Principale Politica La democrazia prima di tutto

La democrazia prima di tutto

La notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970 a Roma pioveva a dirotto. Sotto la pioggia, un battaglione della guardia forestale e alcuni ex paracadutisti si avviarono in auto verso la sede del ministero dell’Interno, mentre altri uomini si dirigevano verso la sede della Rai di via Teulada e altri ancora verso il ministero della Difesa. Il loro obiettivo era prendere il potere in Italia con un colpo di stato, mettere al bando il Partito Comunista e instaurare un nuovo regime di destra, probabilmente di tipo presidenziale. Junio Valerio Borghese aveva 64 anni quando tentò di mettere fine alla Repubblica italiana per come la conosciamo.

Negli ultimi 15 anni la destra radicale ha triplicato i suoi consensi in Europa. Nel frattempo i partiti politici di centrodestra si sono spostati a destra, tuttavia l’estrema destra non è nata con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca o con la nomina di Matteo Salvini a ministro dell’Interno. Ha invece una storia che ricomincia già alla fine della Seconda guerra mondiale dopo la sconfitta di nazismo e fascismo: ha ottenuto successi e subito sconfitte, è mutata per adattarsi alle circostanze pur rimanendo sempre identificabile come qualcosa che è utile chiamare “estrema destra”, piuttosto che “sovranismo” o altri vocaboli simili. Ma, mentre in tutta Europa era in corso questo spostamento verso destra, in Italia stava avvenendo il processo opposto. Gli anni Novanta furono quelli della cosiddetta “Svolta di Fiuggi”, il congresso che nel 1995 segnò la trasformazione del vecchio Movimento Sociale neofascista in Alleanza Nazionale, un’idea di partito di destra più moderno e democratico.. Il lungo percorso portò Fini, nei primi anni Duemila, a visitare il museo dell’Olocausto di Gerusalemme e a definire il fascismo “male assoluto”, non senza tensioni, proteste e defezioni all’interno del partito.

Anche grazie a questa sua opera di riposizionamento, la sua partecipazione al governo con Silvio Berlusconi nel 1994 non suscitò lo stesso scandalo europeo che avrebbe generato cinque anni dopo la vittoria di Haider alle elezioni austriache. Lo spostamento verso il centro del MSI/AN lasciò un ampio vuoto a destra che una serie di forze politiche cercarono di occupare. Il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, rivendicando l’eredità del MSI. dette vita, nel 1997, Forza Nuova. Nel 2008 se ne distaccò CasaPound, nato inizialmente come movimento per la casa ed entrato nella Fiamma Tricolore con la sua associazione giovanile, il Blocco Studentesco. Ma i piccoli partiti di destra non riuscirono mai a competere con il “restyling” di Alleanza Nazionale o ad avvicinarsi ai risultati del vecchio MSI.

La logica conclusione di questo racconto è che la libertà e la democrazia avrebbero potuto essere messe in pericolo da queste schegge nostalgiche di Destra o, peggio, di estrema Destra.

In realtà, l’unico vero golpe “bianco” – cioè senza utilizzo di armi o movimenti violenti – lo ha messo in atto una fazione della sinistra di governo, attraverso l’unico soggetto che costituzionalmente avrebbe dovuto tutelare la democrazia: un presidente della Repubblica, ormai deceduto e che avrebbe dovuto essere accusato di alto tradimento, Oscar Lugi Scalfaro. Nel corso del suo mandato presidenziale, “sette anni drammatici”, come li definisce la Stampa, affronta una delle stagioni più complesse e controverse dell’Italia repubblicana, segnata da una duplice crisi: quella economica e quella di natura etico-politica e istituzionale, legata al crescente discredito e alla sostanziale delegittimazione della classe politica della cosiddetta prima Repubblica, sotto i colpi dello scandalo di Tangentopoli e dei conseguenti procedimenti della magistratura. Il Presidente ha un ruolo preponderante sullo scenario politico, giustificato dalla necessità di difendere le istituzioni dal collasso del sistema dei partiti.

Il giornalista del Corriere della Sera Carlo Verderami ha recentemente chiesto al Cardinale Ruini se, come scritto nel libro Il Colle d’Italia, fosse vero che, nell’estate del 1994, l’allora capo dello Stato lo invitò a pranzo insieme al cardinale Angelo Sodano e a monsignor Jean-Louis Tauran per chiedere loro di «aiutarlo a far cadere il governo Berlusconi». Questa la risposta di Ruini, che ha confermato i sospetti: «Effettivamente andò così. La nostra decisione di opporci a quella che ci appariva come una manovra fu unanime. E pensare che Scalfaro era stato per me un grande amico, rimasi colpito. Penso che Berlusconi abbia mostrato i suoi pregi e i suoi limiti, come tutti gli altri politici, ma che non abbia avuto in alcun modo fini eversivi».

Sono passati quasi trent’anni dall’epoca e vi è stata, finalmente, la conferma che (almeno stavolta) i complottisti avessero ragione a sostenere come i piani del Quirinale andassero ben oltre l’antipatia fra le due cariche istituzionali e che il governo Berlusconi cadde per una manovra di Palazzo.

Craxi a Sigonella prese decisioni difficili e mai digerite dagli Americani, tant’è che ci fu una crisi di governo, poi rientrata perché in parlamento l’allora presidente del consiglio spiegò gli eventi e raccolse il consenso dei comunisti; successivamente, Mani Pulite e le spinte americane costrinsero l’uomo politico a rifugiarsi in Tunisia, con tutte le conseguenze che conosciamo. Anche allora un golpe  “bianco” . Siamo un Paese in libertà vigilata.

Rocco Suma

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