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Scribano: tasse al massimo

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Scribano: tasse al massimo. Italia già tassata al massimo. Il vero scandalo? I 100 miliardi di evasione

Scribano: “La patrimoniale? Un totem elettorale. Italia già tassata al massimo. Il vero scandalo? I 100 miliardi di evasione”.

Nel dibattito politico italiano torna ciclicamente la proposta di una patrimoniale, rilanciata negli ultimi mesi dalla sinistra che, nel contrapporsi all’attuale governo, punta a ricompattare il cosiddetto “campo largo” attorno a un tema ad alto valore simbolico.
Eppure, secondo i dati, l’Italia è già uno dei Paesi europei con la tassazione patrimoniale è più alta: nel 2024 ha garantito all’erario 51,2 miliardi di euro, registrando un incremento del 74% negli ultimi vent’anni.

Per fare chiarezza tra numeri, slogan e proposte, abbiamo intervistato il Dottor Gregorio Scribano, opinionista politico, consulente di comunicazione ed esperto di politiche economiche e sociali. Da anni analizza le dinamiche fiscali italiane e le narrazioni che la politica utilizza per orientare il consenso.

Dottor Scribano, il dibattito si è nuovamente acceso. La sinistra “post -comunista”, come la definisce il centrodestra – che a sua volta viene etichettato come “post-fascista” – ripropone l’idea di una patrimoniale. Ma in Italia imposte sulla ricchezza esistono già e generano un gettito rilevante. Perché, secondo lei, questa proposta continua a riemergere?

Innanzitutto chiariamo di cosa parliamo. La patrimoniale è un’imposta che colpisce il patrimonio, sia mobile sia immobile: denaro, immobili, azioni, obbligazioni. Può riguardare persone fisiche e giuridiche, e può essere fissa o variabile: nel primo caso l’importo è uguale per tutti, nel secondo varia in funzione del patrimonio del contribuente. È uno strumento che lo Stato può utilizzare in situazioni eccezionali – guerre, crisi economiche, emergenze – come forma di “paracadute”.

Si è tornati a parlarne dopo la decisione della Cgil di proclamare uno sciopero generale per il 12 dicembre contro la Manovra 2026. In quell’occasione, il segretario Maurizio Landini ha proposto “un prelievo dell’1% ai 500mila italiani che possiedono oltre 2 milioni di euro”. Secondo il sindacato, si tratterebbe di “un contributo di solidarietà che riguarda l’1% dei cittadini: basterebbe un prelievo dell’1% su ricchezze superiori a 2 milioni per ottenere 26 miliardi da investire in sanità, assunzioni, scuola e stipendi”.

Sul tema è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che in un messaggio su X ha ribadito la linea del governo: nessuna nuova imposta sui patrimoni o sul risparmio degli italiani. “Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. Con la destra al governo non vedranno mai la luce”, ha scritto il premier.

Ma torniamo al punto centrale: la patrimoniale è una parola-simbolo, un totem elettorale. Per alcuni rappresenta la “giustizia redistributiva”, anche se l’Italia è già tra i Paesi con la pressione fiscale patrimoniale più alta d’Europa. Per i contrari, invece, è un’imposta “ingiusta”, perché colpisce patrimoni costruiti con redditi già tassati. La verità è che la proposta ritorna perché funziona comunicativamente, soprattutto in campagna elettorale: è semplice, immediata, polarizzante. Ma tecnicamente è una questione molto più complessa e spesso meno efficace di quanto si racconti.

A proposito di numeri: nel 2024 il gettito patrimoniale ha raggiunto i 51,2 miliardi di euro, con un aumento del 74% in vent’anni. Quali sono le voci più rilevanti?

Secondo la Cgia di Mestre, le imposte patrimoniali già esistenti garantiscono ogni anno circa 50 miliardi di euro di entrate — 51,2 nel 2024, pari a 2,3 punti di Pil. Si tratta di una decina di imposte che gravano su beni mobili, immobili o finanziari: Imu/Tasi (23 miliardi), imposta di bollo (8,9 miliardi), bollo auto (7,5), imposte di registro e sostitutiva (6,1), canone Rai (1,5), imposta ipotecaria (1,8), imposta su successioni e donazioni (1 miliardo), diritti catastali (723 milioni), imposta sulle transazioni finanziarie (546 milioni) e imposta su imbarcazioni e aeromobili.

È fondamentale ricordare che queste imposte colpiscono beni già tassati in precedenza. Parlare oggi di una “nuova patrimoniale” significa ignorare il fatto che in Italia la tassazione patrimoniale esiste già ed è molto pesante, sia per famiglie che per imprese.

Si discute molto anche di pressione fiscale. Il Documento programmatico di finanza pubblica 2025 prevede un livello del 42,8%. C’è stato davvero un aumento sotto l’attuale governo?

No, non proprio per quanto riguarda il carico reale sulle famiglie.

Secondo il DPFP 2025, la pressione fiscale di quest’anno è stimata al 42,8%, cioè 0,3 punti in più rispetto al 2024 e 1,1 punti in più rispetto al 2022, anno precedente all’arrivo della Presidente Meloni a Palazzo Chigi.

Ciò significa che con l’esecutivo di centrodestra il carico fiscale sulle famiglie è aumentato?

In realtà, come detto in precedenza, non proprio.

L’incremento della pressione fiscale è dovuto solo in parte alle scelte dell’attuale governo. Il taglio del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, infatti, non si è tradotto esclusivamente in una riduzione dell’Irpef – ottenuta tramite l’accorpamento dei primi due scaglioni e con l’introduzione di una nuova detrazione per i redditi tra 20.000 e 40.000 euro – ma anche in un “bonus” per i lavoratori con reddito fino a 20.000 euro.

Di conseguenza, a fronte di una riduzione complessiva delle imposte pari a 18 miliardi di euro, circa 4,5 miliardi sono contabilizzati come maggiore spesa pubblica. Questo significa che, se per i lavoratori con retribuzioni più basse la busta paga è aumentata, per il bilancio dello Stato una parte del taglio fiscale risulta come incremento delle uscite. Per questo motivo almeno 0,2 punti percentuali non hanno contribuito a ridurre la pressione fiscale complessiva.

E gli altri 0,9 punti di aumento registrati tra il 2022 e il 2025?

In questi anni il gettito tributario è cresciuto anche grazie all’aumento degli occupati e ai numerosi rinnovi contrattuali, che hanno determinato retribuzioni più elevate per molte categorie di lavoratori, con conseguente incremento delle entrate fiscali e contributive.

Infine, hanno inciso sull’aumento “statistico” della pressione fiscale anche la sospensione della deducibilità di alcune categorie di costi (come le quote di svalutazione crediti e le quote di avviamento) e l’abrogazione dell’ACE, l’Aiuto alla Crescita Economica. Si tratta di misure che hanno interessato esclusivamente le società di capitali (Srl e Spa), che in Italia sono circa 1,5 milioni e rappresentano il 35% del totale delle imprese.

Il vero nodo, secondo molti, resta l’evasione fiscale: oltre 102,5 miliardi stimati nel 2022. Le regioni con maggiore propensione all’evasione sono Calabria, Puglia e Campania; quelle con il valore assoluto più alto Lombardia, Lazio e ancora Campania. Dove si dovrebbe intervenire?

Questo è il tema cruciale. Prima di immaginare nuove imposte, bisognerebbe recuperare ciò che oggi non entra nelle casse dello Stato. Più di 100 miliardi di evasione indicano un problema strutturale: controlli deboli, cultura fiscale fragile, capacità amministrativa insufficiente.

Ogni territorio ha caratteristiche diverse: nel Sud incidono economia informale e difficoltà economiche; nelle regioni più ricche, il valore assoluto dell’evasione è più elevato perché maggiore è la ricchezza prodotta. Senza un piano serio su tracciabilità, digitalizzazione, incrocio dati e potenziamento dell’Agenzia delle Entrate, il dibattito sulla patrimoniale rischia di essere solo un diversivo.

La Cgia di Mestre sostiene che prima di parlare di patrimoniale servano tagli agli sprechi, razionalizzazione della spesa e lotta serrata all’evasione. Condivide questa posizione?

Sì, assolutamente. È una priorità che qualsiasi governo dovrebbe assumere, a prescindere dal colore politico. L’Italia ha una spesa pubblica molto alta, ma spesso inefficiente, e un’evasione fiscale fuori scala rispetto agli standard europei.

Se si recuperassero anche solo 20-25 miliardi l’anno e si riducessero sprechi e inefficienze, non servirebbero nuove imposte. E si eviterebbe di gravare ulteriormente su un ceto medio già in difficoltà. La patrimoniale rischia di essere una scorciatoia politica, mentre le vere riforme richiedono visione, competenza e coraggio.

Quindi, dottor Scribano, qual è la sua previsione? La patrimoniale tornerà al centro del dibattito?

Sì, tornerà ogni volta che servirà un simbolo elettorale o un tema identitario. Ma difficilmente verrà introdotta: è impopolare, poco efficace e potenzialmente dannosa per risparmio e investimenti.

Il vero banco di prova sarà la capacità di combattere seriamente evasione ed elusione e recuperare risorse per finanziare scuola, sanità, sicurezza, pensioni e welfare, insieme a una profonda razionalizzazione della spesa pubblica, eliminando sprechi e costi inutili, riducendo inefficienze e concentrando le risorse sui servizi essenziali per cittadini e imprese. È lì che si misurerà se la politica vuole davvero cambiare il Paese o preferisce continuare a discutere di slogan.

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