Principale Arte, Cultura & Società Cassano delle Murge, “IntratteniMenti”: scriptorium medievale e storia della scrittura

Cassano delle Murge, “IntratteniMenti”: scriptorium medievale e storia della scrittura

Oggi, domenica 28 agosto, durante l’evento “IntratteniMenti” organizzato da AssoConsum con la collaborazione de La Fabbrica Creattiva”, a cura del team di rievocatori storici dell’Ass. Stupor Mundi – Historia Magistra Vitae sarà proposta l’ipotesi ricostruttiva dello scriptorium amanuense medievale.

La ricostruzione, fatta da Antonia Depalma, sarà coadiuvata anche nozioni che riguardano un aspetto fondamentale ed affascinante che, sin dai secoli più arcaici, ha connotato la storia dell’uomo: la scrittura

Prima della nascita della stampa, l’amanuense o il copista era la figura professionale che si occupava della trascrizione di testi al servizio dei privati o del pubblico. Derivante dal latino “servus a manu”, il termine “amanuense” fu probabilmente coniato in epoca romana. Con la caduta dell’Impero Romano e con la conseguente scomparsa della classe dirigente, vennero meno la retorica e l’eloquenza, arti che costituivano i presupposti per la partecipazione alla vita pubblica e politica.

La chiusura delle scuole vide l’affievolirsi del numero delle persone alfabetizzate: in quest’epoca a tenere in mano il calamo erano solo due tipologie di persone: uomini di legge ed ecclesiastici. Gli uomini di legge (giudici, baiuli e scribi pubblici) si occupavano perlopiù di redigere i documenti di carattere formale e giuridico tra i quali si annoveravano perlopiù la compravendita  di terreni, gli  obblighi di credito e le disposizioni testamentarie; Gli uomini di legge, non erano – tuttavia – gli unici ad utilizzare il pennino nella quotidianità: gran parte del patrimonio culturale giunto sino a noi è stato prodotto e diffuso nei cenobi medievali.

I  monaci trascorrevano molte ore negli scriptoria (parola latina che deriva dal verbo “scrivere”, con l’aggiunta di orium, che indica gli aggettivi di luogo) e, sulla base di quanto prescritto dalla regola di San Benedetto (534), coniugavano la vita contemplativa e quella attiva studiando e copiando testi sacri ed opere della tradizione classica.

Lo scriptorium era una sala, interna al monastero, illuminata da numerose finestre; l’ambiente designato a tale scopo molto spesso era configurabile con la sala capitolare del cenobio.

L’unica luce utilizzabile era quella naturale poiché, secondo gli amanuensi quella artificiale danneggiava il manoscritto alterandone la bellezza originale

Ad essere impegnati nella realizzazione del libro erano:

  • Copisti – producevano i manoscritti ed i libri preziosi
  • Calligrafi – svolgevano la produzione di base e la corrispondenza
  • Miniatori – dipingevano le illustrazioni, talvolta utilizzando anche piccoli fogli d’oro
  • Rubricatori – impegnati nel dipingere le lettere di rosso

I testi trascritti avevano perlopiù carattere religioso e ciò rendeva il lavoro di questi monaci un’ incessante preghiera e riflessione.

In caso di errore ci si poteva comunque servire del raschietto per cancellare, grattando le parole sbagliate.

Per evitare di scrivere storto venivano invece tracciate alcune righe accurate usando un righello, imprimendo un sottile solco incolore oppure utilizzando una specie di matita di piombo o d’argento.

Per abbellire alcune parti del manoscritto si era soliti usare il minio, un minerale di colore rosso con il quale si fabbricava l’inchiostro utile per evidenziare ad esempio le iniziali, i titoli e le didascalie; con il passare del tempo, “miniare” andò a indicare la tecnica di colorare ad acquerello a vari colori tutte le figure, chiamate quindi “miniature”

Il monaco che scriveva non era, spesso, lo stesso che miniava; per quest’ultima operazione occorreva un talento particolare: in questi casi, il copista lasciava nel foglio lo spazio sufficiente perché fosse poi riempito dalla miniatura.

Al termine del lavoro di scrittura e miniatura i fogli pronti venivano ripiegati e accatastati con ordine e cuciti al telaio.

La copertina di legno veniva preparata con una scure in mano e per finire si passava alla chiusura del tomo mediante l’utilizzo di borchie in metallo.

Sin dalle origini, per la scrittura vennero adoperate pietre, tavolette in legno ed argille. Già mille anni prima di Cristo i Fenici portarono in Grecia il papiro dal quale ebbero origine i primi  libri manoscritti a forma di rotolo chiamati Volumen; verso il IV secolo si impose l’uso generalizzato della pergamena che portò ad una larga diffusione del codex, termine che venne adoperato dapprima per designare una raccolta di inventari o di archivi.

Nel III secolo, a seguito della riforma di Diocleziano, in Egitto il codex assunse il significato di registro fiscale mentre, contemporaneamente, in Grecia, per definire un codice letterario, erano usati i sostantivi biblos o biblion da cui deriva il nostro “libro”.

Presso i Latini con il termine “codex” si indicava un insieme di tavolette legate tra loro da una cordicella; soltanto nel III secolo il termine indicò i quaderni di pergamena o papiro con testi letterari di cui la prima attestazione si ha con un poema di Commodiano.

In Grecia ed a Roma a lungo si adoperarono le tavolette da scrittura (di cera o di legno) per conti,  testamenti, registrazione delle nascite o per esercizi prettamente didattici. Le tavolette legate fra loro per due, tre o più assumevano il nome di  “dittico”, “trittico”, etc.

I libri di scrittoi cristiani erano trascritti perlopiù impiegando la scrittura “onciale”, in versione sia greca che latina, la quale si presentava tipicamente curvilinea e, per tale ragione, risultava abbastanza chiara da leggere e non faceva grande uso di abbreviazioni. L’onciale è nota in molte varianti e fu utilizzata dal III all’ IX secolo.

Tuttavia, nel periodo che va dal VI al IX secolo si possono distinguere tre grandi aree d’influenza:

  • Francese, caratterizzata dalla scrittura corsiva detta minuscola merovingia;
  • Spagnola, dove nacque e si diffuse la minuscola visigota la quale presentava influenze arabe
  • del Mezzogiorno, dove nacque e si diffuse la scrittura beneventiana elaborata in seno al ducato longobardo di Benevento.

Differente fu il caso delle isole britanniche dove la conquista romana era stata superficiale o del tutto assente ove si svilupparono forme di scrittura autonome dette “insulari”, le quali grazie all’opera di evangelizzazione dei monaci irlandesi ed anglosassoni, si diffusero anche sul continente nei centri monastici come quelli di Bobbio.

Importante fu l’invasione longobarda del 568: le sedi che rimasero sotto l’influenza dell’ Impero Bizantino (come Ravenna e Roma) furono le uniche a mantenere una tipologia di scrittura corsiva, cosiddetta “curiale”, la quale derivò da modelli tardo-antichi e fu presente nel Mezzogiorno.

Nei territori appartenenti al regno longobardo, invece, notai e scribi utilizzavano la minuscola corsiva che andò differenziandosi a livello locale in al posto dove essa veniva  adoperata; tra le sue varianti si rammentano quella veronese, novarese, lucchese e vercellese.

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