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La scoperta degli archi del Convento dei Cappuccini,  a Monte c’è chi impone l’oblio della memoria storica 

di Matteo Notarangelo* 

La scoperta degli archi del XVI secolo dell’ex convento dei Cappuccini infastidisce. Accade a Monte Sant’Angelo. C’è chi  vuole custodire la memoria storica e c’è chi impone l’oblio della memoria storica. È la storia di una città divisa, in cerca di identità e di autogoverno.

Durante i lavori di ristrutturazione dell’ex villa comunale di Monte Sant’Angelo, ai piani bassi dell’ex convento dei Cappuccini sono stati ritrovati alcuni archi risalenti al XVI secolo.

Del ritrovamento dei beni architettonici è stata informata la Soprintendenza ai Beni Culturali di Bari. La scoperta degli archi è stata fatta conoscere, con interrogazioni e lettere,  anche al Sindaco.

Diversi cittadini, forze consiliari, politiche e associative hanno manifestato la volontà di recuperare i beni archeologici scoperti, ma un cupo silenzio ha soffocato le loro aspettative.

Con un fare tempestivo, gli archi sono stati coperti di malta e nessuno delle autorità preposte alla salvaguardia del bene architettonico ha informato la città del gesto sconsiderato.

Tra la gente, serpeggia il malcontento e non si fatica ad incontrare chi si stupisce del silenzio della Scuola e delle Istituzioni. Eppure la toponomastica della città riporta e spiega le ragioni e il significato dato a  Piazza della Beneficienza, luogo in cui svetta l’ex convento dei Cappuccini.

La Città infastidita

Quanto accade nella vita quotidiana della città dai due siti Unesco è inverosimile. La scoperta degli archi dell’ex convento dei Cappuccini non crea alcuna curiosità, anzi si volgarizza per sminuire la loro valenza storica. Il Sindaco scrive che “si tratta di piccoli ambienti non fruibili all’interno delle fondazioni costruite per sopraelevare la struttura”. Affermazione che per ora non trova alcun riscontro storico, ma fa emergere il suo desiderio di riportare gli archi scoperti all’oblio, per non consegnare il passato alla città.

La vita quotidiana degli anziani cittadini la si vuole avvolta dal silenzio, un urlo del silenzio che non si addice a una città che si candida a capitale della cultura per l’anno 2025. Ma questa non  è solo la storia archeologica dell’antica città infeudata, c’è dell’altro.

Chi vuole conoscere  le verità artistiche nascoste nel ventre della città dell’arcangelo Michele può osservare le dinamiche relazionali, politiche e elettorali. Dopo di ché, diventa superfluo affidarsi  alle  inchieste giornalistiche per conoscere le tante resistenze poste alla ricomparsa dei tanti tesori sepolti dalla polvere dei secoli passati.

Certo, per custodire la memoria bisogna conoscere  ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà. Ma non tutti lo fanno: il ceto politico-culturale locale  sceglie la pigrizia della sudditanza e l’oblio della convenienza.

Assordante è il silenzio dell’ex assessora alla cultura della città dai due siti Unesco, premiata con tantissimi voti.

La storia sociale della città è loquace e si racconta con il potere dei silenzi condivisi. E’ in questo vissuto storico-amministrativo che si attorciglia la ragione del fastidio di condividere, parlare e tutelare il bene culturale ritrovato.

L’oblio della storia

L’oblio della storia del popolo della città dell’Arcangelo è stato infranto, rotto. In questi giorni, c’è chi rilegge e racconta la storia dell’ex convento dei Cappuccini.

Per tanti, narrare la storia dell’ex convento dei Cappuccini, può essere utile. Non dimenticare è diventato un modo per apprezzare i luoghi, la piazza e gli spazi vissuti da un popolo passato con pochi diritti, ieri come oggi.

La Città di Monte Sant’Angelo con l’ex complesso monastico dei Cappuccini vanta un grande merito: ha assicurato, a tanti indigenti e a tanti pellegrini, un’assistenza qualificante nel campo sanitario e nel campo dell’ assistenza agli anziani bisognosi. Sotto gli archi scoperti, e comunicanti con i locali del convento, i frati cappuccini hanno garantito per secoli un pasto al giorno agli indigenti della “Montagna dell’Angelo”. Questa tradizione di assistenza e di ricovero dei malati, dei poveri  e degli anziani è stata rivolta soprattutto ai pellegrini diretti al santuario micaelico, per poi allargarsi a tutta la popolazione residente, tanto da creare, dal 1561 in poi, un vero e proprio Ospedale cittadino, gestito dall’Università di Monte Sant’Angelo, denominato “Hospetale di S. Angeli”.

Della sua opera pia e sanitaria e dell’Asilo della Mendicità si trovano indicazioni nelle varie relazioni delle visite pastorali da parte dell’Arcivescovo di Siponto, il Cardinale Orsini, da cui molte opere pie, fra cui anche il locale Ospedale, ricevevano assistenza e denaro. Così dall’Ottocento, e precisamente dal 1839, l’Ospedale si trasferì dal Convento di san Francesco a quello dei Carmelitani (ex Caserma dei Carabinieri, con annessa Chiesa del Carmine); nel 1858  e dopo nel 1868, nel Convento dei Cappuccini, con annessa Chiesa intitolata a San Niccolò e con un Orfanotrofio femminile. Da quel momento, il Comune, per andare incontro alle varie esigenze assistenziali dell’Ospedale dei Cappuccini, dovette cedere l’intero stabile del Convento, compreso il terreno ad uso di orto, che gli era stato donato dallo Stato, dopo le leggi eversive della feudalità del 1806, così come gli altri complessi monastici dei Benedettini, dei Francescani, dei Carmelitani e dei Celestini.

Gli archi raccontano

Lo scopo solidale di tale  cessione era finalizzato ad un uso di pia casa di ricovero e di assistenza ai malati ed anziani indigenti e in stato di solitudine. Le finalità socio-assistenziali, volute dalla comunità di Monte Sant’Angelo, hanno provocato, anche, l’attenzione al bello, all’armonia architettonica del convento con il nascente corso principale della Città. L’attuale scalinata di accesso all’Ospedale e alla chiesa dei Cappuccini venne costruita nel 1880. L’Ospedale civile “San Michele Arcangelo”, con sede presso il Convento dei Cappuccini, ha avuto, fino alla sua cessazione del 1957, una funzione molto importante nella vita socio-sanitaria della città dell’Arcangelo, tanto da essere riconosciuto come unico centro di grande rinomanza in campo medico ed assistenziale, specie per quanto riguarda la chirurgia, grazie al prof. Filippo Ciociola e la guarigione delle malattie infettive, come la malaria e la tubercolosi, ed all’opera pia delle Suore della Carità e successivamente dell’Ordine del Preziosissimo Sangue. La chiusura dell’Ospedale avvenne nel 1957, dopo che aveva subito gravi danni nel terremoto del 1955, per essere, poi, trasferito nel 1978,  nella parte nord dell’ex Convento.

In questo scenario, si inserisce la lunga storia quasi secolare delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo in Monte Sant’Angelo (FG), attraversata  da un susseguirsi di attività di solidarietà mediante l’accoglienza l’assistenza di persone bisognose: anziani, orfani, gestanti, malati; nonché la formazione scolastica e l’ iniziazione lavorativa.

Il resto è storia di oggi. Il Comune di Monte Sant’Angelo con i suoi impopolari commissari prefettizi, trascurando lo spirito solidaristico posto a base della Casa di Riposo “San Michele, ubicata nell’ex convento dei Cappuccini,  nel 2017 scelsero la via della gara per la “gestione” dei bisogni degli anziani e degli indigenti.

Se questa è la storia dei luoghi,  a chi da fastidio recuperare la storia archeologica e sociale dell’ex convento dei Cappuccini? Chi la vuole nascondere? Chi la vuole evitare? Perché? Domande a cui presto o tardi qualcuno dovrà pure rispondere. 

*Sociologo e counselor professionale

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