
Manovra Giorgetti: promossa da Bruxelles, bocciata dagli italiani
di Gregorio Scribano
Manovra Giorgetti – Quando la Commissione Europea, tramite Valdis Dombrovskis, promuove con favore il bilancio del governo italiano, tacciandolo come “in linea con il nuovo quadro” e apprezzando lo sforzo per portare il deficit sotto il 3 % già quest’anno”, scatta puntuale l’applauso istituzionale.
Da Bruxelles arriva un messaggio chiaro: i conti pubblici devono tornare “ordinati”. Dopo anni di procedure di infrazione e di squilibri, per l’Italia si intravede l’uscita dall’Procedura per disavanzo eccessivo (EDP), un traguardo che, se confermato, garantirebbe maggiore libertà di bilancio.
Eppure, lo stesso passato recente ci insegna che stabilità finanziaria e benessere sociale non sempre viaggiano insieme. È qui che la retorica del rigore si scontra con la realtà di molti italiani – lavoratori, pensionati, famiglie, imprese – che non percepiscono alcun respiro positivo: la crisi di reddito, del costo della vita, l’immobilismo su riforme strutturali (pensioni, sanità, servizi, burocrazia) non li abbandona.
Rigore sì, ma chi paga il conto?
Da un lato, chi governa esulta: il deficit scende, lo spread si stabilizza, i mercati guardano con più fiducia, la ‘manovra’ appare come un ‘ritorno alla serietà’.
Dall’altro, però, l’impressione è di un ‘ritorno all’austerità’ di un governo che tiene stretti i cordoni della borsa senza redistribuire i benefici di questo rigore a chi lavora e produce. Se il bilancio torna in ordine ma le retribuzioni restano bloccate, se l’età pensionabile finisce per arrivare a 70 anni, se i servizi pubblici restano carenti, allora a cosa serve davvero tutto questo “rigore”?
Per molti italiani, e non a torto, la “manovra-Giorgetti” suona come un sacrificio imposto alla parte sociale del Paese, un’inversione di priorità: conti sì, crescita no.
Crescita zero in un clima di sfiducia: lo smottamento del consenso
È difficile stupirsi, dunque, se cresce la disillusione e insieme ad essa crescono le disuguaglianze e si allarga sempre di più la forbice tra ricchi e poveri. Se le famiglie vedono aumentare i prezzi, se le pensioni non bastano, se le imprese arrancano sotto il peso della burocrazia e dell’assenza di investimenti reali, il risultato non può che essere un calo della fiducia nelle istituzioni.
Non è un caso se molti cittadini, secondo una percezione ampiamente diffusa, si allontanano dalla politica, da un futuro che appare sempre più grigio e statico. Un dato politico rilevante: quando la gente non crede che il proprio voto possa migliorare le cose, l’astensionismo si rafforza.
L’illusione di un’Italia “a posto” mentre resta tutto come prima
Il paradosso è evidente: la promozione da parte di Bruxelles rende l’Italia “a norma”, ammissibile, credibile sul piano internazionale. Ma sul piano interno, quello delle persone, quasi nulla cambia. Non cambia la precarietà, non migliorano i servizi, non aumentano le retribuzioni, non cala l’età pensionabile, non diminuiscono i divari, non rientra neppure la metà della metà degli oltre 100 miliardi di evasione fiscale!.
Così, quel “via libera al bilancio” diventa un simbolo: il simbolo di una priorità invertita, dove il dato macroeconomico conta di più dell’equità sociale, dove il rigore prevale su misure che avrebbero un reale impatto sulle vite quotidiane.
Se l’obiettivo era, come dice la retorica ufficiale, ‘salvare i conti per rilanciare il Paese’, allora è necessario andare oltre la contabilità. Serve un progetto di sviluppo, che sappia tenere insieme rigore e giustizia sociale, stabilità e crescita, credibilità internazionale e dignità per i cittadini.
Altrimenti resteremo soltanto con una formula matematica: deficit sotto il 3 %. E con una società stanca, delusa, pronta a voltare pagina, o a non andare più a votare.
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