Principale Estero Il primo ministro della Repubblica serba di Bosnia si dimette

Il primo ministro della Repubblica serba di Bosnia si dimette

Il primo ministro della Republika Srpska (RS), Radovan Viskovic, entità a maggioranza serba della Bosnia ed Erzegovina, ha annunciato lunedì le proprie dimissioni. La decisione rientra in una strategia del partito di governo, l’SNSD, per costituire un esecutivo più ampio, fondato su una coalizione con maggiori poteri decisionali. Radovan Viskovic, che ha guidato il governo regionale dal 2018, ha precisato che continuerà a mantenere incarichi politici di rilievo all’interno dell’SNSD, dichiarando che resterà in prima linea “fino al raggiungimento dell’obiettivo finale: lo Stato della Republika Srpska”. Parole che confermano ancora una volta la deriva secessionista della leadership serbo-bosniaca, in aperta sfida agli accordi di Dayton che dal 1995 regolano la fragile convivenza tra la Federazione croato-bosniaca e la RS.

Il primo ministro della Repubblica serba di Bosnia si dimette

Le dimissioni annunciate dal premier della Republika Srpska, Radovan Viskovic, non sono un semplice avvicendamento politico. Sono l’ennesimo tassello in una strategia di logoramento istituzionale che Milorad Dodik porta avanti da anni: indebolire la Bosnia ed Erzegovina dall’interno per legittimare, passo dopo passo, l’idea di uno Stato serbo separato, proiettato verso Belgrado e sostenuto da Mosca. Dietro la retorica sulla “nuova legittimità democratica”, che dovrebbe nascere da un governo regionale più ampio, si cela un paradosso: l’uomo che propone un rinnovamento è lo stesso che è stato condannato e interdetto dalla politica dalle istituzioni legali del Paese. La mossa di Viskovic — fedele soldato dell’SNSD — sembra quindi meno un atto personale e più un calcolo di partito: liberare spazio, rimescolare le carte e presentarsi con un volto diverso ma con la stessa regia politica. La crisi della Bosnia non è nuova, ma assume oggi un carattere particolarmente inquietante. La retorica secessionista della leadership serbo-bosniaca incontra un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina, dal rafforzamento delle influenze russe nei Balcani e da un’Europa distratta, spesso incapace di rispondere con fermezza. La Republika Srpska si muove così in una zona grigia: formalmente parte di uno Stato riconosciuto, ma sempre più di fatto autonoma, con legami diretti a Belgrado e Mosca. Il rischio è che la Bosnia torni a essere la faglia più fragile dell’intera regione, una crepa pronta ad allargarsi in un’area già segnata da divisioni etniche e memorie di guerra ancora vive. Dodik ha promesso un referendum a settembre per decidere se lasciare l’incarico: un gesto che, al di là del risultato, serve soprattutto a legittimare la sua leadership e a consolidare il suo racconto politico, quello di un popolo serbo costretto a resistere alle pressioni di Sarajevo, Bruxelles e Washington. Il nodo centrale resta sempre lo stesso: quanto tempo impiegheranno la comunità internazionale e le istituzioni bosniache a comprendere che la deriva della Republika Srpska non è un gioco di equilibrio interno, ma un progetto coerente e a lungo termine, con il potenziale di destabilizzare nuovamente i Balcani? Le dimissioni di Viskovic, quindi, non vanno lette come un passaggio di testimone fisiologico, ma come il preludio a una nuova fase della strategia di Dodik. Una fase in cui la forma potrà cambiare, ma la sostanza resta immutata: spingere la Bosnia verso un nuovo conflitto politico, e forse ben oltre. Foto – Freepik

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