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Giovanni Marini: un processo tra giustizia e politica

Ieri, 7 luglio, ricorreva l’anniversario della morte di Carlo Falvella,

lo studente di Filosofia all’Università degli Studi di Salerno e vicepresidente del FUAN, assassinato dal militante anarchico Giovanni Marini.

Ricorrenza in cui, col giornalista Clemente Ultimo, esperto di politica, si è parlato di una situazione socioculturale più che discutibile, accompagnata da una giustizia che lo è altrettanto, e di cui si parlerà sempre nella rubrica “Vittime Scomode”.

Il processo di Falvella, infatti, si conclude con una “condanna” che lo renderà doppiamente vittima:

vittima di una giustizia che fa sì che la morte di un ragazzo, i suoi sogni, le sue speranze valgano soli dodici anni, ridotti in appello a nove anni e di cui Giovanni Marini sconterà solo sette.

Situazioni allucinanti che portano a una semplice ma legittima domanda:

giustizia o politica?

Quesito al quale risponderà il dott.Ultimo:

«Se facciamo riferimento agli esiti del processo a carico di Marini, possiamo sottolineare che è una giustizia che, probabilmente, risente del tempo e del clima culturale e politico in cui matura la sentenza.

All’epoca la cosa che indubbiamente indignò fu la condanna per omicidio preterintenzionale, nonostante da più parti sia risultato che il coltello che colpì Falvella ed Alfinito spuntò fuori solo la sera, non in occasione del primo diverbio avvenuto nel pomeriggio sul lungomare.

Sicuramente quella fu una vicenda giudiziaria difficile e controversa, erano però tempi particolari. 

Non possiamo non tener conto della campagna innocentista fortissima mediaticamente, dell’impegno profuso da Soccorso Rosso, dalla mobilitazione di piazza e non solo promossa da ampi settori della sinistra.

C’è anche quella che, probabilmente, è solo una leggenda metropolitana, secondo cui Franca Rame provò a contattare Fidel Castro, chiedendogli di esercitare una serie di pressioni su dei parlamentari, nonché avvocati, del PCI affinché assumessero la difesa di Marini.

Questo dà il senso di come il processo Marini fosse parte di un discorso più ampio, dove la vicenda giudiziaria passa quasi in secondo piano, mentre a essere centrale è la vicenda politica.

Del resto, l’inizio del processo Marini segna un crescendo di violenza a Salerno: in occasione delle udienze gli scontri tra militanti di sinistra e di destra sono sempre più accesi, si passa infatti dai cazzotti alle molotov fino ad arrivare alle pistole. 

In pratica ogni udienza è occasione di incidenti, al punto che il processo viene spostato da Salerno a Vallo della Lucania, proprio per motivi di ordine pubblico.

Simbolicamente l’omicidio Falvella ed il processo Marini segnano l’inizio degli anni di piombo a Salerno.

 Una città che nel decennio successivo vedrà nascere ed operare una colonna delle Brigate Rosse, un caso rarissimo nel Mezzogiorno d’Italia.

Ecco, in quel momento, c’è un cambiamento di mentalità, di percezione, per cui anche la violenza più estrema diventa parte della pratica politica».

Un omicidio dettato dall’odio politico, ma come disse la madre di Carlo Falvella:

“hanno ucciso mio figlio, ma non hanno ucciso la sua idea”

Rita Lazzaro

(Foto presa dal web)

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