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Quando il giornalista scomodo viene ucciso: un attentato alla libertà di pensiero a mezzo stampa

 di  Myriam Di Gemma

Si puo’ essere uccisi tuttora nel ventunesimo secolo, solo perché si fa il proprio lavoro? Si puo’ essere uccisi soltanto perché diffondi la cronaca in nome della Verità?

La situazione nel mondo è gravissima e qua dobbiamo renderci conto che  se sei un giornalista scomdo e scrivi o segui qualcosa di “proibito”, vieni fatto fuori.

Se sei un giornalista che crede nella propria missione e scopre fatti che devono restare segreti, sei già stato condannato a morte, con metodi di uccisione rapidi.

L’ultimo episodio? Due colleghi eliminati in Colombia, la sera del 28 agosto. Lavoravano per il sito “Sol Digital”. Secondo le notizie apprese, sembra che siano stati fatti fuori per una futile lite durante la festa nel paese.

Ma nessuno uccide per una sciocchezza: le vittime Leiner Montero Ortega, 37 anni, e Dilia Contreras Cantillo, 39 anni, non si esclude  possano aver carpito una notizia, che non doveva essere mai essere scritta e pubblicata.

Il lavoro di giornalista, non è un lavoro. Dal vocabolario, definizione di ‘lavoro’: l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque ad ottenere un prodotto di utilità individuale o collettiva.

Nella definizione appena letta, non c’è scritto: applicazione alla produzione di un bene comune anche a costo di perdere la propria vita.

Un lavoro significa applicarsi in una mansione per guadagnare una retribuzione (e anche qui, si potrebbe aprire un’altra tematica, ossia i giornalisti che “lavorano” senza essere retribuiti) ma i giornalisti che restano uccisi mentre lavorano, vuol dire che non stavano semplicemente lavorando. Mentre si applicavano per produrre quel bene comune, di cui si è letto nella definizione del vocabolario, ci hanno messo l’anima e il cuore, perché chi sceglie di fare il giornalista, lo sceglie per vocazione.

Definizione  ‘vocazione’  dal vocabolario: dal latino, chiamata. Nel linguaggio ecclesiale, è l’orientamento avvertito come una chiamata di Dio, ad abbracciare lo stato religioso.

La vocazione di un essere umano a diventare giornalista, non è dettato certamente dal prestigio o dalla rilevanza insito nel “mestiere” stesso. La vocazione ti spinge a cercare la verità in ogni realtà con cui il giornalista si interfaccia, cercare la notizia dove ufficialmente non c’è, e creare persino la notizia dal nulla. Il fiuto di una persona che sceglie per vocazione di fare il giornalista, va ben oltre la realtà contingente. E’ come se i giornalisti avessero antenne così ricettive nel percepire la notizia soprattutto quella che deve restare “segreta” perché proibita a quasi tutti.

In nome della verità,  il giornalista riporta la notizia rispettando scrupolosamente le regole deontologiche, e il prodotto che nasce, ossia l’inchiesta, il servizio o il semplice “pezzo”, dona ai lettori e spettatori un ulteriore tassello che contribuirà a migliorare i parametri di comprensione personale dell’attualità, agevolando la percezione su tematiche intoccabili, eppure essenziali per la qualità della vita su questo pianeta.

Laddove si verifichi la soppressione fisica dei giornalisti, vuol dire che il mondo da quelle parti (Colombia, Egitto e in tutti quei Paesi dove sono stati assassinati i colleghi) deve fermarsi lì, deve restare così com’era. Non deve evolvere né peggiorare: chi decide la morte della Voce della verità, decide la morte della libertà di pensiero dei propri cittadini, ma determina anche la morte della libertà di pensiero di tutto il resto del mondo che legge una notizia simile.

Non sapremo mai cosa aveva scoperto Maria Grazia Cutuli, o Ilaria Alpi e tanti altri ancora.

E chi resta impotente, ad osservare il susseguirsi di omicidi, può solo spronare gli enti preposti a supportare e proteggere i giornalisti “in missione” spesso all’ estero, o più semplicemente, come nel caso della Colombia, di “scortare” i giornalisti in trasferta per la festa popolare, nel vicino paese.

Saranno ascoltati gli appelli di “Free Press Foundation”, di “Reporter senza frontiere” (secondo cui, la Colombia sarebbe il terzo Paese dell’America Latina, più pericoloso per i giornalisti, dopo Venezuela e Messico) e di “Fondazione per la libertà di stampa” (Flip) per chiarire l’autentico movente sulla morte di Ortega e Cantillo?

Intanto una cosa è certa: fino a quando verrà espresso sdegno e vergogna su tale tematica, e lo leggerete su giornali online, cartacei o lo sentirete in tv o in radio, vuol dire che c’è ancora un barlume di speranza affinché la libertà di pensiero a mezzo stampa sia al sicuro.

foto Ansa

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