Principale Economia & Finanza Una domanda nata per caso

Una domanda nata per caso

Spesso ci sono occasioni di riflessione che si presentano all’improvviso, del tutto inattese, e che riguardano situazioni delle quali tutti ne parlano come problema ma che nessuno ha ancora trovato il modo di tradurre nelle tanto desiderata soluzione.
In materia fiscale ci sentiamo tutti, chi più o chi meno, in profondo disagio perché percepiamo una sensazione di esistenziale inadeguatezza.
Di recente mi è accaduto un fatto che mi ha indotto a pensare che non siamo noi ad essere inadeguati al fisco ma che sia il fisco che non è affatto adeguato al contribuente, al cittadino ed in particolare al lavoratore.
L’altro giorno sono entrato nel mio abituale caseificio, vi trovai il titolare. Al momento del conto con estrema calma feci notare come i prezzi fossero aumentati rispetto alla volta precedente.
Il produttore mi disse sconsolato: “Caro amico, la colpa è del costo del lavoro, cresce su tutto, dalle materie prime che usiamo alla nostra mano d’opera interna.”
Infatti, mi fu subito chiaro come su tutti i prodotti gravi un costo fiscale del lavoro eccessivo e che gli operatori percepiscono in continua crescita malgrado le reiterate promesse di riduzione fatte dai politici.
Risposi che le imposte ed i contributi vengono in realtà pagati dai lavoratori attraverso il meccanismo del sostituto d’impostai e che gli imprenditori non hanno motivo di lamentarsi restando del tutto immuni dal carico fiscale sostenuto esclusivamente dai lavoratori.
Non lo avessi mai detto!
In modo alquanto concitato mi disse che i soldi che lui trattiene sui salari dei dipendenti in realtà sono soldi “suoi” che fanno parte dei “suoi” costi perché lui, pur non potendoglieli mettere materialmente nella busta paga, deve comunque trattenerli per poi obbligatoriamente versarli all’Agenzia delle Entrate a nome del dipendente.
Ma sono costi suoi che gravano sul suo bilancio e per questo non vuol sentire proprio parlare che sia il lavoratore a subire il sacrificio fiscale visto che quei soldi manco li vede, manco li tocca e soprattutto manco li può spendere. Quindi per il lavoratore sono soldi virtuali come virtuale e non reale è il suo sacrificio, frutto di una vera e propria suggestione peraltro dal sapore indubbiamente sadico.
Ma non mi sembrava che di ciò fosse colpa del datore di lavoro, anch’egli è vittima di norme che cominciano ad apparire sempre più assurde e contraddittoria. Nasce il sospetto che in questo conflitto storico, il divide et impera di Cesare abbia qui trovato, ancora una volta, terreno fertile.
Casualmente era presente il contabile dell’azienda che confermava le parole del suo titolare: “Egli esprime il disagio dei dipendenti ai quali viene fatto credere di subire un sacrificio che, seppure soltanto suggestivo, gli crea comunque un fastidio ed un sacrificio assolutamente reale!”
Ma allora se il lavoratore non lo è, tutto farebbe pensare che il soggetto sacrificato sia soltanto il datore di lavoro!
Convinto di aver capito come stavano le cose tirai fuori i soldi dal mio portafogli e li consegnai al casaro ma… in quell’attimo un pensiero mi folgorò: in quei soldi c’era la copertura di tutti i costi sostenuti dall’imprenditore per produrre le mozzarelle ed i caci cavallo che avevo appena comperato.
Ma allora era ovvio che il prezzo che io stavo pagando come consumatore finale, vale a dire che nella somma che io gli stavo consegnando, erano compresi tutti i costi, anche quelli fiscali, anche l’Irpef ed i contributi dei dipendenti del mio amico fornitore. Ma non solo, c’erano anche l’Irpef ed i Contributi relativi ai dipendenti dei suoi fornitori.
Lo stesso non poteva che essere anche su, su su, fino alla fonte, risalendo di passaggio in passaggio l’intero processo produttivo.
Acquisii così la piena consapevolezza che tutti quei soggetti convolti nel processo produttivo recuperavano, passo per passo, la propria quota di costo fiscale attraverso la vendita dei propri prodotti al soggetto successivo.
Loro sì, ma io no. Ma allora sono io, soltanto io, il consumatore finale a pagare per tutti! E gli altri?
Essi non erano che le povere vittime di una ipnosi collettiva che anche oggi fa credere quello che non è, ma che però fa soffrire realmente quanto inutilmente.
Allora mi chiedo se non esista un sistema che possa evitare tanta sofferenza inutile e tanta confusione, se non a me consumatore, almeno agli altri, visto che gli altri sono anche consumatori oltre che lavoratori e datori di lavoro, come d’altronde lo sono anche io che per consumare devo prima lavorare e produrre reddito.
A questo punto mi auguro che sia possibile trovare qualcuno che voglia avventurarsi coraggiosamente nel tentativo di realizzare una riforma fiscale efficace ed efficiente, rifiutando le chiacchiere inutili e partendo magari dall’ipotesi di trasferire drasticamente tutto il carico dell’Irpef e dei Contributi, dal lavoro ai consumi.
Che lo voglia e lo sappia fare in modo chiaro e trasparente, coinvolgendo soltanto i consumatori e lasciando fuori dai guai dipendenti e datori di lavoro: basta una sola vittima sacrificale, non ne servono affatto tre contemporaneamente. Questo è un lusso che non ci possiamo permettere.
L’importante però è rispettare la condizione che il gettito ed i prezzi debbano restare invariati, e questo per ovvi motivi di equilibrio nei flussi finanziari dello Stato e senza provocare turbative speculative sui prezzi al consumo.
Queste domande le rivolgo anche a voi cari lettori perchè è quanto mai necessario ed urgente chiamare a raccolta chi sappia e voglia mettere in gioco la propria  esperienze di vita, anche professionale o culturale. Chi possa dire la sua, magari cominciando con il sostegno a questa visione o comunque che sia capace di proporre valide alternative a questo stato di cose.
 
Eh sì, prima ho detto la cultura, questa grande sconosciuta dal fisco impregnato fino all’inverosimile di burocrazia e tecnicismi fino a soffocare i lavoratori e sè stesso.
Questa è una situazione che non può più andare avanti senza il pericolo che, tutto ad un tratto, il sistema socio-economico-produttivo possa all’improvviso franare fragorosamente.
Penso che la “pace fiscale” si possa trasformare da slogan in un patto concreto firmato da fisco e lavoratori che preveda un totale divieto, tra gli stessi, di qualsivoglia rapporto patrimoniale o burocratico.
Tu cosa ne pensi? Mi piacerebbe ascoltare anche altre voci in merito.
Il direttore
Antonio Peragine

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