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La Stagione d’Opera e Balletto riprende con Roméo et Juliette di Charles Gounod, per la regia di Èric Ruf

BARI – Mercoledì 14 settembre alle 20.30 al Teatro Petruzzelli andrà in scena la prima dell’opera Roméo et Juliette di Charles Gounod, per la regia di Èric Ruf, ripresa da Céline Gaudier, e la direzione di Jordi Bernàcer, Maestro del Coro Fabrizio Cassi.

Lo spettacolo è una Produzione Opéra Comique in coproduzione con Opéra de Rouen Normandie, Bühnen Bern e Fondazione Teatro Petruzzelli.

I costumi sono di Christian Lacroix, le scene di Èric Ruf, il disegno luci di Bertrand Couderc, le coreografie di Glyslein Lefever.

A dar vita all’opera: Claudia Pavone (Juliette 14, 16, 18 settembre) Ani Yorentz (Juliette 15, 17 settembre), Ivan Magrì (Roméo 14, 16, 18 settembre), Mario Rojas (Roméo 15, 17 settembre), Byung Gil Kim (Frère Laurent 14, 16, 18 settembre), Ugo Guagliardo (Frère Laurent 15, 17 settembre), Christian Senn (Mercutio 14, 16, 18 settembre), Gustavo Castillo (Mercutio 15, 17 settembre), José Maria Lo Monaco (Stéphano), Rocco Cavalluzzi (Capulet), Valerio Borgioni (Tybalt), Antonella Colaianni (Gertrude), Jungmin Kim (Le Duc de Véron), Murat Can Guvem (Benvolio), Marcello Rosiello (Gregorio), Carmine Giordano (Le Comte Pâris), Carlo Sgura (Frère Jean).

In replica giovedì 15 e venerdì 16 settembre alle 20.30, sabato 17 settembre e domenica 18 settembre alle 18.00.

Informazioni: 0809752810. 

ROMÉO ET JULIETTE: UN MITO ANTICO DALL’ANIMA GIOVANE 

Intervista al regista Éric Ruf 

Lei ha diretto la messa in scena della tragedia originale di Shakespeare alla Comédie-Française ed ora l’adatta all’opera di Gounod: è una novità assoluta?

L’esperienza che mi è stata offerta dall’Opéra-Comique è preziosa: è raro infatti che un regista crei lo stesso lavoro nel teatro di prosa e all’opera. Questo è un progetto che ha un duplice approccio, economico ed ecologico, poiché vengono mantenuti pressoché inalterati costumi, scenografie e naturalmente lo stesso team di creazione artistica della produzione andata in scena alla Comédie-Française.

Non si tratta tuttavia di una ripetizione in senso stretto, si potrebbe invece parlare di una progressione. Nell’opera il numero di persone sul palcoscenico cresce grazie alla presenza del coro e dei danzatori, inoltre i cantanti lirici arricchiscono di ulteriori significati ciò che nella prosa è semplice narrazione.

Le caratteristiche del genere operistico sono molto diverse da quelle della prosa, soprattutto per quel che riguarda lo sviluppo temporale dell’azione scenica nonché il significato degli interventi musicali.

Gli autori del libretto si sono basati su di una elaborazione settecentesca dell’opera, mentre invece per la mia regia ho preferito mettere in scena una fedele traduzione della tragedia di Shakespeare il cui autore è François-Victor Hugo. Forse la differenza più notevole è la sorprendente capacità di recupero dei cantanti lirici rispetto agli attori di prosa, quando ad esempio si tratta di tener testa al “veleno” shakespeariano. I primi infatti cantano ancora quando i secondi hanno da tempo finito di avere le convulsioni. Per questa ragione nell’opera di Gounod, Juliette soccombe alla pozione datale da Frère Laurent proprio nel bel mezzo della cerimonia nuziale, mentre nella versione in prosa ciò avviene molto prima, ovvero nella solitudine della sua camera da nubile.

Nonostante queste differenze sostanziali, durante la preparazione dell’opera sono rimasto piacevolmente sorpreso dalle tante analogie che ho riscontrato nelle idee drammaturgiche di Gounod e di Shakespeare. Quest’opera inoltre corrisponde talmente bene al mio modo di intendere la tragedia di Shakespeare, da convincermi ad affrontare quest’avventura con grande convinzione.

La produzione dell’Opéra Comique è stata creata nel 2015. Con quale spirito l’ha concepita?

Uno degli intenti artistici della Comédie-Française è quello di riproporre, dandogli però nuova vita, opere leggendarie che sono parte integrante del patrimonio collettivo, eppure Roméo et Juliette non vi veniva rappresentata dal 1954. Cercando di comprendere le ragioni di questa lunga assenza, mi sono reso conto che il mito è talmente vivo nella nostra memoria collettiva da essere divenuto autarchico, e dunque spesso molto distante dalla complessa realtà dell’opera di Shakespeare, restituendone solo un’ombra vaga e rielaborata di quel che realmente è. Questa distanza mi ha tuttavia affascinato, così come sono affascinato dalla ricchezza dell’immaginario collettivo che si costruisce sempre attorno ai grandi classici di repertorio. Si parla spesso di tradizione interpretativa degli attori, ma in verità ciò esiste anche tra gli spettatori. Le tante letture stratificate nel corso dei secoli, incisioni, copertine di tascabili, film, opere liriche, o addirittura l’idea del balcone in Rostand che egli chiaramente mutua dalla tragedia di Shakespeare… Queste complesse stratificazioni alterano la lettura dell’opera e ne fanno perdere la sua forma originale: la rudezza, la ricchezza e l’umorismo dei versi di Shakespeare vengono filtrati talmente da essere quasi cancellati.

Per dare inizio a questa impresa era dunque necessario tornare alle origini, provare a percorrere quella direzione creativa ereditata dal grande regista Patrice Chéreau: raccontare semplicemente una storia. Perciò ho voluto leggere i versi di Shakespeare in modo assolutamente letterale, cercando di rimuovere i tanti filtri culturali, di eliminare gli strati accumulati nel tempo di “sedimenti percettivi”. Shakespeare possiede una straordinaria capacità di narrazione e Romeo e Giulietta è un’opera eccezionalmente ricca; inoltre non stiamo parlando di un autore stantìo e univoco, ma di chi ha creato Sogno di una notte di mezza estate e Macbeth messi insieme.

Per far percepire pienamente questo testo è stato necessario spostare l’attenzione, provare ad ambientarlo in un’epoca intermedia, con un’estetica sufficientemente fuori contesto storico originale e così contemporanea, da permettere al pubblico di non farsi distrarre subito da un’intenzione stilistica, quanto piuttosto di lasciarsi trasportare dalla storia.

Da qui l’ispirazione all’Italia per il progetto delle scene.

È certamente l’Italia, ma bensì povera, dove la memoria dei fasti di una civiltà gloriosa è ben visibile sulle belle ma fatiscenti mura. Un sud Italia dove il caldo grava sulle piazze e infiamma gli spiriti, ambientato nel periodo storico tra le due guerre mondiali in cui il sentimento religioso è estremamente rispettato, dove le paure irrazionali e le credenze popolari sono ancora molto vive e dove la qualità del linguaggio è ancora più percepibile, poiché non è affogata nei velluti moiré e nelle pellicce del Rinascimento, ma si scontra crudamente con la grandezza perduta delle facciate scrostate. È anche l’Italia delle vendette e dei delitti che vengono tramandati di generazione in generazione e per così lungo tempo, da non rendere più possibile risalire alle antiche ragioni degli antagonismi.

Nell’allestimento della Comédie-Française mi sono affidato ad un commento musicale tratto da vecchie canzoni popolari italiane; ascoltando invece la musica di Gounod, con la sua ricchezza e con le melodie concepite attingendo ad una sorta di grande “memoria musicale popolare”, ho potuto notare che non vi fosse alcuna incongruenza creativa tra una messa in scena e l’altra, ma che al contrario possedessero una propria interessante continuità.

Nel teatro, come nell’opera e senza dubbio nelle rappresentazioni originali al Globe Theatre, la scenografia deve aderire ad un’esigenza di fluidità narrativa. Nulla è mai immobile nell’opera di Shakespeare e ogni tipo di allestimento può presentare delle criticità: in soli due o tre giorni Giulietta e Romeo si incontreranno, si ameranno e moriranno. Per questa ragione ho immaginato di utilizzare in scena delle torri, tanti pilastri di gusto antico la cui versatilità strutturale può suggerire l’idea di un’agorà, oppure di un interno, oppure di un percorso labirintico, solleticando ogni volta la capacità immaginativa dello spettatore. Spesso la camera nuziale e quella funeraria presentano un’architettura simile, proprio come accadeva nelle stanze da letto dei nostri antenati, luoghi dove le persone nascevano, partorivano, morivano. Insomma, ogni fase importante della vita poteva accadere indifferentemente sotto lo stesso tetto.

Spogliato del suo romanticismo decorativo, cosa ci dice infine il mito di Romeo e Giulietta?

Questo mito resiste soprattutto per la sua capacità devastante. Non è necessario comprenderlo questo amore, o individuare quale sia la sua natura e la sua origine, ma riconoscerne la corsa folle. Romeo e Giulietta sono amanti che sanno bene seppure intuitivamente, come far nascere l’amore, tuttavia sanno altrettanto bene che presto dovranno affrontare la morte in un gioco in cui ciascuno interpreta a turno il ruolo di Orfeo e della sua Euridice. Ciò mi fa venire in mente La nuit sexuelle di Pascal Quignard, opera che questi due amanti avrebbero letto con stupore. Un amore folle per le trincee, per le guerre civili. Consumare tutto sino ad essere a loro volta consumati.

Il vero romanticismo è permeato solo da questa idea, ecco perché va veloce, perché vive e muore in fretta. Per questo ha un’anima giovane pur non essendo affatto ingenuo. Ha in sé anche un senso di animalità, morte, violenza, sangue. In questo dramma infatti la gente combatte con il coltello, si uccide, sanguina. Per l’ultimo quadro sulla scorta di queste suggestioni, ho pensato a Palermo e alle sue catacombe, dove i corpi dei morti sono disposti in piedi e vestiti con il loro abito migliore, quello “della domenica”. Un luogo dove la fresca bellezza di Giulietta contrasta con le guance decrepite di coloro che l’hanno preceduta nella tomba, probabilmente anch’essi vittime di odi secolari.

Ci parli dei personaggi.

Romeo è percepito come un giovane eroico e brillante, ma in realtà incarna l’antieroe per eccellenza, poiché è all’opposto dell’ideale di amante romantico o del leader. Corteggia una ragazza di nome Rosaline fino a quando incontra Juliette e l’amore che prova per lei gli permette di sfuggire per un po’ al giogo della famiglia e al suo destino già segnato. Juliette possiede invece una natura incredibilmente forte e trasgressiva. In generale, anche se nell’opera questo aspetto appare un poco più attenuato, ogni personaggio presenta una tensione tra la sua funzione drammatica e la sua interiorità.

Assumendo una collettiva funzione gioiosa nel dramma, il coro serve a Gounod anche ad esprimere questa idea: ogni personaggio è pieno di vita e di speranza, nessuno di loro merita di subire l’assurda violenza e quel destino mortifero impostgli dalla vendetta familiare.

L’opera inizia con un prologo che viene eseguito sul proscenio a sipario chiuso, da tutti i personaggi. Questa scelta crea un contatto diretto tra gli attori del dramma e il pubblico, attivando un rapido ed efficace processo di identificazione. Gli interpreti

rimangono in scena e a sipario aperto, entrano nei loro ruoli per prendere parte al ballo del primo atto. Nel corso dello spettacolo il coro interpreterà anche i gruppi delle famiglie antagoniste dei Capuleti e dei Montecchi, servendosi di gesti molto semplici: un modo di acconciarsi i capelli o rimboccarsi le maniche. Nel mostrarli così palesemente simili ho voluto evidenziare e sottolineare quanto assurda fosse la profonda ostilità dei loro reciproci comportamenti. 

ROMÉO ET JULIETTESinossi

ATTO PRIMO

A Verona, nel palazzo dei nobili Capuleti

In casa Capuleti si sta tenendo una grande festa in maschera. Tra gli invitati si aggira Tybalt, cugino di Juliette, ed anche il conte Pâris, giovane di nobile rango promesso sposo della fanciulla. In quel momento arriva alla festa un altro gruppo di giovani: in incognito tra loro vi è Roméo componente della famiglia rivale dei Montecchi, accompagnato dal suo fido amico Mercutio. Roméo ha il cuore oppresso da cupi presentimenti, ed è incerto se rimanere in quel luogo pericoloso. Mercutio però lo consola sostenendo che di certo egli è stato visitato da Mab, regina dei sogni e ricordandogli quanto fallace e menzognera sia la sua natura, gli chiede di restare. Giunge il padrone di casa con sua figlia Juliette: egli la presenta agli ospiti i quali restano affascinati dalla sua bellezza. Roméo ad un certo punto nota la ragazza e folgorato da lei se ne innamora perdutamente, ignorando però che si tratti di una Capuleti. La nutrice Gertrude che sempre accompagna Juliette, si spertica in lodi decantando le doti del suo promesso Pâris, ma la giovane non l’ascolta: lei vorrebbe vivere la sua giovinezza senza dover pensare ancora al matrimonio. Durante la festa, Roméo riesce ad avvicinare la giovane e ad esprimerle con slancio l’intensa emozione

che prova grazie alla maschera che gli cela il volto. La sua vera identità viene però svelata dal cugino Tybalt. Roméo è dunque costretto ad allontanarsi trascinato via di forza da Mercutio, mentre il padre di Juliette placa la rabbia di Tybalt ed esorta i suoi invitati a proseguire festosi le danze.

ATTO SECONDO

Di notte, nel giardino di Palazzo Capuleti.

Con l’aiuto del suo paggio Stéphano, Roméo si introduce nottetempo nel giardino dei Capuleti, e si ferma sotto la finestra illuminata della camera di Juliette. Preso il coraggio a due mani, si lancia in lodi alla bellezza dell’amata: Juliette riconosciuta la voce del giovane e attratta dalle dolci parole d’amore, appare al balcone e gli confessa di ricambiare i suoi sentimenti, sebbene appartengano a due famiglie rivali. L’idillio è però interrotto da Grégorio ed altri valletti dei Capuleti, i quali sospettano la presenza di un intruso. La nutrice Gertrude richiama la fanciulla in casa più volte, ma i due innamorati riescono a riprendere il loro colloquio amoroso fino a giurarsi reciprocamente amore eterno. Con il cuore colmo di gioia, Roméo augura una dolce notte alla sua amata e i due innamorati si lasciano con la promessa di rivedersi l’indomani.

ATTO TERZO

Quadro primo | Nella cella di Frère Laurent

Roméo si reca da Frére Laurent assieme a Juliette e la fida nutrice Gertrude: i due giovani desiderano sposarsi in segreto il prima possibile per suggellare il loro amore, evitando così a Juliette il penoso obbligo di sposare un uomo che non ama e che li separerebbe per sempre. Il religioso accetta con entusiasmo, nella speranza che la purezza del loro sentimento possa finalmente spegnere gli antichi astii familiari. Celebrata la cerimonia con Gertrude a far da testimone, Juliette si avvia con lei in attesa di rivedere l’amato la sera stessa.

Quadro secondo | Nella strada di fronte alla dimora dei Capuleti

Stéphano il paggio di Roméo, racconta in tono provocatorio la storia di una tortorella che presto scapperà dal nido per amore. Una chiara allusione alla vicenda di Juliette che provoca la collera dei Capuleti. Grégorio, assieme ad altri valletti, sfida a duello Stéphano per lavare l’offesa. Mercutio interviene in aiuto al paggio e a quel punto anche Tybalt si aggiunge alla mischia. Giunto sul luogo della rissa, Roméo cerca di ristabilire la pace ispirato dall’amore, incurante delle provocazioni dei Capuleti che lo accusano di essere un vile. Le sue esortazioni non hanno purtroppo alcun esito e da quel momento gli eventi precipitano: alla fine di una feroce schermaglia, Tybalt uccide Mercutio. La morte del suo amico più caro fa esplodere la rabbia di Roméo che per risposta trafigge Tybalt. Questi, in punto di morte, chiede al padre di Juliette di affrettare il matrimonio con Pâris. Il duca di Verona che ha assistito alla parte finale della contesa, prende atto di quanto incolmabile sia il dissidio che divide le due famiglie. Perciò esilia Roméo da Verona, intimandogli di abbandonare la città entro la sera stessa.

ATTO QUARTO

Quadro primo | Nella stanza di Juliette. È notte.

Nonostante la gravità del gesto, la fanciulla perdona a Roméo l’uccisione di suo cugino, dato che l’amato ha agito per legittima difesa. Alle prime luci dell’alba, però Roméo deve lasciare Verona e i due giovani sono costretti a salutarsi. Una volta rimasta sola, Juliette deve farsi forza per poter affrontare la difficile prova che l’aspetta.

Quadro secondo | Nel palazzo dei Capuleti

Partito Roméo, giunge Capulet in compagnia di Frére Laurent per comunicare alla figlia la sua decisione irrevocabile: quel giorno stesso lei dovrà sposare il conte Pâris. Il religioso sa perfettamente quanto sia disperata la situazione e necessiti di una soluzione rapida e sicura, perciò rimasto solo con Juliette, le comunica il suo piano: intende darle un potente narcotico da lui preparato, in grado di simulare la morte in chi ne beve. Egli lo ritiene l’unico modo per sfuggire alle nozze impostele dalla famiglia: tutti la crederanno morta ma quando il giorno successivo si risveglierà, potrà fuggire felice con il suo amato Roméo. La fanciulla si affida al consiglio del frate e ingerisce la pozione. La cerimonia nuziale ha dunque inizio come stabilito, ma poco prima che il conte Pâris le metta l’anello al dito, Juliette viene meno tra lo sgomento generale.

ATTO QUINTO

Nella cripta dei Capuleti

Poiché Frére Laurent non riesce ad avvertire Roméo dello stratagemma, il giovane crede che Juliette sia effettivamente morta. Giunge trafelato alla cripta dove sono sepolti i Capuleti e alla vista dell’amata esanime eppure bellissima, caduto in preda ad una profonda disperazione, beve un veleno mortale poco prima che lei si risvegli. Mentre il giovane già sente il rapido diffondersi del veleno, Juliette rinviene: i due giovani fanno appena in tempo a riconoscersi e a dichiararsi eterno amore reciproco; poi Juliette presa coscienza della terrificante realtà, che il suo amato sta morendo davvero, si uccide con il suo pugnale per essere unita a lui per sempre.

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