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Il vero latitante è lo stato

Probabilmente in un mondo non degradato da decenni di trattative e di misteri, di indebolimento dello stato ad ogni livello salvo che nella repressione del dissenso ad ogni livello,  la cattura di Matteo Messina Denaro avrebbe dovuto essere piuttosto nascosta che diventare un vanto e una medaglia di cui fregiarsi: trent’anni di latitanza trascorsi facendo una vita pressoché normale, segnata da molte avventure femminili, viaggi e anche da parecchie malattie che lo hanno costretto a subire un intervento a Barcellona, a farsi installare in casa apparecchi per la dialisi e infine andando in chemioterapia con regolarità,  indicano una forte complicità con gli apparati dello stato e una totale omertà degli ambienti in cui è vissuto.

Non è certo un’opinione bizzarra tanto che è stata espressa anche dal consigliere del Csm Sebastiano Ardita, in passato pubblico ministero impegnato in prima linea nella lotta alla mafia: trent’anni non sono nemmeno un segno di inefficienza sono un segno di vergogna. Fino a qualche anno fa veniva espressa l’idea che la sua cattura fosse ormai un punto di onore per la magistratura e lo stato, una sorta di  atto dovuto, ma adesso forse sarebbe stato meglio conservare a Matteo Messina Denaro, l’aura della imprendibilità e magari immaginarlo lontano mille miglia da quel trapanese che lo ha tenuto ben nascosto per tre decenni.

Il tutto restituisce  l’impressione che l’ex boss sia stato finalmente catturato nel momento in cui è diventato innocuo non tanto per la società civile, ma per lo stato e le sue articolazioni che con la mafia convivevano e trattavano. E di certo la scena di decine e decine degli uomini che dei  Ros che braccano un uomo che sta andando in chemioterapia non allontana affatto questa ipotesi anzi in qualche modo vi aggiunge un elemento teatrale che è proprio ciò che si aspetterebbe da una commedia. Certo non voglio dire che gli uomini che hanno effettuato la cattura stessero recitando, ma semplicemente che al momento opportuno sono comparsi e sono stati suggeriti gli indizi e le piste che hanno permesso di intercettare l’antico latitante.

Visto l’incerto stato di salute si è pensato che forse sarebbe stato meglio “controllare” l’uomo e le sue possibili rivelazioni tenendolo in carcere. Chissà che, assediato dalla malattia e dai fantasmi del passato, dai segreti di Riina e delle stragi di mafia delle quali è stato protagonista, non gli saltasse per la testa di rivelare la propria verità senza censure e filtri. Si, meglio evitare e tenerlo in un ambiente dove le cose che ha da dire possono essere indirizzate e temperate. Anche perché non bisogna dimenticare il fondato sospetto,  che le azioni terroristiche della mafia, filone del tutto nuovo nella vita dell’onorata società , avessero anche ispiratori e suggeritori nell’intelligence di altri Paesi anzi del Paese “eccezionale” che voleva passare dal modulo terrorista divenuto impraticabile come strumento di condizionamento politico della colonia italiana a quello della criminalità organizzata,

Che sia vero o meno non posso ovviamente dirlo e tantomeno provarlo, ma si spiegherebbe così la lunghissima latitanza  del boss nel contesto di uno stile di vita praticamente normale e anche la cattura nel momento in cui si possono temere rivelazioni che potrebbero non soltanto compromettere molti politici presenti ed emeriti, ma anche suscitare l’ira funesta dell’amico americano. Si tratta ovviamente ipotesi per dare un senso all’incredibile in un momento nel quale  nel quale il potere  cerca di nascondere il senso di ciò che appare ovvio. In un certo senso il vero latitante appare lo stato che trent’anni fa ha iniziato a scomparire.

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