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SSN al collasso

SSN - soldi e fonendoscopio
SSN e spesa

SSN al collasso: curarsi è un lusso

Boom della sanità privata. Aumentano gli italiani che rinunciano a curarsi!

di Gregorio SCRIBANO

Si sa ormai come va qui da noi, in Italia dove, seppure in ritardo, riusciamo sempre a prendere il peggio dagli Stati Uniti. È un’esagerazione? Forse. Ma nell’ambito della sanità, purtroppo, il sospetto diventa evidenza. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, quell’istituzione che per decenni abbiamo esibito al mondo intero come un fiore all’occhiello, simbolo di civiltà, solidarietà, uguaglianza e lungimiranza, arretra ogni giorno un po’ di più, sotto i colpi di una privatizzazione strisciante, non governata e, soprattutto, mai scelta dai cittadini.

E purtroppo, oggi, in Italia, così come negli Stati Uniti, se non hai abbastanza soldi o un’assicurazione privata per farti curare, puoi anche crepare.

Un’espressione brutale, certo. Ma chi ha provato a percorrere il labirinto delle liste d’attesa, chi ha atteso mesi per una risonanza o settimane per una visita di controllo mentre combatteva una malattia cronica, sa che quella brutalità non è retorica: è cronaca.

Mancanza di fondi

Mancanza di fondi, carenza di personale medico e infermieristico, strutture sanitarie fatiscenti e strumentazioni carenti, segnalano un’emergenza sanitaria che non può essere ignorata!

La retorica politica vorrebbe farci credere che l’esodo verso il privato sia una scelta di “libertà”. La realtà è che è una scelta obbligata. Le liste d’attesa superano ogni limite di tollerabilità; gli ospedali pubblici, stremati da anni di sottofinanziamento, faticano a garantire persino le prestazioni essenziali. E chi non può aspettare, e può permetterselo, deve pagare fior di quattrini per farsi curare, nonostante le detrazioni fiscali in busta paga per finanziare il SSN!

Il risultato? Una spesa sanitaria “out-of-pocket” (pagare di tasca propria),  che nel 2024 ha raggiunto i 41,3 miliardi di euro: oltre il 22% della spesa totale, ben al di sopra del limite del 15% indicato dall’OMS come soglia oltre la quale equità e accessibilità non sono più garantite. Il paradosso è che questa cifra non fotografa nemmeno tutta la domanda reale: milioni di italiani non rinunciano al superfluo, rinunciano alle cure. Le prestazioni mancate sono salite a 5,8 milioni. È il fallimento di un patto sociale.

E in un Paese dove 5,7 milioni vivono in povertà assoluta e quasi 9 in quella relativa, questo non dovrebbe essere considerato un incidente statistico, ma un’emergenza nazionale.

Fondazione Gimbe

La Fondazione Gimbe ha messo nero su bianco un fenomeno spesso ignorato: non è il privato convenzionato a crescere più rapidamente, ma il privato “puro”, completamente al di fuori dell’orbita pubblica. Tra il 2016 e il 2023 la spesa per queste strutture è aumentata del 137%. È qui che si consuma la mutazione genetica del SSN: i cittadini, non trovando risposte né nel pubblico né nel privato accreditato, sono spinti verso un mercato completamente libero, dove la cura diventa un bene di consumo.

Si crea così un secondo binario della sanità, riservato a chi può pagare tutto e subito. Un sistema parallelo, invisibile nelle statistiche ufficiali ma sempre più reale nella vita quotidiana.

Nemmeno i fondi sanitari, le assicurazioni e le casse mutue riescono a frenare la deriva. Nel 2024 hanno sostenuto 6,36 miliardi di spesa, eppure arrancano: più arretra il SSN, più devono rimborsare, e più si avvicinano a una pericolosa insostenibilità. La sanità integrativa è nata per integrare il pubblico, non per sostituirlo. Se prova a farsi carico del peso enorme lasciato dallo Stato, finisce schiacciata.

Intanto i grandi investitori – fondi, assicurazioni, gruppi bancari – fiutano il business: l’invecchiamento della popolazione e l’esplosione delle cronicità fanno gola. Ed è perfettamente legittimo che il capitale privato cerchi opportunità. Ma senza regole, senza una governance forte, senza una strategia pubblica, il rischio è uno solo: trasformare la salute in un terreno di caccia per i profitti.

Il punto più inquietante è che tutto questo sta avvenendo senza che nessuno lo abbia deciso. Non c’è stata una riforma, una legge, un dibattito parlamentare. Nessun partito ha avuto il coraggio di dire apertamente: “Vogliamo un modello assicurativo, non più universalistico”. Si è scelta, invece, la via della non-scelta. Quella più facile, e anche la più irresponsabile.

La politica

Un Paese che intende rinunciare all’universalismo del SSN dovrebbe almeno dichiararlo. Mettere la questione al centro della discussione politica. Dare agli elettori la possibilità di comprenderne le conseguenze. Invece l’Italia scivola gradualmente verso un modello simile a quello americano, ma senza la trasparenza, senza la capacità di investimento e senza la consapevolezza collettiva degli Stati Uniti.

Invertire la rotta è possibile, ma solo se si abbandona la propaganda a favore di scelte strutturali.

Invertire la rotta, dunque, non è un’operazione impossibile: è una scelta politica. Una scelta che richiede coraggio, visione e, soprattutto, la consapevolezza che la salute non può essere terreno di compromessi al ribasso. Un SSN rifinanziato adeguatamente, con Livelli essenziali di assistenza  realistici, e un rapporto pubblico-privato finalmente regolato nell’interesse collettivo, non sono utopie: sono gli strumenti minimi per rimettere il Paese sui binari dell’equità e della civiltà.

Il diritto

Perché il senso ultimo del Servizio sanitario nazionale è scritto nell’articolo 32 della Costituzione: La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, garantisce cure gratuite agli indigenti e stabilisce che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per legge, a patto che questa non violi il rispetto della persona umana. 

Proteggere la salute dei cittadini è un diritto fondamentale della persona. E un diritto o vale per tutti, oppure smette di essere tale.

Difendere il SSN, oggi, significa difendere l’idea stessa di cittadinanza. Significa scegliere un modello di società in cui nessuno venga lasciato indietro quando è più fragile, in cui la malattia non diventi una discriminante economica, in cui la cura non sia un privilegio ma un dovere collettivo.

Per questo non è un esercizio di nostalgia, ma un’azione profondamente politica: riaffermare che la salute non è una merce sulla quale lucrare, e che in un Paese civile la cura e la tutela della salute non deve e non può diventare un lusso.

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