Principale Estero Il significato del voto britannico

Il significato del voto britannico

di Raffaele Gaggioli

L’Inghilterra volta pagina, almeno politicamente. Dopo 14 anni al potere, il partito conservatore dei Tory ha subito una delle peggiori sconfitte della sua storia, perdendo più di duecento seggi parlamentari. Al contrario, il Partito Laborista ha vinto 412 seggi, una super maggioranza che gli dovrebbe permettere di governare indisturbato almeno fino al 2029.

Il leader laborista Keir Starmer ha già rilasciato il suo primo discorso in qualità di Primo Ministro, promettendo maggiori investimenti a favore dei cittadini inglesi, in particolar modo la sanità pubblica, e migliori rapporti con l’Unione Europea.

Tuttavia dall’analisi del voto inglese emergono molte e particolari novità.

Secondo alcuni analisti, è infatti più corretto parlare di una sconfitta dei Tory che di una vittoria laborista. Paradossalmente, i laboristi hanno ottenuto meno voti in queste elezioni (9 milioni e 720mila preferenze) rispetto a quelle del 2019 (10 milioni e 269mila preferenze), anno in cui il partito subì uno dei peggiori risultati elettorali della sua storia.

Questo paradosso è dovuto a molteplici fattori, tra cui la minore affluenza alle urne, la controversa leadership di Starmer e la divisione del voto conservatore. Per cominciare, solo il 59,9% degli aventi diritto si è recato a votare quest’anno rispetto al 67,3% del 2019.

Rispetto alle precedenti elezioni, il programma politico dei due principali partiti inglesi non sembra aver suscitato particolare entusiasmo tra gli elettori. Da un lato, la maggior parte dei britannici incolpa il partito conservatore per le difficoltà economiche e l’instabilità politica degli ultimi anni. Dall’altro lato, anche la leadership moderata di Starmer non sembra aver ottenuto molti consensi.

Starmer è diventato leader del Partito Laborista nel 2020, e da allora ha provveduto a spostare il partito verso posizioni più centriste. Negli ultimi quattro anni, Starmer ha quindi rinnegato molte dei suoi precedenti programmi elettorali e costretto i laboristi più di sinistra alle dimissioni.

Oltre ad alienare parte della tradizionale base elettorale del partito, la strategia di Starmer non sembra aver attirato nuovi elettori. Il politico inglese è un leader incredibilmente riservato e la sua campagna elettorale sembra aver rispecchiato questa parte del suo carattere.

Starmer non ha infatti fatto molte promesse elettorali, al di là della necessità di cambiare la situazione economica e politica del Regno Unito (“Change” è stato l’unico slogan adottato dal suo partito in queste elezioni).

Il nuovo Primo Ministro è stato quindi aiutato dalle divisioni interne della destra britannica. A differenza degli anni precedenti, il Partito Conservatore ha perso molti potenziali elettori sia più moderati sia, al contrario, di estrema destra.

I Liberal-Democratici, partito centrista britannico, ha ottenuto il miglior risultato elettorale sin dalla sua fondazione nel 1988, vincendo ben 72 seggi nel Parlamento inglese.  Ed Davey, leader del partito, sarebbe riuscito a sottrarre numerosi elettori moderati ai Tory, promettendo sia maggiori riforme, sia di rispettare il libero mercato e limitare qualsiasi interferenza governativa nella vita privata dei cittadini.

Il vero colpo di grazia ai Tory è però venuto da Nigel Farage, fautore della Brexit, e dal suo partito di estrema destra Reform UK. Il politico inglese si è candidato con la promessa di combattere l’immigrazione clandestina nel Regno Unito, precedente cavallo di battaglia dei conservatori, ottenendo così circa il 14% dei voti.

Il Reform UK è quindi il terzo partito più grande nella Gran Bretagna, ma Farage è riuscito a far eleggere solo cinque membri del suo partito, sé stesso incluso. A differenza dei Liberal-Democratici, il movimento di Farage ha infatti presentato i suoi candidati non solo nelle zone in cui era dato in vantaggio, ma in tutte le aree costituenti del Regno Unito, dividendo così il voto di destra e avvantaggiando solo i laboristi.

Dopo sette tentativi falliti, Farage è comunque finalmente riuscito ad entrare nel Parlamento inglese e ha già promesso che i cinque parlamentari di Reform ostacoleranno in tutti modi il nuovo Primo Ministro. Il politico britannico spera probabilmente di aumentare ulteriormente la sua visibilità in vista delle elezioni del 2029, anno in cui il suo movimento potrebbe rimpiazzare i Tory come principale partito d’opposizione.

Jeremy Corbin, leader dei Laboristi fino al 2019, sembra avere simili ambizioni. Il predecessore di Starmer è riuscito a farsi eleggere come candidato indipendente a Islington North, seggio elettorale che rappresenta sin dal 1983.  Corbyn forse spera di attirare attorno a sé la sinistra del Partito Laborista e altri elettori delusi dal centrismo di Starmer, indebolendo così la posizione del nuovo Primo Ministro.

Vanno infine segnalate le opposte fortune del movimento indipendentista scozzese e di quello per l’unificazione irlandese. In Scozia, il Partito Nazionale Scozzese ha subito un notevole tracollo, rimanendo con solo 9 seggi nel parlamento di Westminster e venendo sostituito dai laboristi come principale partito.

In Irlanda del Nord il Sinn Fein, partito cattolico, di sinistra, nazionalista irlandese, è cresciuto ulteriormente, ottenendo circa il 4,2% dei voti in più rispetto alle precedenti elezioni. I fautori dell’unificazione con il resto dell’Irlanda oramai superano di gran lunga i membri del DUP, partito protestante e sostenitore dell’unione politica di Belfast con Londra.

Raffaele Gaggioli

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