Principale Politica I non detti della città candidata a capitale della cultura

I non detti della città candidata a capitale della cultura

di Matteo Notarangelo*

Da consigliere comunale non posso tacere. “Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia”.

La città è in profonda crisi, ma c’è chi continua a dire scemenze per restare incollato alla poltrona.

La città non ha l’indispensabile. Non ci sono bagni pubblici aperti. È priva di un’aula consiliare. Il cinema-teatro è un sogno. L’uso degli spazi pubblici – per tenere una conferenza cittadina – si paga, mentre si impegnano i primi 71.000 euro per una strampalata candidatura della città a capitale della cultura (sic!).

Dai volti della gente traspare mestizia e tanta rassegnazione, impotenza. Il torpore sociale favorisce il silenzio, il sonno di un popolo privato del suo protagonismo. Ed è quando il sonno della ragione si manifesta, si espande che diventa contagioso e favorisce l’affermarsi di miseri mistificatori, demagoghi, “piccoli” tiranni di provincia.

Nelle città del Sud, questa “razza politica” la trovi asserragliata nei municipi. In quei periferici centri abitati, la “casa comunale” è diventata “casa loro”. Nessuno la controlla e nessuno  richiama i suoi “proci” al rispetto della dignità altrui e della legge scritta e naturale. E’ questo il proscenio sociale in cui i tanti teatranti politici – ben circondati dai loro giullari –  mostrano il volto sornione per costruire l’inganno. E allora? Cade l’oblio sui tanti misfatti, per costruire il danno più grande che si possa fare a un popolo: distrarlo dal mondo reale per privarlo del suo futuro.

La gente, purtroppo, è legata ai padroni del “municipio” da vincoli clientelari, pur sapendo di essere persone private di ogni speranza di crescita culturale e di  benessere sociale.

A questa gente, è inutile ribadire che non c’è cultura di vita dove il “cittadino” e la magistratura rinunciano al trionfo della civiltà giuridica. Il silenzio, la solitudine e l’isolamento non sono presupposti di crescita civile, culturale, ma evidenti segni di malessere sociale, sintomi patologici dello Stato di diritto.

Nella città di Monte Sant’Angelo, guardare la foto della villa comunale, osservare la scalinata, che conduce al palazzo degli studi, diventa un iniziare ad accarezzare la bellezza, la ragione, la cultura dei suoi abitanti. Fantastico! E ora? È l’epoca del mutismo della gente, della distruzione, il trionfo del brutto, l’elogio dell’assurdo, il silenzio della civiltà giuridica e il chiasso dei cortigiani. È il tempo del “lasciar fare”, dell’abuso culturale, politico e architettonico. E succede che – dopo aver distrutto l’identità di un popolo – si elogia una bruttissima pavimentazione incompiuta e muri grigi e minacciosi di cemento armato.

Questa è la loro cultura. Una indecente cultura autoritaria, descritta dallo scrittore George Orwell  nel suo romanzo 1984. Nello sfigurato paesino, certo,  ancora non è istituito il Ministero della Verità, ma è difficile incontrare una persona che non ripeta le stupidità confezionata, divulgata e resa verità assoluta.

Nella distruzione della villa comunale, prevale il cinismo “tecnico” di chi vorrebbe giustificare l’assurdo architettonico, definendolo un nuovo stile, un nuovo pensiero, una nuovo modo di concepire gli spazi pubblici. Se nell’anomia trova origine l’architettura dell’assurdo, nel silenzio degli organi di controllo e nell’impotenza di un popolo  – privato della sua identità, impaurito dallo strapotere di un élite amministrativa -,  traggono la forza e l’arroganza  un ceto politico, che fa rete con altri ceti politici territoriali, ben sostenuto da uomini dello spettacolo.

È questo lo scenario dove è possibile vedere beni pubblici abbandonati, risorse economiche evaporate in incomprensibili lavori di “ristrutturazione” di edifici e un forte stato di apatia sociale e tanti individui oggettificati da un potere amorale.
In questo territorio, sono anni, ormai, in cui si respira un’ aria politica di “laurismo”, che sta diventando idea dominante, principio politico di gruppi chiusi che dominano in un centro abitato disordinato, dove è difficilissimo avviare un simulacro di discussione con gli sparuti gruppi sociali. A dominare lo sfondo della città è lo spettro dell’autismo sociale, strutturato e rafforzato con ragnatele politiche.

Nella città dai due siti Unesco, alcuni anni fa, hanno “distrutto” l’aula consiliare, simbolo politico-istituzionale della città, e, tutt’oggi, nessuno – né allora né oggi – si pone il problema istituzionale. Vedere i consiglieri comunali riuniti in un luogo improvvisato e con microfoni “difettosi”, è il segno dell’declino di una comunità, che osa parlare di “città del cinema e della cultura”. In questo incredibile scenario, può accadere che distruggano, senza alcuna remora, non solo i luoghi della memoria, ma anche i legami sociali, le consuetudini di un popolo per tutelare gli interessi sociali, politici e culturali di pochi.  In questa Città, comunque, il tempo scorre, passano gli anni e persistono interminabili lavori pubblici. Il peggio è che tantissimi cittadini non sanno cosa verrà realizzato in quei luoghi aggrediti da ruspe e da ponteggi.

Per segnare il male di vivere delle persone, gli ossessivi e compulsivi lavori pubblici potrebbero bastare. Ma prevale altro, che inquieta. La comunità cittadina ha paura di manifestare le proprie idee e tace anche quando turisti e pellegrini vorrebbero conoscere il luogo dove  soddisfare i naturali bisogni fisiologici. Ma questa storia cittadina è ben nascosta: non si narra,  è disdicevole e fa pure un poco vergogna. Si, è una brutta storia sociale, imbarazzante, ma ignorata dalla società dello spettacolo, chiamata a tessere le lodi a una città a loro ignota.

Chissà se ai tavoli tematici – per elaborare il dossier per “la candidatura di Monte Sant’Angelo a capitale della cultura per l’anno 2025” – qualcuno, con il vezzo dello spettacolo, abbia chiesto di aprire qualche bagno pubblico. Non si sa. Nessuno ne parla. Pare un segreto di stato.

Durante il “raduno” dei tanti sindaci, si ignora se  un indisciplinato cittadino abbia riferito, ai cantori della città candidata a capitale della cultura,  la grandissima idea di aprire  un bagno pubblico.

Nel frattempo, però, c’è chi continua a soddisfare i propri bisogni fisiologici nelle stradine. Certo, anche questo fa parte della storia della Città e ricorda il grande processo di civilizzazione dell’umanità.

Nel ritorno del tempo orwelliano, però, è iniziato un altro mantra, quello della capitale della cultura e di una prossima campagna elettorale.

*sociologo e consigliere comunale

 

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