
Non è stato difficile. Abbiamo guardato nel.profilo di Anas al Sharif. E abbiamo trovato una foto da lui stesso postata in cui lo si vede in un rapporto di grande amicizia con Yahya Sinwar, capo politico di Hamas e regista dell’ attacco del 7 ottobre. E Sinwar non si fa fotografare con una persona in rapporto di amicizia se non si tratta di persona di sua assoluta fiducia.
Non è morto dunque un giornalista, ma è morto un miliziano. Ha combattuto probabilmente con i suoi strumenti, quelli di giornalista.
Anas al-Sharif aveva scelto da tempo un mestiere diverso dal cronista. Aveva scelto di militare nell’ala dura dell’opposizione a Israele. E possiamo ragionevolmente supporre che a Gaza (e non solo) la rete dei collaboratori di Al Jazeera agisca come struttura di affiancamento del potere incontrastato di Hamas.
E ci sono anche altre foto: i selfie di Anas al Sharif parlano chiaro: non si mettono in posa sul divano i vertici di Hamas se non ti considerano una persona di fiducia
Quello scatto, postato con orgoglio da lui medesimo sul profilo X, non è giornalismo, bensì adesione, militanza.
Yahya Sinwar è il regista operativo del più spaventoso assalto alla sicurezza israeliana, un uomo vissuto per anni nell’ombra più assoluta per timore di rappresaglie. Infine i video. Sempre nel.profilo X del giornalista ucciso. Non ti lasciano camminare tra uomini armati e incappucciati di Hamas, mentre trascinano ostaggi israeliani alla gogna pubblica, se non sanno che sei dalla loro parte e che racconterai ciò che serve alla causa.
In quel ruolo al Sharif ha propagandato il messaggio tanto caro ad Hamas: che la colpa è tutta di Israele
E Anas è stato capace di confezionare immagini e narrazioni che hanno mobilitano l’opinione pubblica contro Israele, sostituendo all’informazione la militanza, alla verifica il tifo, alla cronaca l’agit-prop.
Il 7 ottobre 2023 l’orrore si è visto in faccia: 1.200 israeliani uccisi, famiglie massacrate, corpi bruciati, stupri, torture. Da allora la propaganda ha lavorato a pieno ritmo per trasformare l’assalto in epica e per dipingere Israele come il solo colpevole.
È colpevole di una reazione certamente molto violenta che mira ad eliminare un gruppo molto ben organizzato che è pronto a sacrificare l’intera popolazione di Gaza sull’altare di una lotta senza quartiere all’odiato popolo ebraico. In questa operazione di odio, le immagini di al-Sharif sono state megafono, con l’autorevolezza apparente che il tesserino da reporter regala a chi lo usa, per fare battaglia politica e per convincere il mondo della tesi del movimento.
Attilio Runello





