Principale Politica Il ponte sullo Stretto “divide” l’Italia

Il ponte sullo Stretto “divide” l’Italia

Ponte sullo Stretto

Un ponte che sfida la natura attraverso lo Stretto di Messina può risolvere uno dei problemi più antichi, basilari e apparentemente intrattabili dell’Italia: la stagnazione e la povertà delle sue regioni meridionali? Il divario tra il ricco nord Italia e le terre più povere a sud di Roma – conosciute collettivamente come il Mezzogiorno – è stato oggetto di dibattito sin dal 1860. È persino un ramo di studio noto come “la questione meridionale”. Tuttavia, invece di ridursi, il divario continua a crescere. E un senso di infinita frustrazione e futilità aleggia su luoghi come Messina, un’antica città portuale che dà il nome allo stretto. Messina è come tanti altri posti nel profondo sud italiano, stratificata di storia. Spezzata dalla modernità. Profondamente segnata da catastrofi naturali e provocate dall’uomo. Ferocemente orgogliosa, incomprensibilmente povera. Piena di vita e piena di strutture in cemento e decrepite. Messina conosce i problemi che possono derivare da grandi progetti concreti, come si sta contemplando con il ponte.

Il ponte sullo Stretto divide l’Italia

E’ dagli anni ’50, che i politici a Roma hanno collegato il miglioramento delle fortune del Sud con l’idea di costruire un ponte sullo stretto che divide la Sicilia dalla terraferma. Un ponte, affermano i suoi sostenitori, porterebbe finalmente la Sicilia, la regione più grande e popolosa del Mezzogiorno con 5 milioni di persone, nell’era moderna. E posizionerebbe l’isola più grande del Mediterraneo ancora una volta al centro delle rotte commerciali europee. Un ponte integra anche una priorità a lungo termine per l’Unione Europea per far muovere le merci più velocemente tra i porti della Sicilia e il nord Europa. Allo stato attuale, automobili, camion, treni, merci e passeggeri vengono trasportati attraverso lo stretto da una flottiglia ininterrotta di barche e traghetti, ma questo porta inevitabilmente a ritardi e nei momenti peggiori, come durante gli affollati mesi estivi, il transito in traghetto di 30 minuti può richiedere fino a due ore o più. L’idea generale è che, se si costruisse un ponte, lo sbarco delle navi portacontainer provenienti dall’Asia attraverso il Canale di Suez potrebbe avvenire in Sicilia piuttosto che nei porti del nord Europa. I treni ad alta velocità sposterebbero quindi il carico attraverso il ponte di Messina verso il resto d’Europa. Il governo Meloni ha rilanciato la possibilità di erigere un ponte per attraversare lo stretto di Messina nel suo punto più stretto, un tratto di 3 chilometri tra la Calabria e la Sicilia. Tuttavia la commissaria europea ai Trasporti, Valea, ha annunciato al ministro delle Infrastrutture Salvini la sua disponibilità, e quella della Direzione generale per la mobilità e i trasporti, a sostenere lo Stato italiano nelle spese della prima fase di realizzazione dell’opera, cioè lo studio di fattibilità tecnica ed economica. Il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, deve tenere conto dell’economia, della profondità dell’acqua, dei venti che spirano fino a 216 km orari e dei terremoti in una delle aree a più alto rischio sismico in Europa. Considerando tra l’altro che Messina giace su linee di faglia e la Sicilia e la terraferma si stanno allontanando l’una dall’altra. Già gli antichi temevano il canale per buone ragioni. Il quale si trova su un’area tettonica attiva tra la piattaforma continentale africana ed europea, il che rende particolarmente rischioso costruire un ponte qui. Quindi, per evitare anche, il problema dell’acqua alta, la soluzione sarebbe progettare il ponte sospeso che dovrebbe costare 5 miliardi di dollari e impiegare 11 anni per essere costruito.

Il ponte della discordia

Nel corso dei decenni, l’Italia ha speso circa 900 milioni di euro, in studi di ingegneria e si è impegnata in anni di astiosi dibattiti su di esso al punto che il ponte è diventato noto come il “ponte della discordia” e “ponte dei sospiri”. Oggi sembra sfuggente come sempre. D’altronde i siciliani non trattengono il fiato per non averlo mai visto costruito. Tuttavia i sostenitori si disperano perché le industrie dell’isola languono. Sostengono che un ponte potrebbe solo aiutare l’isola a cambiare le sue fortune. Gli oppositori, tuttavia, lamentano che siano già state spese troppe energie e denaro per quello che considerano un progetto assurdo. Si lamentano del fatto che le strade, le scuole e le città del Mezzogiorno stanno cadendo a pezzi e devono avere la priorità. La domanda che ci si pone è: perché costruire un ponte e poi finire su un’isola piena di buche? Peraltro i siciliani sono saturi di storie su ingenti somme che scompaiono, su progetti di lavori pubblici infiltrati dalla mafia e il ponte di Messina, molti temono, diventerebbe un altro rubinetto di denaro per i truffatori. Quindi fare un ponte adesso non ha senso perché l’Italia è azzoppata dai debiti e ci sono tante altre necessità infrastrutturali nelle regioni meridionali. Piuttosto che costruire un ponte, l’Italia dovrebbe investire per accelerare l’attraversamento dello stretto. Migliorando il sistema di traghetti che ora sposta il traffico attraverso il canale. E invece di sprecare fondi per studi sui ponti, ci sarebbe bisogno di migliorare i treni e le strade in tutto il sud. Ma come spesso accade ogni volta che si parla di ponte, si può sempre dire: “mai dire mai”.

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