
L’Euro, vent’anni dopo
Scribano: ‘Responsabilità mancate. Così l’Italia ha tradito la moneta unica’
L’Euro, vent’anni dopo – Abbiamo voluto intervistare, come sempre più spesso e con altrettanto interesse ci capita, il Dottor Gregorio Scribano, noto opinionista politico, voce libera e indipendente, ma attenta alle problematiche economiche e sociali del Paese, e sempre disponibile con la nostra Redazione. Esperto di comunicazione e convinto promulgatore del giornalismo partecipativo in Italia, il Dottor Scribano ci aiuta a fare luce su uno degli snodi più controversi della storia economica recente. L’oggetto della nostra conversazione odierna è il ventennale dell’adozione dell’euro in Italia, un passaggio analizzato nel nostro dossier sotto il titolo eloquente: “L’€uro, vent’anni dopo. Prezzi raddoppiati, stipendi fermi: una storia di responsabilità mancate“.
Dottor Scribano, grazie per aver accettato il nostro invito. Partiamo dal punto più amaro: l’euro entra nelle nostre vite il 1° gennaio 2002 e vent’anni dopo la percezione diffusa è di prezzi raddoppiati mentre gli stipendi restano fermi al palo. Lei parla di «responsabilità mancate». Chi ha fallito davvero?
Ben trovato a lei e a tutta la Redazione. La responsabilità è stata sistemica, riconducibile ad una classe politica, che non ha spiegato agli italiani che non stavamo semplicemente scambiando banconote al ribasso – il tasso ufficiale lo ricordo, 1 euro = 1936,27 lire – ma stavamo adottando la stabilità monetaria tedesca, rinunciando per sempre alla svalutazione compensativa della nostra lira; alle istituzioni, che hanno ignorato i meccanismi di vigilanza e non hanno esercitato quell’azione protettiva indispensabile nel momento della transizione, lasciando passare con sorprendente inerzia la “festa degli arrotondamenti”, che si è rivelata un lasciapassare collettivo alla speculazione. Per cui stipendi, pensioni e risparmi sono stati dimezzati dall’euro, mentre i prezzi di beni e servizi sono decuplicati!
Nel dossier sottolineiamo l’errore politico di non aver attuato i ‘comitati provinciali di controllo dei prezzi’. Quella mancata vigilanza è stata il via libera ufficiale alla speculazione?
Fu un atto di distrazione istituzionale dalle conseguenze enormi. Quei comitati erano il pilastro per contenere la speculazione al dettaglio. Non attivarli significò permettere ai prezzi – dal bar al supermercato, dal dentista al commercialista, al meccanico, ecc, ecc – di schizzare verso l’alto senza freni. Su quelle basi gonfiate l’inflazione ha camminato per anni. La responsabilità politica è evidente: non si è difeso il consumatore, non si è difeso il potere d’acquisto di pensionati e lavoratori dipendenti, e si è confidato ingenuamente che gli stipendi avrebbero recuperato terreno. Purtroppo non è stato così!
Gli stipendi infatti non hanno recuperato. L’Italia resta tra i Paesi più stagnanti dell’eurozona. Perché?
Perché non siamo stati in grado di reggere la moneta forte. La lira ci aveva abituati alla svalutazione competitiva, un anestetico che copriva inefficienze profonde. Entrando nell’euro avremmo dovuto adeguare produttività, sistema industriale e disciplina fiscale a un livello più alto. Non lo abbiamo fatto. Le imprese hanno perso competitività, i costi interni sono esplosi, e il risultato è stato quello che vediamo da vent’anni: stipendi fermi, Pil in calo, ceto medio in difficoltà. Ecco perché lo ripeto: non è l’euro ad aver tradito noi, ma siamo stati noi a tradire l’euro.
Lei è un convinto sostenitore del giornalismo partecipativo. In un contesto di disattenzione generale, come avrebbe potuto fare la differenza?
Il giornalismo partecipativo trasforma il cittadino da spettatore a controllore attivo. Se nel 2002 fossero esistiti osservatori civici diffusi, pronti a segnalare immediatamente gli arrotondamenti selvaggi, la speculazione avrebbe trovato molta più resistenza. L’inconsapevolezza collettiva è il carburante della speculazione. Una stampa meno passiva, unita a una cittadinanza più vigile, avrebbe enormemente ridotto i danni di una politica e di un sindacato silente.
Parliamo di Europa. Non possiamo concentrarci solo sui doveri – i vincoli di bilancio – ignorando i diritti? Non dovremmo allinearci anche agli standard sociali dei Paesi Ue?
Assolutamente sì. L’errore concettuale è vedere l’euro come un tetto che impone austerità. L’euro, invece, dovrebbe essere una base da cui costruire un Paese moderno. Non si può chiedere ai cittadini di vivere con una moneta forte e servizi e salari da Paese debole. Servono quattro allineamenti fondamentali:
1. Salari e cuneo fiscale – Dobbiamo riportare gli stipendi al livello dei partner europei, riducendo seriamente il cuneo fiscale e intervenendo sugli stipendi d’oro. 2. Pressione fiscale equa – Non è accettabile che lavoratori e pensionati restino gli unici contribuenti certi. Serve una guerra reale a evasione ed elusione.
3. Pensioni dignitose – Equilibrio sull’età pensionabile e assegni che garantiscano un tenore di vita in linea con i Paesi membri.
4. Qualità dei servizi pubblici – Trasporti, giustizia, sanità, sicurezza sono il “salario indiretto” del cittadino che deve raggiungere gli standard dei Paesi europei più avanzati.
L’opportunità di cui parliamo nel dossier è ancora aperta, allora? L’euro chiede competenza più che sacrifici?
È esattamente così. L’euro non limita la crescita: ci obbliga a costruirla in modo serio. Se smettiamo di usare Bruxelles come alibi e riconosciamo che l’allineamento europeo è un obiettivo complessivo – non solo finanziario – possiamo recuperare un ruolo centrale. Ma la domanda di tutte le domande è la seguente: siamo finalmente disposti a essere all’altezza dell’euro, nei doveri e nei diritti?
Dottor Scribano, grazie per la sua disponibilità e la sua lucidità.
Grazie a voi e alla Redazione.
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