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Francesco Spilotros e i “Racconti peuceti”

Recensione di Maria Pia Latorre

Il volume “Racconti peuceti” è una delle ultime pubblicazioni del docente e  scrittore Francesco Spilotros, da molti anni impegnato in attività di ricerca di storia locale che prendono il respiro in variegate iniziative culturali sul territorio di Mola di Bari e di pregevoli pubblicazioni come questa.

Il volume è frutto di una ricerca sul campo durata dodici anni, insieme a Lucia Fiume,  fatta della meticolosa raccolta di racconti popolari molesi dalla viva voce degli anziani della splendente cittadina marinara, che altrimenti sarebbero andati del tutto persi, dunque da considerarsi un tesoro di grande valore storico-letterario.  La loro puntale trascrizione ha regalato nuovo smalto alle situazioni ora esilaranti ora sagaci delle storie, contornandole di un bell’alone color  seppia che ci proviene dalla memoria di antichi dagherrotipi.

I prodromi della fiaba popolare sono da ricercarsi, come ben noto, nel “Pentamerone” del campano Giovan Battista Basile, che tra i primi comprese l’importanza della scrittura popolare per la costruzione di una dignità culturale contadina meridionale, poi meglio definita, a fine Ottocento, da Pietro Pellizzari e Giuseppe Gigli con il lavoro di recupero della fiabistica salentina.

Tra i pugliesi i padri della fiabistica popolare, come ben noto, sono il molfettese Saverio La Sorsa prima, successivamente Giovan Battista Bronzini e Giuseppe Cassieri, colonne portanti di tutto il lavoro di sistemazione fiabistica e ricerca etno-pscico-storica della regione, anche se è fondamentale, per chiarezza d’intenti, distinguere i portati fiabistici provenienti da aree ben definite, dalla Terra d’Otranto alla Grecia salentina alla Terra di Bari di Capitanata fino alla Terra di Foggia, con differenze notevoli e altrettanto notevoli somiglianze che ci provengono da un passato arcaico e ben stratificato nella nostra etno-letteratura.

Nel quadro europeo ed internazionale vi è da rilevare che non sempre vi è una tradizione narrativa propria (e questo è il caso della Puglia), piuttosto vi sono fiabe di origine letteraria che, in un processo esattamente opposto a quello della fiabistica popolare come solitamente la intendiamo, sono discesi da un mondo ‘alto’ (corti nobiliari, cenacoli letterari) per diventare patrimonio popolare e subire successivi rimaneggiamenti. Tali fenomeni ovviamente non avvengono nel volgere di pochi anni, ma impiegano centinaia ed in alcuni casi migliaia di anni per giungere a noi, in una stratificazione letteraria difficile da interpretare se non con accurata ricerca storico-etnografica. In questo contesto ben si muove l’importante lavoro di Francesco Spilotros. Nei suoi “Racconti peuceti” si evince che per l’autore il ruolo e l’utilizzo della fiaba popolare non è intesa come semplice narrazione, ma come operazione intellettuale e politica. La raccolta tende ad accendere gli animi dei lettori verso una rinnovata idea di identità locale, una sorta di ricostruzione narrativa di storia nella storia della fiaba.

Del resto lo stesso Calvino, che ha dedicato anni della sua vita a raccogliere il patrimonio fiabistico italiano, consapevole dell’importanza politica di quest’azione,  ha affermato che la fiaba «è soggetta ad assorbire qualcosa dal luogo in cui è narrata, un paesaggio, un costume, una moralità, o solo un vaghissimo accenno o sapore di quel paese», come si legge in terza di copertina. Così nella raccolta spiccano per vivacità i personaggi di Ciànne, Tataranne, Compare Mbà Tré cchêule, fino all’essere sovrannaturale che anima le notti molesi, “u Gagheure”, essere misterioso e inafferrabile la cui origine si perde nella notte dei tempi, tra miti e riti di iniziazione primordiali, presente un po’ in tutta la Puglia come spiritello o augurello (cfr. Bronzini, 1983).

Di rilevante valore educativo quest’opera, dalla quale traspare il rigore dello studioso impegnato a formare coscienze e i chiari valori ai quali l’autore s’ispira. Grande l’abilità manifestata nel trattare temi delicati, chiaro esempio del fatto che ai ragazzi si possa parlare di tutto, purché si sappiano utilizzare gli strumenti linguistici e psicologici idonei.  Dunque alti gli intenti espressamente dichiarati dall’Autore, ai quali fanno da contraltare leggerezza e rapidità di scrittura, sintesi perfetta per una lettura piacevole e formativa.

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