Principale Arte, Cultura & Società Coraggio e paura nel Medioevo

Coraggio e paura nel Medioevo

Assedio, dettaglio di miniature, Cronache di Hainaut, fine XIV secolo.

Per parlare di coraggio nel Medioevo partiamo dalla letteratura dotta, di matrice clericale, in cui si evidenzia la virtù della fortezza, sentimento a metà tra l’audacia e la timidezza vicino al nostro concetto di coraggio.
Dal XII secolo quest’ultimo, in quanto passione o comportamento ideale, trova spazio nelle fonti scritte come virtù dei “prodi” e dei “valorosi”, forti per severo allenamento e costante sacrificio.

Dettaglio dal trittico della Battaglia di San Romano, Paolo Uccello,1438 circa, National Gallery, Londra.

Siamo abituati a pensare ad un Medioevo necessariamente cavalleresco e fantastico in cui il coraggioso di turno trionfa da solo sull’universo o spesso e volentieri, perde la vita nel tentativo. Tutto questo senza il minimo tentennamento.
In realtà, il cinema e la letteratura ci insegnano una lezione sbagliata.

L’enfasi posta sull’audacia individuale non deve trarci in inganno, protraendo il mito errato della guerra medievale inteso come susseguirsi infinito di duelli.
Tutto a scapito del coraggio collettivo delle truppe.
Niente di più sbagliato.
Infatti, la reputazione del valore delle schiere armate era tenuta in gran conto, ricercata e premiata (anche con mensilità come, ad esempio, fu istituito a Firenze nel XIV secolo).

Miniatura dal Codex Manesse 43v, 1300 – 1340 circa

Lo studio del coraggio si collega all’umano calcolo del rischio sul campo di battaglia. Ogni azione o operazione militare valutava i suoi pro e contro, tenendo in considerazione il pericolo senza scadere nel fanatismo suicida.

L’importante era non farsi vincere dalla paura, componente psicologica determinate, madre delle fortune o disgrazie di interi eserciti. Se da una parte, si poteva instillare paura nell’avversario, minando tutte le sue certezze, producendo un “effetto domino” per il quale intere schiere e fortezze capitolavano l’una dietro l’altra, dall’altro lato, pur se numericamente superiori ma attanagliati dal terrore, si poteva crollare miseramente come un castello di carte nel vento.

Alla paura si ricorse sin dall’antichità. Ne ebbero gli Atuatuci della Gallia Belgica di fronte alla potenza dei Romani, intenti a spingere una maestosa torre d’assalto. Se in grado di trascinare macchine così grandi, gli eserciti di Cesare dovevano avere una forza straordinaria. Ritenendo i romani divini, gli Atuatuci si arresero immediatamente.

Miniatura dalla Bibbia Maciejowski, 1250 circa.

Lo spiegamento delle forze umane e dei macchinari sul campo, ebbe forte impatto in altre occasioni. A proposito dell’assedio di Durazzo nel 1081, Anna Comnena racconta il terrore degli abitanti della città alla vista delle imponenti torri d’assedio dell’esercito assediante, capeggiato da Roberto il Guiscardo. Stessa cosa valeva per i trabucchi, utilizzati ad esempio nel XIII secolo da Genova contro la ribelle Vernazza o per il fuoco, utilizzato a scopi intimidatori (ad esempio dai Comaschi contro Milano nel 1120).

Insimma, avere paura era umano e, a parte l’inevitabile parzialità dei cronisti sui loro concittadini, pur se in rari casi se ne riportavano le debolezze e la fuga. “Fuggire non è vergogna” avrebbe detto il comandante Belisario secondo Procopio di Cesarea giustificando quel sentimento che nel XII secolo sarebbe stato interpretato come sinonimo di prudenza e umiltà. Anche Federico Barbarossa, nel 1160, dopo la battaglia di Carcano, annunciò di aver raccolto i suoi uomini in fuga con l’aiuto di Dio.

Dunque, ben venga anche la paura, riportata e attestata dai cronisti. Alla fine del Duecento, Egidio Romano parla di un terrore così forte da rendere impossibili le operazioni di comando. Nel 1238, tra urla disperate, gli uomini del marchese d’Este fuggirono impauriti davanti alle schiere di Ezzellino da Romano. Per questi motivi, per esorcizzare il timore, oltre alle funzioni religiose prima del conflitto, si ritiene possibile l’esistenza di una sorta di “superstizione militare” basata sull’uso di amuleti protettivi e pratiche scaramantiche.

Bibliografia:

Carlo Carena (a cura di), De Bello Gallico, Cesare,Oscar Mondadori.1987
Aldo A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Laterza, 2009
Aldo A. Settia, Battaglie medievali, il Mulino, 2020
Philippe Contamine, La guerra nel Medioevo, il Mulino, 2014

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