
Gli italiani vogliono soluzioni, non l’elenco dei loro problemi che conoscono fin troppo bene!
di Gregorio SCRIBANO
Gli italiani conoscono fin troppo bene i propri problemi del Paese. Li incontrano ogni mattina davanti allo specchio, quando fanno i conti con uno stipendio che non basta, con una bolletta che cresce, con una visita medica rimandata di mesi, con un affitto che divora metà del reddito. Non serve che qualcuno glieli elenchi: li vivono ogni giorno sulla propria pelle. Per questo la politica che si limita a enumerare le criticità rischia di risultare sterile, quando non irritante.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è trasformato in una lunga litania di denunce. Tutto è emergenza, tutto è scandalo, tutto è colpa di qualcun altro. L’opposizione accusa il governo, il governo accusa chi c’era prima, e nel mezzo restano cittadini sempre più disillusi. Il problema non è la denuncia in sé, che è legittima e necessaria in una democrazia. Il problema è quando la denuncia diventa un alibi per non entrare nel merito delle soluzioni.
Dire che i salari sono bassi è facile. Dire come aumentarli senza far esplodere i conti pubblici è difficile. Ripetere che la sanità pubblica è in crisi raccoglie applausi. Spiegare come ridurre davvero le liste d’attesa, con quali risorse e in quali tempi, espone a critiche e responsabilità. Eppure è proprio questo che gli italiani chiedono alla politica: scelte chiare, anche impopolari se necessario, ma comprensibili e coerenti.
C’è una differenza sostanziale tra parlare “ai problemi” e parlare “delle soluzioni”. Nel primo caso si cerca consenso immediato, nel secondo si costruisce credibilità. Gli elettori non pretendono miracoli, né promesse irrealistiche. Sanno che governare è complesso, che le risorse non sono infinite, che ogni decisione comporta rinunce. Ma vogliono sapere quale strada si intende imboccare e perché. Vogliono capire chi paga il conto e chi ne beneficia. Vogliono, soprattutto, onestà.
La politica che si limita a fare l’elenco delle criticità ha un altro effetto collaterale: alimenta la sfiducia. Se tutto va male e nessuno sembra in grado di indicare una via d’uscita, allora tanto vale non votare, non partecipare, disinteressarsi. È così che il disagio sociale si trasforma in crisi democratica. Non per mancanza di parole, ma per assenza di risposte.
Governare, o proporsi come alternativa credibile, significa assumersi il rischio della concretezza. Significa dire: su questo tema interveniamo così, con questi soldi, in questi tempi. Significa accettare che qualcuno non sarà d’accordo. Ma è l’unico modo per ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Gli italiani non chiedono retorica, né comizi permanenti. Chiedono meno slogan e più cantieri aperti, meno diagnosi e più terapie. In fondo, la politica dovrebbe assomigliare a un buon medico: dopo aver individuato la malattia, deve indicare la cura. Continuare a descrivere i sintomi non guarisce nessuno.
Ecco perché oggi, più che mai, il Paese ha bisogno di una classe dirigente capace di fare un passo in più: uscire dalla comfort zone della denuncia ed entrare nel terreno, più scomodo ma decisivo, delle soluzioni. Perché i problemi gli italiani li conoscono già. Quello che aspettano è qualcuno che inizi davvero a risolverli.
Per un’informazione completa
Consulta anche gli articoli pubblicati su:





