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Da Leopardi a Pavese. La lente distorcente delle definizioni improprie e dei pregiudizi

di Rosaria Scialpi

<<La morte è destino, non si può che augurarsela, Ippolco.>>, questo scriveva Cesare Pavese in Dialoghi con Leucò, lo stesso libro sul quale lasciò impresse le sue ultime parole.

Una scelta, quella di Pavese, che il bigottismo italiano, soprattutto nell’ambiente scolastico, non gli ha mai perdonato. Uno dei più grandi intellettuali, se non il più grande, che l’Italia ha avuto nel Novecento viene costantemente, quando non estromesso dal dialogo scolastico, relegato nello spazio scandito dalla fretta di minuscoli paragrafi, raramente capitoli, spesso relativi alla narrazione -in prosa e in poesia- dei luoghi campestri, quasi fosse stato egli un cantore di piccoli idilli (Attenzione: non si vuole sminuire né la bellezza né la validità di testi simili, basterebbe fare il nome di Publio Virgilio Marone, ma semplicemente sottolineare la non compatibilità con l’opera omnia pavesiana!).
Ma non è così.

La sua scelta finale, perché di scelta si tratta, ha pregiudicato e pregiudica le discussioni su di lui. Mantenere vivo un dibattito sul Pavese scrittore, studioso, traduttore, editore e intellettuale senza che a adombrarlo vi sia un marchio, una condanna pendente sulla sua testa emessa da giudici senza toga e martelletto, appare, se non impossibile, quantomeno difficile. Rifuggire dal luogo comune dello scrittore maledetto, del “talento tormentato”, così come veniva definito anni fa in una trasmissione, sembra più difficile di una gara di triathlon. Eppure, una visione del genere sfugge alla complessità del reale ed è forse la discendente di un tempo (chi scrive non fa solo riferimento all’oggi, ma all’intero arco temporale che parte dal boom economico e la diffusione sempre più capillare di vecchi e nuovi media) che ha abbandonato il pensiero complesso e la complessità del pensare per abbandonarsi a facili e preconfezionate forme e qualunquismi.

Pavese, uomo che aveva invece penetrato il mistero della complessità del reale, viveva sospeso fra quelle che uno dei manuali più diffuso per gli studi liceali, il Giusso-Baldi, definisce ‘legami dicotomici’.

Tali dicotomie emergono soprattutto se si analizza il suo rapporto con il suo territorio, letto però attraverso i suoi scritti, tutti integralmente presi:

Pavese era attraversato da una vorace voglia di scappare, abbandonare la landa di terra materna, la campagna, per trasferirsi in città definitivamente, salvo poi volervi ritornare per abbandonare il caotico carnevale cittadino. Un animo frantumato pronto ad accogliere ogni sfumatura del ‘mestiere di vivere’, ad annotarla per poi scandagliarne i fondali, anche a costo di annegare durante l’eterna lotta per la sopravvivenza propria di ogni essere umano e forse un po’ di più degli animi inquieti, schivi e osservatori.

Ma osservare non sempre significa non partecipare alle danze. Attendere invano una ballerina non significa che non si sappia ballare e che non si sia disposti a farlo, ma, anzi, che si desidera farlo e lo si fa, anche a costo di sembrare ridicoli agli occhi di chi il mestiere di vivere non lo comprende.

Fra questi semplificatori del reale vi sono senza ombra di dubbio coloro che ebbero l’ardire di definirlo semplicemente ‘neorealista’. Ma Pavese era -ed è nella sua eternità di scrittore- ben altro. Come un altro grande scrittore del nostro Bel Paese, Giacomo Leopardi, viene spesso mal interpretato, giudicato alla luce di ciò che si dice di lui e su di lui e non su ciò che ha scritto, sulla cupezza di attimi che si alternano a sperimentazioni di gioia e passione, i quali vengono però depennati in nome della costruzione di un mito falso e distorcente (Questo è emerso soprattutto in seguito alle operazioni di marketing del 2020, in occasione dei 70 anni della morte dell’autore di Santo Stefano Belbo) che allontana e non avvicina.

Sempre come Leopardi egli non può essere richiuso, nuovamente confinato, negli spazi angusti di una definizione, posto che le definizioni di movimenti e gruppi letterari sono spesso alquanto arbitrarie e figlie della necessità dell’uomo di catalogare tutto, anche la non inscatolabile arte. Pavese è l’autore che riesce a coniugare modernità e mondo classico, restituendo all’uomo il mito, facendosi novello Prometeo del mondo contemporaneo. Egli è cantore orfico e a volte Orfeo stesso. In lui riaffiora il carattere primordiale e sacro/profano della terra, che nulla ha a che vedere con il neorealismo.

Se per parlare dell’autore si vuole necessariamente ricorrere alla sua biografia completa, non tralasciando nemmeno il pettegolezzo, come spesso accade, allora che lo si faccia per bene. Si vuole per forza parlare del Pavese uomo oltre i libri e scisso dal Pavese uomo-intellettuale-scrittore? Bene, allora si prendano in esame i suoi diari e le sue lettere. Un’operazione non ardua data l’ormai ampia reperibilità di essi e che pure stenta a decollare in ambito scolastico e accademico, mentre sembra sempre più prendere piede nei tanto bistrattati social, dove i giovani riscoprono Pavese e Leopardi condividendo con stupore loro frasi ironiche, divertenti, talvolta velate di tenerezza e innocenza o di rabbia e sconcerto, scoprendo che essi non erano sempre imbronciati e disdegnanti della compagnia altrui.

foto totalitarismo.blog/

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