Principale Arte, Cultura & Società Elisabeth II, una vita tra modernità e tradizione

Elisabeth II, una vita tra modernità e tradizione

I funerali seguiti da 4 miliardi di persone -Ora riposa colei che ha regnato per 70 anni fronteggiando con coraggio e determinazione le sfide che il tempo le ha riservato –Un’icona costruita dai suoi atti e da un costante battage mediatico – Grande la sua attenzione alla cultura all’arte allo spettacolo – Quando elogiò De Sica e il suo “Umberto D “– Celebrata da film libri e spot pubblicitari

 

di Marcello Lazzerini

 

Finalmente Elisabetta II riposa nella cappella di famiglia di St. George accanto a Filippo, l’amato consorte, al padre, alla madre, alla sorella Margaret. Dall’8 settembre, giorno dell’annuncio della morte della più longeva regina della storia sul Regno di Gran Bretagna e dei Paesi del Commonwealth, al 19 settembre, giorno della sepoltura nel Castello di Windsor, sono trascorsi 12 giorni durante i quali Elisabeth è stata avvolta dall’affetto, dall’attenzione, dalla curiosità di milioni di persone. Addirittura si stima che le dirette tv diffuse dalla BBC abbiano consentito di seguire minuto per minuto il solenne cerimoniale delle esequie da ben 4, 1 miliardi di spettatori globali. Un vero e proprio Guinness dei primati.

Ora che le dirette-maratona a reti unificate sono cessate, resta il ricordo di interminabili liturgie sepolcrali, emozioni, sorrisi e lacrime, di Royal family apparentemente unita, di folle commosse e orgogliose di partecipare ad uno straordinario, irripetibile rito collettivo, di molti capi di stato, tra cui i “potenti della terra” (così li definiscono) che si sono ritrovati per una volta come cornice di un evento la cui protagonista era lei, solo lei: Elisabetta II. Certo, le luci e le telecamere si riaccenderanno ancora per l’incoronazione di Carlo III. Ma ci sarà un periodo di tregua, durante il quale si spera i potenti si decidano ad agire con la necessaria determinazione per la cessazione delle guerre in atto e l’avvio di politiche di pace e di disarmo. Come da tempo invoca anche Papa Francesco.

 

E ad avviare, nei fatti e non a parole, quelle misure volte a salvare il pianeta dalla catastrofe già in corso, indicate dagli scienziati e dai movimenti giovanili (come Friday For Future e tanti altri), che guardano – loro sì – al futuro. E non al passato. E’ in queste ore che ci si interroga sulla tenuta del Regno Unito dopo che la morte della Regina ha chiuso, così dicono, un’epoca storica. C’ è chi si attende presto un gesto, un segnale importante da Carlo III, noto ambientalista e sensibile ai destini del pianeta. Intanto, ci sarà anche occasione di avviare una riflessione su quella che è stata la figura di Elisabetta II, di cui in queste lunghe giornate sono state diffuse – anche da emittenti italiane – immagini inedite sui suoi anni giovanili, di ragazzina partecipe delle sofferenze e della lotta del proprio popolo, e delle democrazie occidentali, contro gli invasori e sterminatori nazisti. In attesa, proviamo a ricostruire, a volo d’uccello, il profilo di questa Regina che ha suscitato tanta commozione e affetto.

“Quando la vita sembra dura, i coraggiosi non si sdraiano e accettano la sconfitta, ma sono ancora più determinati a lottare per un futuro migliore.” E’ una delle dichiarazioni più aderenti alla immagine che di sé ha dato la Regina Elisabetta II, spentasi pacificamente all’età di 96 anni, l’8 settembre scorso, nella sua residenza di Balmoral. Il coraggio non le è mancato nei suoi 70 anni sul trono del Regno Unito (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord) e del Commonwealth, il periodo più longevo di tutti, anche della Regina Victoria che pure ha segnato un’epoca. Coraggio e longevità, fatti questi ampiamente ricordati nei giorni di lutto e di cerimonie celebrative svoltesi, talvolta eccessive, in varie parti del mondo.

Certo, l’ondata emotiva, dovuta innanzitutto all’immagine che Queen Elisabeth II, si era conquistata in tutti questi anni, è destinata a durare ancora un po’, Verrà tuttavia anche il momento per una riflessione più distaccata sul ruolo svolto in questi 70 anni di regno dalla Regina Elisabetta, la quale si è trovata a dover conciliare la tradizione con i grandi cambiamenti politici, sociali, di costume e climatici. Vedranno allora storici e analisti politici se è stata all’altezza delle sfide che ha dovuto affrontare. Intanto, registriamo quanto l’ondata popolare di lutto e di affetto per la regina scomparsa manifestatasi anche oltre i confini del Regno, sia frutto oltreché di ragioni storiche, di un potente e suggestivo fenomeno mediatico spiegabile con il fatto che il Regno Unito (con molti scricchiolii) ha rappresentato e tutt’ora rappresenta una grande potenza sotto tutti i profili: economico, militare, scientifico, culturale, politico, mediatico, e democratico. E vanti una lunga tradizione, che i suoi sudditi per secoli hanno percepito come un ordine naturale delle cose.

 

Da tempo non è più così, tant’è che ciclicamente si sono affacciate voci prefiguranti il declino del regime monarchico, ma puntualmente sovrastate dall’attaccamento alla monarchia, a quella tradizione che Queen Elisabeth ha saputo interpretare e far convivere con la modernità, talvolta con allegria talaltra con spregiudicate operazioni di marketing volte a diffondere nel mondo l’immagine del made in Britain, come quando si rese partecipe non senza autoironia di uno spot di non eccelso gusto, ma di immancabile risonanza, quello della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Londra, del 27 luglio 2012. Nel video proiettato all’Olympic Park, James Bond, interpretato da Daniel Craig, si recava a Buckingham Palace per incontrare Sua Maestà (affiancata dai suoi amati corgi) e poi accompagnarla allo stadio in elicottero. Il breve film si chiudeva con la regina che si lanciava nel cielo londinese con un paracadute recante i colori della bandiera inglese: i due paracadutisti, uno dei quali vestito proprio come la sovrana, atterrarono all’Olympic Park mentre Elisabetta sorrideva soddisfatta dalla tribuna.

 

A simili inusuali appuntamenti Elisabeth non si è sottratta quasi mai. Uno spot spericolato ed eccessivo val bene un Regno. Uno carino e divertente, come quello del thè sorseggiato con l’orsetto Paddington, è ancor più gradevole. Sì, lei ha conservato e rafforzato la propria popolarità anche con sortite del genere, oltreché con i suoi proverbiali cappellini e abitini colorati, lanciando una moda tutta sua, con le sue passioni per i cavalli (ne possedeva una trentina) per i suoi speciali cagnolini, la sua partecipazione alle manifestazioni sportive e il suo legame con i personaggi dello spettacolo, dell’arte e dello star system, alcuni dei quali nominati sir, ovvero baronetti, come i Beatles, Elton John, Angelina Jolie, David Beckham, Emma Thompson, Andrew Lloyd Webber, il re del musical inglese creatore di ‘Evita’ e ‘Jesus Christ Superstar’, David Niven, il regista Alain Parker, la cantante Sade, e vari altri. Ma c’è anche una lista dei “baronetti mancati”, una lunga lista di rifiuti : 277 fra il 1951 e il 1999, un gotha delle lettere e delle arti, tra cui Alfred Hitchcock, il regista di “Psycho”, il padre del thriller cinematografico, e due tra i più grandi pittori contemporanei inglesi, Lucian Freud e Francis Bacon, oltre allo scultore Henry Moore, e ad una pattuglia di scrittori, tra cui C. S. Lewis, l’autore di “Le cronache di Narnia”, Graham Greene (1956), Aldous Huxkley (1959), autore de “Il mondo nuovo” ed altri ancora.

 

E’ noto il caso di John Lennon, che dopo avere accettato la nomina a baronetto l’aveva restituita per protesta contro il coinvolgimento della Gran Bretagna nella guerra civile in Nigeria nel 1966. Resta il fatto, che molti artisti l’hanno omaggiata, addirittura è stata una dei soggetti più dipinti e fotografati della storia. Il primo ritratto ufficiale è quello che la vede adornata con tutte le insegne della Corona Imperiale, con tanto di globo, scettro e mantello di ermellino, realizzato da Cecil Beaton nel 1953. È del 1985, il ritratto di Andy Warhol Reigning Queens, nel mezzo c’è anche il ritratto del nostro Pietro Annigoni (definito “il pittore delle regine”), uno degli ultimi il graffito di Banksy che l’ha immortalata con il trucco di Ziggy Stardust a Bristol. Vicina al mondo del cinema, Elisabeth è stata rappresentata più volte: nell’indimenticabile The Queen ( girato nel 2006 da Stephen Frears), notevole la somiglianza di Helen Mirren ( premio Oscar per la migliore interpretazione), ambientato nei giorni difficili della morte di Lady D (Tony Blair l’avrebbe consigliata ad affrontare la tragedia “umanizzandola”), o in Una notte con la Regina di Julian Jarrold ( 2016), che mostra una ragazza giovane, piena di voglia di vivere, ambientato la sera dell’8 maggio 1945, giornata della vittoria degli Alleati contro la Germania nazista. Giorgio VI, suo padre, si appresta a parlare all’Inghilterra via radio, superando la sua balbuzie, e le figlie Elizabeth – futura Regina Elisabetta II – e Margaret vogliono unirsi al fiume di gente che festeggia per le strade di Londra.

 

Quel discorso è stato magistralmente narrato nel film di Tom Hoper sull’ascesa al trono di Georgio VI in seguito all’abdicazione del fratello: 4 premi Oscar, tra cui quello a Colin Firth per l’interpretazione. Riguardo alla sua attenzione al cinema, merita di essere riferito un aneddoto che riguarda il cinema italiano: visionata la pellicola di Umberto D il capolavoro di Vittorio De Sica, la regina ne rimase molto colpita e volle che fosse proiettato a Buckingham Palace. E a tavola, parlando con Vittorio De Sica che le sedeva a fianco, tra una patatina e un caffè, la Regina, “parlò lungamente del nuovo cinema italiano – ricordava De Sica – che era “real” e non “unreal” come quello americano, parlò lungamente manifestando una conoscenza profonda del nostro cinema, della nostra letteratura, della pittura, della scultura italiana.” Questo endorsement indusse, i politici e quanti ne osteggiavano la diffusione in quanto mostrava un ‘Italia povera che si voleva nascondere, a consentire la proiezione nelle sale italiane dell’ultimo capolavoro del grande regista, uno dei padri del “neorealismo”.

 

Se sul piano mediatico, artistico e culturale Elisabeth è risultata pienamente all’altezza della situazione, maggiori approfondimenti meritano le vicende politiche, sociali e umane che hanno sconvolto durante il suo regno, il mondo. Dal secondo dopoguerra alla Guerra Fredda, dal Vietnam al movimento pacifista, dalle guerre in Medio Oriente alle Falkland, dalla caduta del Muro di Berlino alla dissoluzione del comunismo sovietico, dal Thatcherismo alla Brexit, Elisabetta di Windsor ha vissuto in prima persona i cambiamenti avvenuti a cavallo di due secoli, diventando per molti un punto fermo. Sebbene il suo ruolo non consentisse interferenze nella politica inglese, non sono mancate sue chiare prese di posizione, espresse in varie occasioni. «Quando arriverà la pace, ricordate che sarà per noi, i bambini di oggi, rendere il mondo di domani un posto migliore e più felice» fu il suo primo discorso rivolto via radio ai bambini del Commonwealth dalla principessa Elizabeth, ancora Lilibet, per i suoi cari, il 13 ottobre 1940. Mai avrebbe immaginato che 12 anni dopo a soli 26 anni, a seguito della morte del padre, la corona regale sarebbe finita sulla sua testa.

 

In questi giorni vengono riportate altre sue frasi celebri che toccano vari aspetti della sua vita: dell’amato Filippo, 73 anni insieme (dal 20 novembre del ’47, giorno delle nozze nell’Abbazia di Westminster, alla morte del principe, 9 aprile 2021 a 99 anni ) con il quale ha fatto 4 figli, ricordava spesso gli anni di gioventù e l’amore per la sua guida spericolata sulla sua minuscola MG a bordo della quale “era divertente viaggiare, solo che era come sedersi per strada e le ruote alte quasi quanto la testa di qualcun”. Quanto all’amore disse: «È sempre stato facile odiare e distruggere. Costruire e amare è molto più difficile» (auguri natalizi del 1957) diffusi per la prima volta in tv. Diana è stato un suo grosso problema, non facile da gestire: inizialmente era rimasta al castello di Balmoral, tenendo i suoi nipoti William e Harry, lontani dal pubblico. Poi, spinta dalle pressioni della stampa e del primo ministro Tony Blair, era tornata a Londra per parlare direttamente al pubblico. Ecco ciò che disse alla Nazione il 5 settembre 1997: “quello che vi dico ora, come vostra regina e come nonna, lo dico con il cuore. In primo luogo, voglio rendere omaggio a Diana io stessa. L’ho ammirata e rispettata, per la sua energia e il suo impegno verso gli altri, e soprattutto per la sua devozione ai suoi due ragazzi» Anche sulla pandemia ha detto la sua: “potremmo avere ancora molto da sopportare, torneranno giorni migliori: saremo di nuovo con i nostri amici; saremo di nuovo con le nostre famiglie; ci rincontreremo» (discorso alla nazione il 5 aprile 2020).

 

Elisabeth ha sempre propugnato la “politica dei piccoli passi”. «Vale la pena ricordare che spesso sono i piccoli passi, non i salti da gigante, che determinano il cambiamento più duraturo». Qui c’è tutta Elisabeth II, regina per 70 anni, durante i quali ha saputo tener ferma la barra del timone del mondo britannico e della “ditta” così’ definita da Giorgio VI, ovvero il fondo sovrano che comprende un vasto patrimonio familiare. Ciò lo ha fatto con fermezza e saggezza, nonostante i marosi che hanno minacciato la Royal family. Niente a che vedere con le vicende lontane nel tempo, e che emozionano il grande pubblico dei teatri di tutto il mondo, sulle quali il più grande poeta e drammaturgo inglese, William Shakespeare, aveva inzuppato la penna e riempito le scene di regicidi follie, ambizioni, spettri, tanto che di una delle sue tragedie (il Macbeth) si evita di pronunziare il nome, in quanto fonte di sfortuna, mentre nella sua più celebre tragedia ( l’Amleto), c’è una battuta di Marcellus citata ogni volta che c’è qualcosa di losco: C’è del marcio in Danimarca (Something is rotten in the state of Denmark) . Certo, non solo in Danimarca. Né solo in Gran Bretagna. Saprà Carlo III essere all’altezza delle situazioni che si presenteranno? A Lui non si chiede si essere come sua madre, non potrebbe, ma di essere se stesso, statista e uomo sensibile e impegnato sul fronte dell’ambientalismo, e della pace mondiale, questione primaria oggi di ogni politica seria e responsabile.

 

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