Principale Politica Europa: territori, popoli, sovranità

Europa: territori, popoli, sovranità

Europa: territori, popoli, sovranità

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori[1]

Lo Stato che cambia

Nel 2016, quasi un miliardo e mezzo di passeggeri aerei varcarono le frontiere nazionali. Sono quasi 250 milioni le persone che vivono in Paesi diversi da quello di nascita

Nel 2021 ci sono state 632.315 richieste d’asilo in Europa ovvero 33,8% in meno rispetto al 2020. Questo significa che siamo tornati ai numeri pre-pandemia. Nel 2019 ci furono 700.810 richieste, un numero significativamente minore rispetto alle domande ricevute nel 2015 e nel 2016 che superarono il milione.

Un considerevole aumento si è fatto riscontrare in Bulgaria (212%). Polonia (179,9%) e Austria (170,3%) nel 2021. Un calo nei numeri è stato registrato in Ungheria (65,2%), Malta (38,9%), Grecia (30%), Spagna (26,2%), Finlandia (20,8%) e Svezia (13,7%).
I richiedenti asilo per la prima volta nel 2021 provenivano principalmente dalla Siria (più di 98.800 persone o il 18% del totale), dall’Afghanistan (83.700 o il 16%) e dall’Iraq                   (circa 26.000 o il 5%).[2]

Fino ad alcuni anni fa, territori e relative frontiere, poteri pubblici, ordini giuridici, diritto, soggetti del diritto, erano fenomeni unitari: su un territorio (definito da frontiere) si affermava un potere pubblico (lo Stato) chiamato a regolare una collettività (i cittadini) con strumenti giuridici (le norme). Ora ci sono territori senza governi, frontiere mobili, regolazioni globali dettati da regolatori senza territorio.

Siamo di fronte a eventi, ormai, non più nuovi. Territori senza poteri pubblici che li regolino possono solo essere governati dai Paesi circonstanti mediante trattati o in carico alle Nazioni Unite. Nasce, in altri termini, la impossibilità di fissare regole, diritti e doveri.

Gli Stati nazionali sono oggi la forma più diffusa del potere pubblico. Tutti i 193 membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sono formalmente Stati nazionali, anche se molti di questi sono composti di popolazioni appartenenti a nazionalità diverse .   (Stati plurinazionali).

L’idea di “Nazione” è associata a un territorio delimitato da una frontiera, un confine, entro il quale si esercita la sovranità dello Stato. Il confine è un elemento di organizzazione dello spazio, configura il mondo, opera come un dispositivo di inclusione e di esclusione.

Talvolta vi sono frontiere che arretrano e altre che avanzano. Esempio. L’Ucraina è divenuta indipendente nel 1991, ha raggiunto un accordo con la Russia nel 2010 per la demarcazione della frontiera. Ma fino al 2014 solo circa 200 chilometri di una linea di confine lunga più di duemila era demarcata.

Il dibattito in corso in Europa verte sul ruolo delle frontiere – la Convenzione di Schengen: complesso di accordi volti a favorire la libera circolazione dei cittadini all’interno dell’Unione Europea, mediante l’abbattimento delle frontiere interne tra gli Stati partecipanti e la costituzione di un sistema comune di controllo alle frontiere esterne dell’UE. Gli Stati europei centrali, chiedono a quelli periferici, di gestire l’immigrazione, quelli periferici che questo avvenga a carico dell’Unione e che gli immigrati vengano distribuiti fra i Paesi europei.

In Italia gli stranieri residenti legalmente sono 5 milioni e 193mila, al primo gennaio 2022 (fonte I.Stat). È di tutta evidenza che, oggi, nessuna comunità nazionale è interamente chiusa. Ma diversi sono i gradi di apertura.

Verrebbe da chiedersi in base a quali criteri vengono selezionate le persone che sono ammesse a una comunità: sulla base della nazionalità (come è successo in Germania a favore dei migranti siriani), dell’istruzione, del censo? E quanto discrezionale è questa scelta?

Tale scelta tiene conto solo degli interessi della comunità che riceve (caso degli Stati Uniti dove sono scelte persone con una istruzione superiore, che, ovviamente, contribuiscono in maniera qualificata alla vita sociale ed economica del Paese.

Secondo il punto di vista tradizionale, lo Stato è sovrano. Ma la sovranità ha molti significati, all’origine indica un potere finale, quello da cui derivano gli altri poteri. Di contro il territorio, che sembra perdere importanza a causa della elasticità dei confini e della loro “malleabilità”, si prende una rivincita e riacquista importanza in due modi diversi.

In primis il rafforzamento dei confini, quando l’immigrazione raggiunge dimensioni ritenute inaccettabili. L’altro modo in cui il territorio riacquista importanza è come indicatore di appartenenza, in quanto il cittadino di altro Stato, per il fatto di risiedere nel territorio di altro Stato, gode dei diritti civili, sociali ed economici che quello Stato assicura ai suoi cittadini. Da questa singolarità ne deriva un secondo: le democrazie nazionali sono democrazie di cittadini, non residenti, perché la collettività stanziata su quel territorio si distingue in due parti, i cittadini dotati di diritti politici e i residenti privi di tali diritti. Le comunità territoriali si dividono: i diritti civili, quelli economici e quelli sociali le uniscono, i diritti politici li separano.

Europa e Territori

L’Europa vive di crisi” sostenne l’allora ministro delle Finanze tedesco Helmut Schmidt in una conferenza tenuta il 29 gennaio 1974 al Royal Institute of International Affairs. Più tardi, nel 1976, nei suoi Mémoires, Jean Monnet ha scritto di aver sempre ritenuto che l’Europa sarebbe stata costruita attraverso crisi e che sarebbe stata la somma delle loro soluzioni.

Uno dei maggiori studiosi della costruzione europea e delle politiche comparate, Yves Meny, ha notato che – secondo molti – la Comunità prima e l’Unione poi sono state in una condizione di crisi quasi permanente; che queste crisi, in molti casi, hanno avuto effetti positivi, rafforzando le istituzioni e le politiche europee; che l’Unione va avanti grazie a due potenti macchine, la routine burocratica e le crisi.

«Crisi» è una delle parole più frequentemente usate con riferimento all’Unione Europea. È adoperata con diverse accezioni, per indicare una debolezza interna dell’Unione, la sua incapacità di svilupparsi rapidamente, gli ostacoli frapposti dagli Stati nazionali alla sua attività, le difficoltà che essa incontra a causa di eventi esterni che non riesce a fronteggiare o dominare (ad esempio, crisi economica e migrazioni).

Insomma, l’Europa sarebbe un laboratorio della crisi, e questo per alcuni sarebbe superabile, per altri dannoso. In larga misura, la percezione della crisi, della sua portata e delle sue cause varia a seconda dell’osservatore e delle sue aspettative circa il futuro dell’Unione, anche perché non di una sola crisi si tratta, bensì di una molteplicità di crisi, in epoche diverse, e talora anche nella stessa fase.

Si tratta, quindi, di una UE sempre più stretta. L’Unione ha cambiato denominazione in Stati, di una pluralità di componenti, quella transnazionale (rappresentata dalla Commissione), quella intergovernativa (rappresentata dal Consiglio) e quella popolare-multinazionale (rappresentata dal Parlamento), che sono andate crescendo insieme, con reciproche concessioni. Costretti a cooperare, gli Stati nazionali si legittimano e contemporaneamente si tengono reciprocamente sotto controllo, accettando anche di parlare a più voci: quella dei cittadini nel Parlamento, quella delle burocrazie nei comitati, quella dei sistemi giudiziari che fanno capo a una corte «più alta».

Tuttavia va riconosciuto che l’Unione è l’esempio di un potere pubblico affermatosi con grande successo in un’area dominata da Stati sovrani e bellicosi. L’Unione è capace di assicurare la pace in un’area sconvolta, negli anni precedenti, da due guerre definite, per le loro proporzioni, «mondiali», di attrarre successivamente molti altri Stati confinanti, di far affermare una moneta unica, di espandere velocemente le sue aree di competenza.  Siamo una popolazione che fa dell’Unione Europea la terza entità politica del mondo, dopo Cina e India, e prima degli Stati Uniti, con 33,5 milioni di immigrati. Un’entità politica peculiare, nello stesso tempo sovranazionale e intergovernativa, con una democrazia e un processo decisionale compositi, esempio di governance sovranazionale multilivello.

È indubbio che in materia di immigrazione la strada è ancora in salita. Certi accordi vanno rivisti e riscritti con visioni più reali e meno nazionalistiche.

Lo ha ribadito il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in questi giorni in visita nei Paesi Bassi, sul futuro dell’Europa in occasione del 30° anniversario del Trattato di Maastricht ricordando che “Maastricht è un esempio di successo, testimonia che il negoziato e il compromesso non sono esercizi “al ribasso”, bensì processi in grado di giungere a soluzioni creative e innovative, a beneficio di tutti gli attori che si impegnano con onesta determinazione sia a sostenere la propria visione sia all’ascolto di quelle degli altri. Più volte, anche negli ultimi anni, i leader europei, posti di fronte a una crisi esistenziale per l’Unione, hanno dimostrato di essere all’altezza. Non dubito che anche negli anni a venire i nostri due Paesi, insieme agli altri Stati Membri e ai Paesi candidati a diventarlo, sapranno offrire all’Europa prospettive alte e ambiziose, trovando ispirazione nel clima che qui animò le discussioni per giungere al Trattato”.

Carl Gustav Jung antropologo, filosofo, e accademico svizzero, ci ricorda “Solo un cambiamento dell’atteggiamento individuale potrà portare con sé un rinnovamento dello spirito delle nazioni. Tutto comincia con l’individuo.”

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Pino Presicci – Membro della Scuola Politica “Vivere nella Comunità” – Roma –

[1] Italo Calvino – Il Barone rampante. (1958)

[2]  Parlamento Europeo – Statistiche su asilo e immigrazione – Aggiornato al 25-07-22.

Pino Presicci

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