Principale Arte, Cultura & Società Musica, Eventi & Spettacoli Locus Festival 2022: chiudono i live di Serena Brancale e Willie Peyote

Locus Festival 2022: chiudono i live di Serena Brancale e Willie Peyote

21 AGOSTO 2022 – Si conclude così il Locus Festival 2022, con Serena Brancale e Willie Peyote: la quota pugliese e quella torinese, che – ospitati nell’incantevole arena del Castello Angioino di Mola di Bari – ci hanno regalato una serata di ricca di citazioni, musica, valori e messaggi importanti.

Ha iniziato la nota cantante polistrumentista che, con una straordinaria musicalità soul/jazz e una voce scura e versatile, ha presentato l’ultimo album Je so accussì, sprigionando tutta la sua personalità artistica e autoctona. Ha fatto danzare e ridere i presenti (anche chi non la conosceva), muovendosi con stile e nonchalance tra italiano, barese, inglese e napoletano, grazie a “freestyle” tipicamente jazz e l’uso goliardico della sua loop station. Partendo dal brano “La dolce vita” e passando per “Like a melody”, “Je so accussì”, scritta contro le relazioni tossiche e la violenza psicologica sulle donne, e l’autobiografica “Sta Uagnedd”, ha riportato sul palco uno dei pilastri della storia della musica italiana e mondiale, “Je so pazzdi Pino Daniele, nella versione da lei incisa nel suo disco con l’intervento afro di Richard Bona (Leggi qui la mia intervista). 

Dopo un velocissimo change di strumentazione, è arrivato in pantaloncini, scarpe da ginnastica con calzino alto e berretto con visiera rigorosamente al contrario, Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, accompagnato dalla sua band, la Sabauda Orchestra Precaria. È stato proprio come ce lo aspettavamo, come ci ha abituati negli anni e come siamo certi di rivederlo tra altri dieci, perché gli artisti incorruttibili come lui possono anche decidere di far visita per una volta a mamma Rai, ma poi torneranno sempre a parlare di vita vera su un palco a due metri di distanza dalla propria gente.

Il concerto-racconto di Willie, infatti, ha come incipit un dialogo stile seduta di psicoterapia da cui emerge quella che di certo è la parola che meglio lo definisce “Sincerità”. In scaletta i brani tratti da Pornostalgia, il suo ultimo lavoro, le più amate di Educazione sabauda passando per le immancabili canzoni de La sindrome di Toret, sino a riesumare chicche dei suoi primissimi album come “Turismi”.

«So che non sembra, ma sono uno che fa rap», ha esordito con autoironia dopo la prima batteria di pezzi, che ovviamente avevano già svelato la sua anima. La necessità di specificare, in realtà, nasce dal fatto che seppur la base di partenza della sua musica sia il rap, negli anni l’ha sempre contaminata di altri generi quali funk, rock, punk, reggae ed elettronica, con il semplice obiettivo di “far muovere i culi” – come lui stesso ha spesso dichiarato. È evidente, però, che il live sia stato concepito non solo all’insegna del ritmo e dell’energia, attraversando anche momenti più melodici e cantautorali, ma in primis per provocare e smuovere coscienze con profondità e irriverenza.

Le sue barre sono piene di consapevolezza, di critica al sistema e alla nostra politica, chiare e dirette come è lui, che mai si autocensura e che non le manda a dire. Insomma, uno che ci mette la faccia, la voce, la testa e il cuore. Tra un pogo e un altro, è scappata tra il pubblico anche qualche timida lacrimuccia mista a cori di acclamazione e caldi applausi, una conferma del successo nazionalpopolare del rapper.

Numerose le citazioni, come la cover di Ben Harper (“With My Own Two Hands”) e quella di Mac Miller (“Small Worlds”), ma soprattutto i riferimenti a due artisti fondamentali per la sua carriera e fonte d’ispirazione. Si tratta di Libero “Picchio” De Rienzo, l’attore e amico scomparso un anno fa per il quale ha scritto e cantato “Sempre lo stesso film”, ricordando le sue parole “Il coraggio vale molto più del talento” e Pino Mango a cui, invece, ha dedicato “Mango” per celebrare il suo incondizionato atto d’amore verso il pubblico quando, colpito in scena da un infarto (rivelatosi poi fatale), la sua unica preoccupazione fu quella di risalire sul palco e chiedere scusa ai presenti per non poter terminare il concerto.

Prevedibili le considerazioni personalissime contro gli ideali della candidata a Premier Giorgia Meloni, alla quale ha rivolto con tutto il suo sdegno “Non sono razzista ma…”, brano del 2016 ma purtroppo ancora troppo attuale, arricchito sul finale da un assolo di trombone, che ha disteso gli animi infervorati dei fan concordi con il pensiero di Willie.

La tattica utilizzata dall’artista è stata quella di cantare e saltare senza tregua e di proporre la sua discografia più recente “a tradimento”, come ha lui stesso affermato, con l’intento preciso di creare suspense e boati non appena riconosciute le prime note. E così è stato per “Le chiavi in borsa”, “La tua futura ex moglie” e “Ottima scusa”.

Ha ricordato anche il featuring con il suo fratellino, Fulminacci, proponendo una versione da solista di “Aglio e olio”, pezzo contenuto nel disco del cantautore romano “Tante care cose”. Ci ha poi condotti alla conclusione di questo live con il sanremese “Mai dire mai (La locura)” in versione zarra e con una cassa dritta implacabile, per poi passare all’iconica C’era una vodka e la potente Robespierre. Quindi, come potrete immaginare, un finale da far tremare il sottosuolo.

«Ricordatevi che siete uomini e donne liberi e che potete fare ed essere chi volete. Basta chiudere gli occhi e andare oltre», ha gridato lasciando il palco dopo l’intensa Che bella giornata.

[Photogallery a cura di Virginia Capozzi]

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