 2011).
Un altro disturbo con sintomi sovrapponibili è il Disturbo Borderline di Personalità (BPD), in cui l’instabilità dell’identità e dei rapporti interpersonali è una caratteristica centrale. Tuttavia, le crisi dissociative nel BPD sono solitamente di breve durata e meno strutturate rispetto a quelle nel DID, dove le identità possono essere multiple e più stabili nel tempo (Amini & Zanarini, 2000). Comprendere le sfumature di questi disturbi è cruciale, non solo per una corretta diagnosi, ma anche per il trattamento. Senza una comprensione adeguata dei meccanismi psicologici e biologici alla base di queste condizioni, i pazienti rischiano di non ricevere il trattamento giusto o, peggio, di essere fraintesi.
- Evidenze neuroscientifiche
Le neuroscienze hanno fatto enormi passi avanti nel tentativo di comprendere i meccanismi biologici che sottendono i disturbi dissociativi, in particolare il DID. Le tecniche di neuroimaging strutturale, come la risonanza magnetica (MRI), hanno rivelato significative alterazioni cerebrali in regioni chiave del cervello, come l’ippocampo e l’amigdala. L’ippocampo, che gioca un ruolo centrale nella memoria autobiografica e nell’elaborazione dei ricordi, risulta spesso ridotto nei pazienti con DID, suggerendo che la capacità di integrare i ricordi traumatici possa essere compromessa. L’amigdala, invece, è coinvolta nella regolazione emotiva e nelle risposte di paura. Studi su pazienti con DID hanno mostrato un’iperattivazione di questa area cerebrale, che potrebbe spiegare le risposte emotive disfunzionali e il trattamento separato delle esperienze traumatiche (Schore, 2009).
Oltre al neuroimaging strutturale, le indagini funzionali hanno anche mostrato che le attività cerebrali dei pazienti con DID cambiano in base al “stato identitario” in cui si trovano. In altre parole, ogni identità sembra avere una propria rete neurale, e la loro attivazione non è sincronizzata. Questo fenomeno suggerisce che i diversi stati di identità nel DID possano avere una rappresentazione cerebrale separata e che queste reti cerebrali siano disconnesse o non integrate. La perdita di coerenza tra le aree cerebrali che normalmente cooperano per formare un’identità coesa potrebbe essere alla base della frattura identitaria (Lanius et al., 2010). Un altro aspetto interessante riguarda il Default Mode Network (DMN), che è la rete cerebrale associata alla riflessione sul sé, all’autoconsapevolezza e alla memoria autobiografica.
Il DMN è stato trovato alterato nei pazienti con DID, suggerendo che le persone con DID abbiano una difficoltà significativa nel mantenere una coerenza tra le proprie esperienze e la narrazione di sé. Questo potrebbe essere dovuto a una disconnessione tra i vari “stati” dell’identità, impedendo una narrazione unificata e coerente (Schmahl et al., 2004). Altri studi, utilizzando tecniche come l’EEG (elettroencefalografia) e la TMS (stimolazione magnetica transcranica), hanno indagato come le onde cerebrali e la stimolazione magnetica possano influenzare i circuiti cerebrali nel trattamento dei disturbi dissociativi. I risultati suggeriscono che la dissociazione potrebbe essere legata a difficoltà nell’integrare la memoria autobiografica con l’esperienza sensoriale e motoria, portando alla frattura tra ciò che una persona percepisce e la sua consapevolezza di sé (Leavitt et al., 2011).
- Interpretazioni neuropsicologiche
La dissociazione è spesso descritta come un meccanismo di difesa estremo, un “rifugio” che la mente costruisce per permettere alla persona di sopravvivere a esperienze traumatiche altrimenti intollerabili. In questo senso, può essere vista come uno scudo psicologico: una strategia che, pur compromettendo l’integrità della coscienza, offre all’individuo la possibilità di continuare a vivere in contesti caratterizzati da dolore, violenza o abusi ripetuti. Questo fenomeno appare particolarmente evidente nei traumi infantili, quando il cervello non dispone ancora di risorse cognitive ed emotive mature per elaborare eventi destabilizzanti.
In questi casi, la dissociazione diventa un modo per “spezzare” l’esperienza, isolarla dalla coscienza ordinaria e proteggerla in compartimenti separati della memoria, impedendo che travolga l’intero sistema psichico (Putnam, 1997; van der Kolk, 2014). Da una prospettiva neurocognitiva, queste dinamiche trovano riscontro nei circuiti cerebrali che regolano memoria, emozione e identità. In particolare, il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID) può essere interpretato come il risultato di una sottoregolazione delle funzioni prefrontali, responsabili delle capacità esecutive, della pianificazione e del controllo emotivo. Quando la corteccia prefrontale non riesce a modulare in modo efficace le risposte limbiche, si crea un disequilibrio che favorisce la frammentazione dell’esperienza soggettiva (Lanius et al., 2010). Un ruolo centrale è giocato dall’amigdala, la struttura deputata alla rilevazione delle minacce e alla generazione di risposte emotive intense. Nei soggetti con storia di traumi precoci, l’amigdala tende a mostrare una iperattivazione, come se fosse costantemente in stato di allerta.
Se a questa condizione si associa una scarsa connettività con i circuiti prefrontali, il risultato è un cortocircuito nella regolazione emotiva: le esperienze traumatiche non vengono integrate nella memoria autobiografica, ma rimangono dissociate, producendo stati di coscienza separati e, nei casi più gravi, vere e proprie identità alternative (Schore, 2003; Bremner, 2006). Questa interpretazione neurobiologica non riduce la dissociazione a un mero “sintomo”, ma la colloca come una risposta adattiva originariamente funzionale, che però, con il tempo, può trasformarsi in una condizione clinica invalidante. In altre parole, la dissociazione nasce come soluzione di sopravvivenza, ma a lungo andare diventa essa stessa fonte di sofferenza, generando fratture identitarie che compromettono la continuità del sé e il benessere psicologico della persona.
- Implicazioni cliniche
Le evidenze neuroscientifiche offrono prospettive rivoluzionarie per la diagnosi e il trattamento dei disturbi dissociativi, aprendo scenari che fino a pochi decenni fa sembravano fantascienza. Dal punto di vista diagnostico, le tecniche di neuroimaging potrebbero in futuro fornire marker oggettivi, utili a confermare la presenza di un disturbo dissociativo. Uno dei principali ostacoli nella clinica, infatti, è rappresentato dalla difficoltà di distinguere in modo chiaro il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID) da altri disturbi complessi, come il disturbo borderline di personalità o il disturbo post-traumatico da stress complesso. L’uso di indicatori neurobiologici permetterebbe di ridurre l’affidamento esclusivo sulla sintomatologia comportamentale e sui resoconti soggettivi del paziente, che, pur essenziali, sono spesso fonte di ambiguità diagnostica.
Studi pionieristici hanno mostrato che l’attivazione differenziale di strutture come l’ippocampo e l’amigdala può variare a seconda dello “stato identitario” attivato nei pazienti DID (Bremner, 2006; Reinders et al., 2012). Se queste alterazioni si confermassero sistematicamente, potrebbero diventare veri e propri criteri diagnostici, rivoluzionando l’approccio clinico ai disturbi dissociativi. Anche sul versante terapeutico, le neuroscienze stanno suggerendo possibilità innovative. Accanto ai trattamenti psicoterapeutici tradizionali, in particolare quelli focalizzati sull’elaborazione del trauma, si stanno esplorando tecniche come l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), già ampiamente validata nel trattamento del PTSD, e la TMS (Stimolazione Magnetica Transcranica), una tecnica non invasiva che modula l’attività dei circuiti neuronali attraverso campi magnetici.
L’ipotesi è che tali metodiche possano favorire la reintegrazione dei circuiti cerebrali compromessi dalla dissociazione, migliorando il collegamento tra memoria autobiografica, identità e regolazione emotiva (Pagani et al., 2017; Demirtas-Tatlidede et al., 2013). In particolare, la ricerca attuale si concentra sul ruolo dell’EMDR nel facilitare l’integrazione della memoria traumatica e sulla possibilità che la TMS agisca come un “catalizzatore neurobiologico”, riattivando aree cerebrali ipoattive e favorendo la comunicazione tra le reti neurali frammentate. Con la giusta modulazione, i circuiti compromessi potrebbero non solo recuperare funzionalità, ma anche consentire al paziente di riacquistare coesione identitaria, riducendo i fenomeni di frammentazione che caratterizzano il DID. Queste prospettive non vanno lette come soluzioni immediate, ma come segnali promettenti di un futuro in cui la psicoterapia e le neuroscienze potranno dialogare sempre più strettamente. L’integrazione tra approccio clinico ed evidenze neurobiologiche rappresenta la strada più promettente per affrontare una delle sfide più complesse e affascinanti della psichiatria contemporanea.
- Prospettive
L’approccio neuroscientifico ai disturbi dissociativi non rappresenta soltanto un avanzamento teorico nella comprensione di questi fenomeni, ma costituisce anche una concreta opportunità per sviluppare strumenti clinici più efficaci e per ridurre il peso dello stigma che grava su chi ne soffre. Storicamente, infatti, le persone con Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID) o con altre forme di disturbo dissociativo sono state spesso considerate con sospetto, etichettate come “isteriche” o addirittura come “fabbricatrici di storie”. Queste rappresentazioni hanno non solo ostacolato la diagnosi precoce e l’accesso alle cure, ma hanno contribuito a generare ulteriore sofferenza psicologica.
Oggi, grazie ai progressi delle neuroscienze, emerge con chiarezza come il DID non sia una costruzione artificiale, ma un disturbo autentico, con basi neurobiologiche solide e osservabili. Le ricerche di neuroimaging funzionale, ad esempio, hanno mostrato che i diversi “stati identitari” attivati nei pazienti DID corrispondono a pattern cerebrali distinti, soprattutto in aree deputate alla memoria autobiografica, alla regolazione emotiva e all’integrazione della coscienza (Reinders et al., 2003; Lanius et al., 2010).
Tali dati forniscono una validazione scientifica che aiuta a smontare i pregiudizi e a promuovere un riconoscimento più rispettoso e accurato di queste condizioni cliniche, tanto nella comunità scientifica quanto nell’opinione pubblica. Un altro contributo importante delle neuroscienze consiste nella possibilità di collocare la dissociazione all’interno di un continuum di esperienze psicologiche, che va dalla normalità alla patologia. Non tutte le esperienze dissociative, infatti, devono essere considerate patologiche: fenomeni comuni come “andare in automatico” mentre si guida o perdere la cognizione del tempo in un momento di forte stress rientrano in forme di dissociazione lieve, che svolgono una funzione adattiva e non compromettono il funzionamento globale della persona (Holmes et al., 2005). Tuttavia, quando la dissociazione diventa persistente, incontrollabile e interferisce con le capacità relazionali, lavorative e identitarie, si entra nel campo dei disturbi dissociativi veri e propri, tra cui il DID rappresenta la forma più complessa e invalidante.
In questo senso, l’approccio neuroscientifico non solo favorisce una migliore diagnosi e un trattamento più mirato, ma contribuisce anche a ridefinire culturalmente e clinicamente il concetto di dissociazione, restituendogli dignità scientifica e clinica. Riconoscere la dissociazione come un fenomeno che appartiene a un continuum significa anche favorire la prevenzione: intercettare precocemente le forme subcliniche può evitare che, in individui vulnerabili, si trasformino in condizioni più gravi e croniche.
- Conclusioni
Per concludere, i disturbi dissociativi ed in particolare il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID), rappresentano una realtà clinica concreta, oggi ampiamente documentata da studi neurobiologici e neuropsicologici. Non si tratta, come in passato si è talvolta ipotizzato, di costruzioni esclusivamente psicologiche o di suggestioni terapeutiche, ma di condizioni radicate in processi cerebrali misurabili. Le moderne tecniche di neuroimaging hanno infatti mostrato che i pazienti con DID presentano differenze funzionali e strutturali significative in aree chiave come l’ippocampo, l’amigdala e la corteccia prefrontale, regioni implicate nella memoria, nella regolazione emotiva e nell’integrazione dell’esperienza (Reinders et al., 2012; Schlumpf et al., 2014).
Queste evidenze hanno contribuito a superare vecchi pregiudizi, aprendo la strada a una comprensione più ampia del fenomeno dissociativo. La dissociazione, infatti, può essere interpretata come una modalità estrema e patologica di difesa del cervello di fronte a traumi precoci e ripetuti, un meccanismo che nel breve periodo ha funzione protettiva ma che, cronicizzandosi, compromette l’unità della coscienza e la continuità dell’identità personale (van der Hart, Nijenhuis & Steele, 2006). Il trattamento del DID, un tempo percepito quasi come un’impresa impossibile, oggi viene considerato affrontabile grazie a un approccio integrato che tenga conto sia delle dimensioni psicologiche sia di quelle neurobiologiche.
La psicoterapia, in particolare i modelli orientati al trauma e alle relazioni di attaccamento, rimane il cardine dell’intervento, ma il futuro sembra promettere molto anche dal lato neuroscientifico. Alcuni studi preliminari suggeriscono che interventi farmacologici mirati a regolare i circuiti dello stress e della memoria emotiva, così come tecniche di neuromodulazione non invasiva (ad esempio la stimolazione magnetica transcranica), potrebbero in futuro rappresentare un supporto prezioso al lavoro clinico (Schmahl & Niedtfeld, 2014). La vera sfida, dunque, sarà sviluppare trattamenti sempre più personalizzati, capaci di ripristinare non solo il benessere soggettivo del paziente ma anche la coerenza identitaria e la funzione integrativa del cervello umano. In questo senso, il futuro della ricerca sui disturbi dissociativi non si limita a confermare la loro esistenza clinica e biologica, ma si orienta verso una prospettiva innovativa: integrare neuroscienze e psicoterapia in una visione unitaria, in grado di dare risposte concrete a una sofferenza che per troppo tempo è stata fraintesa o sottovalutata.
Ilaria-Francesca Bombarda
Bibliografia
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