Principale Arte, Cultura & Società Musica, Eventi & Spettacoli Liber Festival 2023: Giò Sada suona, canta e racconta le sue Radici

Liber Festival 2023: Giò Sada suona, canta e racconta le sue Radici

Non poteva iniziare in modo migliore la sessione live del 2023 con un artista nostrano, ma conosciuto a livello nazionale, che racconta la sua vita, la sua terra e i suoi sogni, in una location tipicamente italiana ma non di così ampia fruizione. Sto parlando di Giò Sada, vincitore nel 2015 del talent show di Sky, X Factor, barese per nascita e per scelta, il quale il 6 gennaio scorso – in occasione della quinta edizione del Liber Festival – si è esibito in un concerto acustico all’ex Monastero Santa Croce di Altamura (BA).

Tra i presenti c’era qualcuno scettico, chi aveva sue reminiscenze televisive ma ne ha perso negli anni le tracce e chi, invece, non si è perso neanche una tappa del suo viaggio perché Giò non ha mai smesso di far musica, di scrivere, di esprimere la sua grande passione cercando lo spazio più giusto, il modo più consono e soprattutto seguendo i suoi tempi, quei tempi necessari per raccontare qualcosa con verità. Si sa, i meccanismi del music business oggi controllano la produttività di un cantautore, spesso scontrandosi con la sua creatività, alla ricerca del mero guadagno, anziché della qualità. È proprio da questo sistema Giovanni – all’anagrafe – per non rimanerne intrappolato e perdere credibilità alle sue stesse orecchie, è scappato senza fermarsi, dando vita al progetto Gulliver e al relativo album “Terranova” (2020, Kallax Records). È sempre lui l’artigiano ma, dopo una lunga ricerca, utilizzare uno pseudonimo gli è parso l’espediente più efficace per veicolare i pensieri profondi di un avventuriero che, da infinitamente grande a infinitamente piccolo, tenta di riportare la musica all’ascolto puro e sincero, svincolato dall’immagine, con testi pregni di resilienza e di rinuncia alla frenesia per concentrarsi sulle sfumature della vita.

Concetti un po’ di nicchia se consideriamo i prodotti che attualmente calcano le classifiche, che non potevano che essere ospitati in un luogo altrettanto per pochi come una chiesetta in pieno centro storico, che arriva al cuore della città e delle persone, come intende fare Giò. Il connubio è stato armonioso perché c’è anche sacralità in quel che lui ha proposto su quel piccolo e accogliente sagrato, una sacralità non in senso religioso – sia ben inteso – ma come condizione morale dello spirito, totalmente devota alla musica e lo si può notare dal modo in cui si accinge ad essa, in cui impugna la chitarra e ne fa vibrare le corde, in cui empatizza con il pubblico e per come rappresenta l’attaccamento alle sue radici – tema principale del festival per quest’anno.

Il live intimo – rivelatosi in realtà proprio un racconto dell’artista – ha avuto inizio, infatti, con il brano che lo ha portato al successo in tv, “Il rimpianto di te”, dedicato alla sua terra e alla malinconia di quando ne sei lontano che ti induce sempre a tornare. Questa attitudine al ritorno, al vivere con qualcosa o qualcuno che incondizionatamente si ama, da cui non ci si vuole staccare è così insita nella sua persona che è il filo conduttore, seppur dopo molti anni, anche di tutto il viaggio gulliveriano. Lo dimostrano “Se non sono necessario”, espressione del ritorno alla dimensione del semplice piacere di stare insieme con l’altro, e “Anima”, monito a sé stesso di recuperare un contatto stretto con la propria voce interiore e con ciò che rende felice la nostra esistenza. Per la sua performance, ha utilizzato proprio la chitarra che sin dal 1910, passando dalle mani di suo nonno a quelle di suo padre e ora alle sue, «è il modo in cui la mia famiglia si è conquistata e conquista tutt’oggi la libertà» – ha affermato. Ancora un altro comune denominatore, questo, con il festival, non a caso chiamato “liber”, dal latino “libero”.

È indubbiamente l’aggettivo che incarna il concerto di Sada, un concerto libero da imposizioni, senza orari prestabiliti (è infatti durato parecchio, ma con benestare evidente del pubblico), in cui si è potuto cantare e al tempo stesso sorseggiare del vino rosso – “il sangue di Cristo”, come lo ha chiamato per tutta la serata Giò –, chiacchierare, spiegare i significati e le origini delle canzoni, scambiarsi pareri sempre nel pieno rispetto del luogo, ma soprattutto in cui si è potuto condividere emozioni. C’è stato spazio per i ricordi e l’inevitabile commozione che ne consegue, per le dediche d’amore e d’amicizia, per racconti di esperienze passate e di speranze per il futuro e, infine, per porsi tante, tantissime domande, perché «Ho la fissa di voler sapere» – ha confessato introducendo “100 vite”, brano nato dall’idea che potremmo esserci già tutti incontrati in delle vite precedenti a questa e magari proprio in altri luoghi, con altre sembianze. Su questa via introspettiva Giò ha, inoltre, presentato per la prima volta, una nuova canzone, non ancora edita “Stella”, scritta come fosse un dialogo con suo padre, servendosi della forza dell’immaginazione per colmare lo spazio-tempo che ci divide da chi non c’è più: “Mi chiedo da dove proviene questo desiderio di trovare un dettaglio che sfugga al tempo e che possa aiutarmi a capire di quale natura è questo amore infinito che sento per te, come il mare da dove riemergo per respirare, ricominciare”.

Debutto live anche per un pezzo composto a diciannove anni e portato in tour in Europa con la sua prima band punk rock, i No Blame, intitolato “My heart is a pond”, che ha mostrato la sua capacità di destreggiarsi nella musica anche in lingua anglosassone, poi confermata dalle cover personalissime di “Ring of Fire” – Johnny Cash e “Bad Moon Rising” – Creedence Clearwater Revival.

Ha concluso con un trittico che riassume in maniera concisa e intensa chi è Giò Sada e come intende far musica al giorno d’oggi, ossia a casa sua e con tutte le scarpe nell’attualità. A tal fine erano calzanti “Vado con l’aria”, ispirata all’espressione tipicamente dialettale con cui una signora barivecchiana mandò “a quel paese” un venditore ambulante insistente nell’aprile del 2018 e “Terranova”, brano che manifesta apertamente la volontà del cantautore di essere critico nei confronti delle consuetudini, di ricercare un luogo in cui è possibile capovolgerle e, dunque, andare al contrario per non perdere pezzi di umanità. «Lo so, scrivo robe tristi, ma vi assicuro che sono un ragazzo allegro» – ha detto autoironizzando, per poi chiudere la serata con “Without an edge”, nato dall’urgenza comunicativa del sentimento proprio dei migranti, quello di essere persi in mare aperto, senza punti fermi.

Fortunatamente lui ne ha di capisaldi e sono forti, condivisi, rassicuranti, accoglienti. Mi riferisco ai valori, alle idee, alla passione e alla voce calda e sincera con cui trasmette la sua salvifica e liberatoria relazione con l’Arte. E visto che l’obiettivo del Liber Festival era quello di lasciare una traccia significativa della nostra cultura, delle nostre radici e della loro bellezza nella storia e di restare nonostante tutto a divulgarle in un contesto purtroppo arido e scarsamente sensibile, direi che Giò ne è la perfetta incarnazione.

https://open.spotify.com/artist/2UwODF9VQpmJBnkj0SBJZR?si=mSYanGF0TaGwuIyGuAN6pA

http://www.liberfestival.com/

Si ringrazia il Liberfestival per le fotografie

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