Principale Politica Ancora privati del diritto di scegliere i propri parlamentari

Ancora privati del diritto di scegliere i propri parlamentari

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Editoriale

Lasciateci almeno il diritto di scegliere i candidati da eleggere. Partititi arraffoni ed arroganti. La democrazia è ben altra cosa.

Diciamoci, la verità noi elettori siamo un po’ come Alice nel paese delle meraviglie – che cade nella tana del Bianconiglio ed entra in un mondo di fantastiche assurdità –, ma ci accorgiamo solo oggi con colpevole ritardo che i partiti ci hanno di nuovo illuso, sottraendoci ancora una volta la possibilità di scegliere da chi farci rappresentare in Parlamento.

Sì, è vero, la colpa è anche nostra, di noi cittadini: solo ora scendiamo dal pero e cominciamo a renderci conto effettivamente di quanto dannosa sia l’attuale legge elettorale approvata 5 anni fa e della quale avremmo dovuto chiedere la cancellazione a furor di popolo. Davvero pessimo questo Rosatellum, un “ircocervo” tra sistema maggioritario con collegi uninominali e quota proporzionale a micro-listini bloccati di 4 candidati.

Tutti rigorosamente scelti a tavolino dai vertici di partiti e movimenti nel segreto delle loro stanze di potere con criteri dettati da stretta osservanza e da legami ossequiosi ed interessati con i capi ai quali comunque si  deve  portare gratitudine da servitorelli sciocchi  speranzosi di vincere qualche appalto succulento o di ricevere  qualche incarico istituzionale prestigioso e ben remunerato. Insomma un questione di potere piuttosto che di adesione a valori, progetti o programmi.  Candidati rispetto ai quali non è possibile esprimere preferenze. Oggi, poi, con il formarsi di coalizioni oggettivamente poco omogenee e coese, senza obbligo di coerenti programmi comuni, le contraddizioni emergono con maggiore chiarezza.

E lo stridore diventerà quasi insopportabile quando, domenica 25 settembre, gli italiani si troveranno tra le mani la scheda elettorale. Sulla quale si potrà tracciare un solo segno. Sul simbolo del partito “preferito”: e in questo caso il voto premierà oltre ai pochi del listino proporzionale anche il candidato del collegio uninominale, magari espressione di un’altra forza politica della coalizione.

Oppure la fatidica “x” potrà essere apposta sul nome del candidato del collegio uninominale e, in quel caso, la preferenza dell’elettore verrà “spacchettata” e ripartita una quota per ogni partito della coalizione. Insomma, esclusivamente nel caso dei partiti che correranno da soli, il voto dell’elettore resterà “univoco” a seconda delle sue convinzioni, per quanto sempre non “mirato” secondo proprie preferenze per l’una o l’altro dei candidati, da accettare invece a occhi chiusi. Peggio ancora, come detto, per le coalizioni: sarà tutt’altro che infrequente l’eventualità di trovarsi davanti candidati non corrispondenti alle proprie preferenze o addirittura schierati su posizioni indigeribili su questo o quel tema.

E ciò sia per il centrosinistra – con le (generose) quote riservate a iperliberisti, eutanasici ed ex-qualcosa – sia per il centrodestra – con abbondanza di nazional-sovranisti, anti-solidali e filo-russi presenti nello schieramento – sia (potenzialmente) per i più o meno smilzi terzi e quarti poli annunciati. Ma questo è il sistema (oggi a base proporzionale, con una quarto di maggioritario) e se non stai in una coalizione competitiva, al massimo puoi aspirare a qualche strapuntino, non certo a puntare alla vittoria. Tale meccanismo costringe o a votare turandosi naso e bocca o (scelta, ahinoi, in crescita) a rintanarsi nell’astensionismo, fino a cedere alla tentazione del disimpegno. Non a caso, già oggi, troppa parte dei cittadini è convinta che andare a votare serva a poco o a nulla.

L’impossibilità di scegliere veramente e liberamente i propri parlamentari, infatti, non solo aumenta il distacco tra elettori ed eletti, ma erode la fiducia e mina alla base il sistema democratico. Qui sta la chiave di tutto: noi elettori non abbiamo scelta, e non possiamo esercitarne alcuna se non quella di accettare, quasi supinamente, le decisioni dei capipartito e gli equilibri di questa o quella alleanza. Da oltre un quarto di secolo, siamo stati privati dello strumento del voto di preferenza e illusi con gli slogan leaderistici sulla scelta popolare del premier (mentre è sempre stato il Parlamento a votare e a sfiduciare i governi e chi li presiede).

Abbiamo così perso il vero potere dei cittadini-elettori, che è quello di premiare la competenza dell’uno o le capacità dell’altra, la coerenza della posizione di Tizia o la cristallina testimonianza di valori di Caio. Togliere le preferenze (e guardarsi bene dall’introdurre le primarie di collegio per la scelta dei candidati nell’uninominale) è stato il più grande furto di democrazia che abbiamo subìto (il referendum del 1991 era per la preferenza unica, non per l’abolizione della scelta).

Oggi partiti e movimenti – tutti senza eccezione – come cinque anni fa tornano a imporci l’umiliazione di poter scegliere solo ciò e chi i loro vertici hanno già scelto per noi. Votare, in queste condizioni, ha il valore e il senso di un esercizio di fede caparbia nel sistema parlamentare e nella sua possibilità di essere di nuovo espressione del sentimento e delle attese popolari.

Quasi uno sperare contro speranza che partecipare serva davvero, e che finalmente si cambi passo (e legge elettorale). È giusto che i partiti e i movimenti assumano su questo un impegno esplicito con gli elettori. E che dopo le elezioni lo attuino.  Sperando che almeno questa volta siano di parola.

Marcario Giacomo

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