Principale Arte, Cultura & Società Cassano delle Murge, “Intrattenimenti”: aspetto pratico e teorico dell’equipaggiamento difensivo nel Medioevo

Cassano delle Murge, “Intrattenimenti”: aspetto pratico e teorico dell’equipaggiamento difensivo nel Medioevo

“D’ogni guerrier l’usbergo era perfetto”
(Ariosto, Orlando Furioso)
Durante l’evento “Intrattenimenti”, il team di rievocazione storica “Stupor Mundi Historia Magistra Vitae” sarà impegnato nell’illustrazione dell’arte bellica del tempo e proporrà, nello scenario delle arti e dei mestieri quello dell’Usbergaio o Corazzaio che sarà, anche nell’aspetto pratico e ricostruttivo, a cura dell’esperto Pietro D’onghia.
Essenziale era, nel Medioevo, l’equipaggiamento difensivo  noto con il nome di “usbergo” e conosciuto da molti con l’appellativo “cotta di maglia” o più semplicemente “maglia ad anelli”; per le notevoli informazioni storiche a riguardo è premuroso fare un excursus che ci porterà sin all’epoca romana.
Per quel che concerne i cenni storici bisogna affermare che la protezione costruita per difendere principalmente dai colpi da taglio e, in maniera minore, dagli affondi si presume sia di invenzione celtica.
I numerosi reperti e le fonti storiche visive come miniature, affreschi, e statue ci permettono di identificare con molta precisione sia la sua storia evolutiva, sia di documentare il suo utilizzo, comune a quasi tutte le culture europee e asiatiche.
I reperti più antichi in Europa vengono datati intorno al III secolo a.C., e provengono dalla Slovacchia, ritrovati nei pressi di Horný Jatov, in una necropoli celtica.
Utilizzato in larga diffusione anche dai romani nelle loro campagne militari, ed equipaggiata sia dalla fanteria che dalla cavalleria, la maglia ad anelli prende il nome di lorica hamata, andando ad affiancarsi alle loricae muscolata, segmentata e squamata.In seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e all’arrivo di Goti e Longobardi, diverrà una delle poche tipologie di protezione a disposizione degli abitanti della penisola. Tornata in gran voga intorno all’anno Mille con l’arrivo dei Normanni ed i loro scontri con i Bizantini diventerà, per i successivi due secoli, la migliore, nonché la più costosa, tipologia di protezione in uso, quasi sempre in dotazione alla cavalleria pesante. In seguito, nella seconda metà del XIV secolo e per tutto il XV secolo, verrà affiancata dalle prime protezioni in metallo, fino al completo sviluppo delle meravigliose armature a piastre. Caduta in disuso dopo l’avvento, e il successivo perfezionamento delle armi da fuoco, ritroviamo la sua praticità in epoca moderna, in particolar modo nei macelli, dove viene impiegata in forma di guanti e grembiuli, o nell’esplorazione subacquea, con le prime tute anti-squalo.
Protezione estremamente flessibile, anche se con un certo peso (all’apice del suo sviluppo, nel corso del XIII secolo, poteva arrivare a pesare fino a 18/20 Kg), era formata da diverse migliaia di anelli concatenati l’un l’altro. Originariamente destinata a proteggere solo il torace e parte del braccio, in epoca romana avviene la sua prima evoluzione, allungandosi e andando a proteggere parte della coscia e ad annettere un rinforzo su schiena, spalle e clavicole, chiamato “humeralis”.
Con l’introduzione della staffa in Europa, grazie agli Avari nel VII secolo, nasce la cavalleria pesante, che adotterà la maglia da anelli come armatura per i successivi secoli.
Questa subirà un’ ulteriore evoluzione, che la vedrà coprire il braccio fin quasi al gomito, e la gamba per tutta la sua lunghezza, arrivando a pochi centimetri dalla caviglia (trasformandola in una lunga tunica); verrà accompagnata in seguito anche con un cappuccio, indossato sotto l’elmo, chiamato “camaglio”, spesso dotato di una ventaglia, ovvero una “lingua” agganciata al lato del viso che andrà a proteggere denti, bocca e naso.Con il passare degli anni, l’usbergo cambierà gradualmente, fino ad inglobare i guanti, che diverranno tutt’uno con la protezione del torace e, in certe occasioni, anche il camaglio rendendo il sol indossarlo un’impresa. Si aggiungeranno inoltre delle calze particolari a difesa della gamba e del piede, allacciate alla cintura, chiamate “pediberghe”.
L’evoluzione delle armi da botta, l’introduzione delle armi da fuoco manesche, come lo schioppo, attorno alla metà del XIV secolo, e l’introduzione delle piastre d’armatura, ne decreterà il declino nel corso dei due secoli seguenti, fino alla quasi totale scomparsa; a ciò fanno eccezione le “pezze”, poste a difesa del collo, ascelle, cavo popliteo e incavo trocleare.
Ma come si producevano le varie tipologie di anelli?
Il minerale grezzo, il ferro, era indubbiamente la materia primaria: esso non è presente allo stato naturale ma viene estratto dai suoi minerali ossidi, principalmente ematite e magnetite. Questi minerali, in natura, contengono in varie percentuali altri elementi, come carbonio, rame, silicio, nichel, cromo e in maniera bassissima anche oro e argento.
Si passa quindi ad un processo chimico chiamato “riduzione”, ben noto già dalle prime lavorazioni del rame. Consiste nel fondere i minerali con una sostanza ben precisa, in modo tale da fare avvenire uno scambio chimico tra le due; nel caso del ferro, in epoca moderna, si utilizza il coke di carbonio, un tipo di carbone ottenuto in maniera particolare. Anticamente veniva utilizzato legna forte, faggio o castagno, il che rendeva complesso il processo, attuabile spesso solo in presenza di tali materiali.
Fuso il minerale con il combustibile, e purificato dagli altri elementi presenti che bruceranno durante la fusione, esso si presenta come una massa ferrosa informe e piena di scorie; questa viene riscaldata e lavorata più volte, fino a purificarla il più possibile. Analisi su vari reperti riportano che nel ferro utilizzato per gli anelli vi è un contenuto bassissimo di carbonio, inferiore allo 0.3, a volte con percentuali di mercurio.
Il ferro così ottenuto veniva poi fuso e versato, secondo alcuni, in imbuti via via più piccoli, chiamati tramogge. Ottenuto il filo di ferro, questo veniva avvolto attorno ad una bacchetta, di diametro variabile, fino a formare una sorta di “molla”.
Ogni giro di molla veniva poi tagliato, grazie a particolari attrezzi come tronchesi o scalpelli, ottenendo degli anelli aventi due estremità, poste l’una sull’altra. A questo punto l’anello veniva riscaldato e le due estremità battute sull’incudine, fino ad appiattirle e a “chiudere” l’anello. Subito dopo, l’anello veniva forato sulla parte appena appiattita, con l’ausilio di punteruolo e martello; fatto ciò, nel foro così ottenuto veniva inserito un chiodino, chiamato rivetto, ribattuto sull’incudine a sua volta, e fissato all’anello, in modo che non si aprisse.
Ottenuto il prodotto finale, l’anello rivettato veniva raggruppato con altri tre anelli, i quali venivano inseriti in un anello aperto e successivamente chiuso tramite rivetto con lo stesso procedimento. Con questa tecnica, chiamata ‘4in1″, si creava un primo gruppo, da affiancare ad un altro, ed un altro ancora, tutti collegati da un anello aperto che veniva quindi riscaldato, appiattito, forato e chiuso con un rivetto.
Sedicimila anelli dopo, circa, si otteneva finalmente un usbergo, sagomato perfettamente su chi l’aveva commissionato, come fosse un abito fatto su misura.
Nella terza ed ultima parte tratteremo delle tipologie di anelli in uso e dei vari metodi che andavano a formare l’usbergo in tutte le sue parti.

Avendo affrontato il tema riguardante la produzione degli anelli di ferro affrontiamo, adesso, le varie tipologie di anelli utilizzati ed i principali metodi di “intrecciamento”.
Puntualizziamo che in un usbergo erano presenti anelli di diverso spessore e diametro, con la funzione di allargare o restringere la zona interessata che si intendeva difendere: essi variavano da un diametro di 0.4 mm sino a 0.9 mm.
Il metodo di assemblaggio più utilizzato era quello soprannominato “4 in 1”; esso consiste nell’inserire in un anello rivettato ancora aperto quattro anelli, rivettati anch’essi o solidi, di cui parleremo più avanti.
Un’altra tipologia di “montaggio” era il metodo “6 in 1”, che prevedeva l’inserimento di ben sei anelli in uno ancora aperto; con questo metodo si otteneva una sezione più fitta ma più pesante: si presume che essa venisse adoperata per difendere in particolar modo la zona del petto, la più esposta ai colpi.
Un attento esame richiedono quelli che vengono definiti “anelli accostati”.
Nonostante siano ampiamente utilizzati dai rievocatori di tutto il mondo, degli anelli accostati non vi sono fonti scritte e visivo-iconografiche, e non vi sono reperti che attestino il loro utilizzo nell’epoca presa in esame; dibattuta è la loro esistenza, tuttavia alcuni studiosi ritengono che esistessero e che essi venissero utilizzati solo per effettuare piccole riparazioni specialmente in accampamento, quando non vi era la possibilità di usufruire dei servizi delle maestranze (es. un artigiano esperto o degli attrezzi particolari come pinze e martello).
Assieme agli anelli rivettati, gli anelli più diffusi durante i secoli XII e XIII erano quelli “solidi”.
Questa tipologia particolare di anelli veniva prodotta “punzonando” (ovvero “ritagliando”) una lastra di metallo ricavandone un anello “chiuso”, senza punti di giunzione a differenza degli altri. Essi venivano utilizzati per la produzione di usberghi, disponendoli a file miste, che vedevano l’alternarsi dell’anello solido a quello rivettato; la loro funzione era quella di dare solidità alla trama dell’armatura, evitando così che il peso della stessa gravasse solo sugli anelli rivettati, causandone l’apertura.
Il XIV secolo vede l’introduzione dell’anello “piatto”. Esso era presente nella variante rivettata o solida, e ricavato con lo stesso procedimento dei precedenti; la differenza sostanziale è che una volta terminato veniva appiattito sull’incudine in maniera completa (a differenza del XIII secolo, dove l’appiattitura veniva chiamata “a un quarto”, ovvero solo dove vi era il rivetto).
La particolarità di un usbergo costruito interamente da anelli piatti, rivettati e solidi, è che questi riescono a scivolare meglio gli uni sugli altri, rendendo l’armatura ancor più solida, migliorandone la distribuzione del peso sul corpo dell’utilizzatore, seppur in quantità minima.
Un usbergo non è una distesa di anelli sagomata alla meglio, ma è come un abito sartoriale di altissima fattura, prodotto con tecniche particolari per quel che riguarda il “montaggio”. Per la produzione non ci si limitava all’assemblaggio degli anelli con il sistema “4 in 1”, ma si producevano pezze particolari, con angoli fatti su misura con il preciso scopo di adattarsi perfettamente al corpo di colui che lo indossava. Le più particolari erano quelle soprannominate – in ambito moderno – “giunzione o pezza a 45°” e “metodo ad espansione”.
Lo scopo di entrambe è quello di congiungere gli anelli su forme particolari come spalle, gomiti e ginocchia, o di espandere determinate zone senza farle apparire “abbondanti” (come ad esempio sulla parte finale delle maniche). Con questi metodi si è soliti produrre camagli, gonnellini e gorgiere, oltre ad adattare l’usbergo al corpo dell’utilizzatore.
Per una osservazione dell’elaborazione pratica di quanto ampiamente spiegato, invitiamo i nostri lettori, la prossima domenica, a Cassano delle Murge
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