
Radici che cantano, specchi che rivelano
Un viaggio tra terra e memoria, dalla voce di Giuseppe D’Anna alle riflessioni degli autori ospiti.
In collaborazione con ANIM
Autore della settimana
Bella Terra dei Messapi
In questa terra del profondo Sud,
tra i borghi erosi del centro storico e le brulicanti periferie,
tra i vigneti e gli uliveti,
contornati dai tipici muretti a secco,
giù per le masserie abbandonate,
sparse lungo le stradine polverose di campagna;
tra i vicoli stretti e nelle “Curti” senza uscita,
nei giardini e nelle piazze lastricate da basolati lavici,
battuti dal sole del Salento,
dove, ancora oggi,
risuona l’eco dei fanciulleschi giuochi e degli antichi mestieri,
perduti, oramai, nella memoria del tempo;
tra le mirabili note musicali delle bande da giro,
all’ombra di un austero campanile
e accanto a un Santuario titolato alla Madre Maria
– mentre l’anima mia si specchia nel vicino mare –
qui, nella Terra dei
io vivo e canto… le mie radici.
Giuseppe D’Anna

Voci ospiti e dialogo poetico
La poesia di Giuseppe D’Anna si apre come un canto della terra, i vicoli, i muretti, le bande musicali diventano radici vive, specchio di identità. Su questa scia gli autori ospiti hanno tracciato percorsi che si innestano sullo stesso tronco, ognuno offrendo un riflesso diverso.
– Yuleisy Cruz Lezcano, in *Radici*, trasforma quelle pietre e quelle masserie in energia vitale che scorre da un corpo all’altro, ciò che in D’Anna è luogo concreto, in lei diventa linfa universale.
– Francesca Ulisse, con *Io sono le mie radici*, raccoglie i giochi fanciulleschi evocati dal poeta e li fa diventare memoria intima, giardino interiore che continua a vibrare dentro.
– Mariangela Potì, in *Voi siete la mia origine*, cammina sullo stesso terreno di D’Anna, se lui parla di “eco” e “memoria”, lei li trasforma in identità che colma il vuoto e custodisce il senso dell’appartenenza.
– Elisabetta Fioritti, con *Lettere d’amore*, risponde alla nostalgia dei luoghi di D’Anna con la nostalgia di chi scrive e attende, strade, santuari e piazze diventano corrispondenze d’anima.
– Maria Emilia Mari, in *Le mie radici*, prende i colori del paesaggio salentino e li amplifica, pioggia, mare e natura sono presenze che parlano, come i campanili e le piazze del canto messapico.
Così le voci non si giustappongono, ma si intrecciano, un dialogo in cui ogni autore specchia se stesso nelle immagini dell’altro.
Radici tra musica, arte, cinema e parola
Le radici non vivono solo nella memoria personale, si esprimono attraverso i linguaggi dell’arte.
La pizzica salentina, con i suoi ritmi ancestrali, è rito collettivo di guarigione, memoria che trasforma il dolore in energia vitale.
Il cinema di Ermanno Olmi, in *L’albero degli zoccoli*, ha reso la vita contadina racconto universale di appartenenza, dove la terra è fonte di dignità.
La letteratura di Verga, Pavese e Deledda ha fatto delle radici eco che attraversa i secoli, mai vincolo ma eredità che si rinnova.
Le arti visive, dai paesaggi vibranti di Van Gogh alle tele tormentate di Ligabue, hanno trasformato la natura in specchio interiore, radice e riflesso insieme.
E se tutto è connessione, le parole di questa settimana si fanno mantra:
“Io sono dove affondano le mie radici,
ma il vento mi insegna a guardare lontano.”
Come partecipare
La rubrica *Versi e racconti della settimana*, realizzata in collaborazione con ANIM, esce ogni venerdì sul Corriere di Puglia e Lucania.
I testi vanno inviati entro il mercoledì precedente all’indirizzo: marilumurra@gmail.com
La prossima parola-guida sarà: SPECCHIO
Conclusione
Questa settimana abbiamo ascoltato radici che cantano, che parlano, che scrivono. Radici che non incatenano ma liberano, che non trattengono ma custodiscono. E come specchi ci restituiscono un volto comune, quello di chi appartiene a una terra, a una memoria, a un’arte che continua a rigenerarsi in noi.






