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Basta aggressioni agli operatori

Basta aggressioni - uomini e donne in camice e fonendoscopio

Basta aggressioni agli operatori della salute. La storia continua!

Ritengo questo evento molto utile per la comprensione del fenomeno delle violenze contro gli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie.

Le aggressioni e le intimidazioni fisiche e psicologiche sono una vera e propria piaga che, vale la pena ricordarlo, rappresenta la prima motivazione di fuga dalla professione di tanti nostri giovani medici.

Un infortunio su 10 in sanità e assistenza sociale deriva da un’aggressione. Secondo i dati più recenti dell’Inail (aprile 2024) sono stati registrati complessivamente nel quinquennio 2019-2023 quasi 12 mila infortuni da aggressioni o violenze sul posto di lavoro (2-3 mila l’anno). Il triplo di quanto registrato nell’intera gestione Industria e servizi.

Numeri, secondo l’Inail, da ritenersi sottostimati in considerazione sia dei limiti della codifica informatizzata utilizzata, sia di un potenziale fenomeno di sotto-denuncia dei casi meno gravi. A questo va aggiunto che, non sono assicurati all’Inail, i medici e gli infermieri liberi professionisti, compresi i medici di famiglia e le guardie mediche. In buona sostanza, possiamo parlare di un sommerso importante.

Oltre 18 mila aggressioni nel 2024. E i numeri pubblicati dall’Osservatorio nazionale sulla sicurezza dei professionisti sanitari e sociosanitari, che fanno riferimento a segnalazioni su base volontaria raccolte attraverso questionari alle Regioni, indicano per il 2024 oltre 18mila aggressioni a livello nazionale con il coinvolgimento di circa 22mila operatori.

Le aggressioni si verificano soprattutto in Pronto Soccorso, nei Servizi Psichiatrici e nelle Aree di Degenza mentre gli aggressori purtroppo sono prevalentemente i pazienti stessi, seguiti da familiari/caregiver e si conferma, come nel 2023, una netta prevalenza di aggressioni verbali (70%) rispetto a quelle fisiche (24%) e contro la proprietà (6%).

L’aumento delle segnalazioni rispetto allo scorso anno (+15%), infatti, rispecchia una maggiore consapevolezza dell’importanza della denuncia e una migliore efficacia dei sistemi di segnalazione che hanno, probabilmente, portato più professionisti a denunciare episodi che in passato non avrebbero segnalato.

Bene l’ approvazione, ma  non si tratta  di scudo penale

Nel Ddl Delega sulle professioni sanitarie, approvato dal Consiglio dei Ministri, all’inizio del mese,  sono comprese le  misure per il cosiddetto lo scudo penale, un provvedimento richiesto dalle categorie mediche e dai sanitari. I piccoli accorgimenti, invece, previsti dal decreto (disfunzioni organizzative, carenza personale) sono già ampiamente previsti negli ordinamenti  giudiziari.

Bisognava rispondere con più decisione: sulla risoluzione  delle 300 mila cause pendenti contro medici e strutture sanitarie,  per la drastica riduzione della  medicina difensiva  e per   limitare il rischio di  cause legali, che attualmente hanno un costo stimato di circa 12 miliardi l’anno. Il provvedimento varato potrebbe essere un’ occasione persa.

Nel testo è assente la definizione di colpa grave, che sarà qualificata di volta in volta dal giudice. C’è dunque il rischio che, nel concreto, in caso di contenzioso per i medici non cambi nulla: il medico dovrà comunque affrontare un processo e il giudice dovrà stabilire se una certa condotta colposa ha il carattere della gravità, tenendo anche conto della carenza di personale, della limitatezza delle conoscenze scientifiche, della concreta disponibilità di terapie adeguate, delle situazioni di urgenza o emergenza, ecc. Per questo riteniamo deviantela definizione di scudo penale: di fatto, non c’è alcuno scudo

Le proposte per la formazione

La formazione specifica sul tema delle aggressioni rappresenta un pilastro fondamentale per garantire la sicurezza degli operatori sanitari e socio-sanitari, che li renda capaci sia di prevenire gli eventi sia di gestire le situazioni a rischio. Da qui nasce la necessità di investire in programmi formativi mirati, capaci di fornire strumenti sia teorici sia pratici per la prevenzione e la gestione efficace di situazioni di conflitto.

La formazione del personale in tale ambito integra nozioni di comunicazione, gestione dello stress, tecniche di de-escalation e competenze relazionali, che insieme contribuiscono a creare un ambiente lavorativo più sicuro e resiliente. Attraverso corsi, workshop, simulazioni e momenti di confronto, gli operatori possono imparare a riconoscere i segnali premonitori di un’aggressione, intervenire in modo tempestivo e adottare strategie preventive che minimizzino il rischio di escalation.

Un percorso formativo strutturato e continuo permette, inoltre, di sviluppare una maggiore consapevolezza del ruolo di ciascun membro del team nella gestione del rischio, promuovendo una cultura della sicurezza e della collaborazione. L’obiettivo è quello di trasformare potenziali situazioni di crisi in opportunità di crescita professionale, fornendo agli operatori gli strumenti necessari per tutelare la propria integrità fisica e psicologica, e, al contempo, garantire un servizio assistenziale di alta qualità.

Dall’analisi degli studi e documenti , si può desumere che una stima dei costi connessi al fenomeno degli eventi di violenza a danno dei professionisti sanitari e sociosanitari deve considerare i seguenti aspetti:

• gestione dei danni riportati fisicamente e psicologicamente dalle vittime delle aggressioni,

• giornate perse di lavoro,

• mancato o parziale servizio,

• sostituzione temporanea o permanente del professionista vittima di violenza,

• riconoscimento e risarcimento dell’infortunio dall’INAIL,

• costi di carattere legale,

• danni provocati a strutture e beni,

• costi indiretti associati alla prevenzione della violenza,

• costi indiretti connessi a una riduzione della qualità dell’assistenza e un aumento del rischio di errori medici,

• costi indiretti per l’incremento dei premi assicurativi.

Violenze contro i medici di medicina generale

Negli ultimi anni si è registrato un preoccupante aumento degli atti di violenza fisica e verbale nei confronti dei medici di base. Questo fenomeno riflette il profondo malessere che permea la sanità italiana e, in particolare, la professione medica, oggi messa a dura prova da una crescente mole di lavoro e da aspettative sempre più irrealistiche da parte dei cittadini. Il medico di famiglia, che un tempo era considerato una figura di fiducia all’interno delle comunità, è ora percepito come il terminale ultimo di ogni richiesta, spesso anche impropria, da parte dei pazienti.

Il contesto: sovraccarico di lavoro e aspettative crescenti

La professione del medico di base è cambiata radicalmente negli ultimi decenni, sia in termini di quantità di lavoro che di responsabilità. Molti medici si trovano a dover gestire un numero crescente di pazienti, spesso in carenza di risorse e senza il necessario supporto da parte delle strutture sanitarie. Questa situazione è aggravata dalle lunghe liste d’attesa negli ospedali e dalla difficoltà di accesso a specialisti, che spingono i pazienti a riversare ogni tipo di richiesta sul proprio medico di famiglia. Dalla semplice prescrizione di farmaci, alle richieste di esami diagnostici, fino alla gestione di patologie complesse, il carico di lavoro dei medici di base è diventato insostenibile. Molti pazienti vedono nel medico di famiglia una sorta di “tuttofare” del sistema sanitario, alimentando aspettative spesso irrealistiche. Questa percezione errata, unita alla frustrazione derivante dai ritardi e dalle inefficienze del sistema sanitario, può sfociare in episodi di aggressione verbale e, in alcuni casi, fisica. I medici, già sotto pressione per la mole di lavoro, si trovano così esposti a rischi concreti per la loro sicurezza.

Atti di violenza: una situazione allarmante

Il fenomeno della violenza contro i medici di base ha raggiunto livelli allarmanti. Gli episodi di aggressione variano dalle minacce verbali alle aggressioni fisiche, spesso all’interno degli ambulatori o delle strutture sanitarie. Questa situazione sta creando un ambiente di lavoro insicuro, che porta molti medici a vivere in uno stato di costante stress e timore. Un numero sempre più significativo di medici ha subito almeno un episodio di violenza durante la propria carriera, con un aumento esponenziale negli ultimi anni. Tra i principali fattori scatenanti vi è la percezione di inefficienza del sistema sanitario, la frustrazione per le lunghe attese e la crescente insoddisfazione dei cittadini.

Le conseguenze per la professione

La crescente violenza nei confronti dei medici di base è solo uno dei segnali di una crisi più profonda. La professione sta diventando insostenibile non solo per il carico di lavoro, ma anche per la pressione psicologica e per la mancanza di tutele adeguate. Molti medici, soprattutto tra i più giovani, stanno abbandonando la professione o scelgono di non intraprendere la carriera di medico di famiglia, aggravando ulteriormente il problema della carenza di personale.

Le cause strutturali

Dietro a questa situazione vi sono cause strutturali che devono essere affrontate. Tra queste:

1.  Sottodimensionamento del personale medico: Il numero di medici di base non è sufficiente a soddisfare le esigenze della popolazione, soprattutto in aree rurali o periferiche, dove l’accesso ai servizi sanitari è più difficile.
2.  Carenza di risorse: Gli ambulatori spesso non dispongono di risorse adeguate per gestire il flusso crescente di pazienti, sia in termini di spazi, sia di attrezzature e supporto amministrativo.
3.  Mancanza di supporto psicologico: I medici di base sono spesso lasciati soli a gestire situazioni complesse, senza il necessario supporto psicologico o specialistico, il che li espone a un livello di stress costante.

Le misure da intraprendere

Per rendere nuovamente sostenibile la professione del medico di famiglia e per garantire un ambiente di lavoro sicuro ed efficiente, è necessario mettere in atto una serie di misure:

1.  Maggiore protezione per i medici: Occorre rafforzare le misure di sicurezza all’interno degli ambulatori, come l’installazione di sistemi di videosorveglianza e la presenza di personale di sicurezza nelle aree più a rischio. Allo stesso tempo, è fondamentale promuovere campagne di sensibilizzazione sul rispetto del lavoro dei medici e sul loro ruolo cruciale all’interno del sistema sanitario.
2.  Riduzione del carico di lavoro: È essenziale ridurre la pressione sui medici di base, ad esempio aumentando il numero di professionisti nel territorio e promuovendo una riorganizzazione del sistema sanitario che permetta una più equa distribuzione delle richieste tra medici di base e specialisti. In particolare, la digitalizzazione potrebbe giocare un ruolo chiave, facilitando le consulenze a distanza e riducendo la necessità di visite fisiche.
3.  Formazione continua e supporto psicologico: È necessario garantire ai medici di base un accesso costante alla formazione, in modo che possano affrontare in modo adeguato le nuove sfide poste dalla professione. Inoltre, sarebbe opportuno prevedere forme di supporto psicologico, per aiutarli a gestire lo stress e il carico emotivo del loro lavoro.
4.  Modifiche normative: Potrebbe essere utile rivedere le normative che regolano la professione medica, introducendo sanzioni più severe per chi commette atti di violenza nei confronti del personale sanitario e garantendo procedure più snelle per la gestione delle richieste improprie da parte dei cittadini.

Conclusione

Purtroppo solo questi strumenti, seppur utili ed innovativi si sono rivelati non del tutto sufficienti a contrastare un fenomeno insopportabile. Servono interventi strutturali e più risorse per reclutare nuovo personale in modo da avere più tempo per la cura dei pazienti e meno attese nei pronto soccorso e nei reparti, per assumere personale di sicurezza, con particolare attenzione ai reparti più a rischio, come quelli psichiatrici, per rafforzare la sanità sul territorio. 

di Ludovico Abbaticchio

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