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Dove sono finite le suore?

Dove sono finite le suore? L’Italia di oggi e il rischio di un domani senza vita consacrata femminile

Negli ultimi decenni in Italia  come nel resto d’Europa stiamo assistendo a una progressiva diminuzione delle suore, si tratta di un fenomeno silenzioso che avanza anno dopo anno: le comunità religiose invecchiano, le opere educative e assistenziali gestite dalle congregazioni vengono ridimensionate o affidate a laici, mentre l’ingresso di nuove novizie è sempre più scarso.

Le statistiche indicano chiaramente che il numero complessivo delle religiose è in calo e che l’età media è molto alta: in molte comunità si raggiungono i 70 o 75 anni di media, con pochissime presenze sotto i 50. Questo significa che, se non entreranno nuove vocazioni, molte opere e comunità potrebbero chiudere definitivamente nell’arco di 10-20 anni, non è un’esagerazione affermare che l’Italia rischia di conoscere, nel giro di una generazione, uno scenario in cui le suore saranno presenti solo in alcuni centri specifici.

Perché non ci sono più le novizie italiane? Le cause sono molteplici, innanzitutto il ruolo della donna nella società è cambiato radicalmente: oggi una giovane ha accesso a studi, professioni, opportunità di volontariato e di realizzazione personale che non necessariamente passano attraverso un istituto religioso.

La vita consacrata femminile viene percepita spesso come una rinuncia alla libertà personale, molte ragazze credenti preferiscono dedicarsi a forme di impegno sociale attraverso percorsi laicali, ONG, volontariato o movimenti ecclesiali, senza entrare in un convento. Negli ultimi anni alcune congregazioni hanno trovato sollievo grazie alla presenza di giovani provenienti dall’estero  soprattutto dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina  che hanno scelto di consacrarsi in Italia, ma si tratta di un “salvagente” temporaneo, il rischio è che la vita consacrata femminile diventi dipendente unicamente dall’immigrazione religiosa.

A questo si aggiunge un tema spesso sottovalutato: perché, pur nelle difficoltà, ci si consacra più facilmente come sacerdote che come suora? La risposta non è solo teologica ma culturale e sociale, il sacerdote ha un ruolo pubblico riconoscibile: guida la comunità, celebra i sacramenti, ha visibilità e responsabilità diretta, la suora invece è percepita spesso come “operatrice di servizio”, senza una posizione ecclesiale centrale. Il percorso di formazione sacerdotale garantisce studi e compiti chiari, mentre in alcuni istituti femminili le opportunità formative dipendono molto dalla congregazione, questo fa sí che il sacerdozio appaia come una vocazione autorevole e strutturata, mentre la vita religiosa femminile viene talvolta percepita come incisiva sulla società.

Non si tratta di fare allarmismo né nostalgismo: non basta dire che “una volta le suore erano tante” per capire davvero il presente. Ma è onesto riconoscere che siamo davanti a una soglia storica. Se non arrivano nuove vocazioni, e se non si affronta il tema della vita consacrata femminile con coraggio e lucidità, l’Italia fra vent’anni sarà un Paese con molte opere nate dal cuore delle suore… ma senza più le suore che le hanno fondate. È necessario un ripensamento profondo: meno conventi chiusi su sé stessi e più comunità vive, meno burocrazia e più formazione, meno retorica e più testimonianze vere. Forse è arrivato il tempo di ascoltare davvero le giovani, di restituire alla vocazione femminile un volto credibile e una responsabilità reale.

La vita religiosa non deve morire: deve rialzarsi, cambiare forma, superare la paura e riscoprire la sua forza. Se la Chiesa avrà il coraggio di aprire strade nuove  e non solo conservare le vecchie  potrà nascere una stagione diversa. Il futuro, dopotutto, non è scritto può ancora essere scelto.

Prof. Ing. Ec. Angelo Sinisi

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