
Le dimissioni del primo ministro bulgaro Rosen Zhelyazkov, arrivate l’11 dicembre a poche ore dall’ennesima mozione di sfiducia, non sono solo un epilogo politico: sono il segnale di una frattura profonda tra istituzioni e società, e della crescente insofferenza di un Paese che da anni cerca una via d’uscita dal proprio labirinto di corruzione, poteri opachi e instabilità cronica. Zhelyazkov ha scelto di andarsene prima del voto parlamentare, con un discorso televisivo che ha voluto ammantare di dignità politica: “Il potere nasce dalla voce del popolo”. Un’affermazione corretta, ma che arriva quando le strade di Sofia e delle maggiori città bulgare gridavano da giorni che quel potere non era più legittimato.
Crisi in Bulgaria: cade il governo Zhelyazkov
La protesta del 10 dicembre — 150.000 persone nella capitale, decine di migliaia nel resto del Paese — è stata l’apice di un malcontento che covava da tempo. Nata contro le misure di bilancio per il 2026, in particolare l’aumento dei contributi previdenziali e della tassazione sui dividendi, la mobilitazione si è rapidamente trasformata in una denuncia collettiva contro un sistema politico percepito come bloccato, inefficiente e permeato di corruzione radicata. Gli slogan non lasciavano spazio a interpretazioni: “Dimissioni”, “Peevski e Borissov fuori”. L’obiettivo non era solo il governo, ma i poteri che da anni condizionano la vita politica bulgara. Delyan Peevski, figura centrale della politica e del business, già sanzionato dagli Stati Uniti, è diventato il simbolo di un establishment che resiste a ogni tentativo di riforma. E Boiko Borissov, ex premier e leader incontrastato del GERB, incarna la continuità di un sistema che la piazza considera ormai irrecuperabile. In questo contesto, la caduta del governo Zhelyazkov non è un incidente, ma l’ennesimo capitolo di una fragilità strutturale. La Bulgaria vive da anni in un ciclo di elezioni anticipate e maggioranze impossibili: il voto del 2024 ha prodotto l’ennesimo parlamento frammentato, con il GERB incapace di governare senza il sostegno del partito di Peevski. Una dipendenza politica che oggi costa carissima. La responsabilità ora passa al presidente Rumen Radev, figura istituzionalmente limitata ma chiamata a un ruolo di stabilizzazione: tentare la formazione di un nuovo governo o, più probabilmente, traghettare il Paese verso nuove elezioni tramite un esecutivo ad interim. Non sarà semplice. Il tessuto politico è logoro e la fiducia pubblica ai minimi storici. Eppure, in mezzo al caos, un appuntamento ineludibile incombe: l’adozione dell’euro il 1° gennaio 2026. Le autorità assicurano che il calendario non cambierà. È una transizione strategica per la Bulgaria, simbolica e strutturale, che richiederà un minimo di coesione politica. Ma come portare avanti un passaggio così delicato con un quadro istituzionale instabile e una piazza sempre più impaziente? La verità, oggi evidente, è che le dimissioni di Zhelyazkov non sono la fine della crisi, ma l’inizio della resa dei conti. La Bulgaria si trova di fronte a una scelta: continuare a sopravvivere tra equilibri di potere opachi, o ascoltare fino in fondo quell’energia civile che il premier uscente, dal suo podio televisivo, ha evocato. La piazza, per ora, ha già parlato. Sta alla politica dimostrare di saper finalmente ascoltare.





