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Intervista a Roy Paci: “Con HAPPY TIMES vi do il benvenuto al mio nuovo mondo”

Il 15 giugno scorso è uscito per Etnagigante su tutte le piattaforme digitali HAPPY TIMES, il nuovo singolo di ROY PACI, un restart dell’iconico trombettista, compositore, arrangiatore, cantante e talent scout nato ad Augusta (Siracusa) nel ’69. Seppur orgogliosamente italiano, vanta una brillante carriera per lo più internazionale, avendo girato il mondo tra Africa, Sud America ed Europa, collaborando con i migliori artisti e contaminando il proprio sound di ritmi latini e africani, che fanno di Roy il Rey de la noche. Negli anni ha preso parte a numerosi progetti teatrali, editoriali, cinematografici e televisivi, oltre ad essere promotore di varie iniziative benefiche > clicca qui per la biografia completa

 

Il tuo nuovo singolo “HAPPY TIMES”, esce a cinque anni dall’ultimo lavoro. Qual è il messaggio che hai voluto lanciare?

Come hai detto, questo singolo arriva dopo un po’ di anni di stop e per il mio ritorno volevo creare una sorta di reprise di quello che potremmo definire il “Toda Joia 3.0”. Ho cercato di ritrovare anche nelle asperità della vita e dopo il periodo “quarantenante” che abbiamo vissuto – pesantissimo soprattutto per i musicisti – un senso di libertà totale, attraverso il linguaggio che mi sono coniato, ossia una mezcla di latino, italiano, patwa e giamaicano. Il risultato è stato questo brano che esorta a rivivere momenti appunto di libertà (anche quelli più intimi) e a riappropriarsi del senso della notte, intesa in questo caso come momento di fruibilità della musica nei concerti, come momento di massima condivisione tra chi la produce e chi l’ascolta. Nel pezzo, infatti, dico: “porque quiero romper la noche”, cioè voglio far casino, non nella sua accezione negativa ma intendendo proprio la volontà di tornare a godere della gioia della notte.

Hai presentato il brano come “Il benvenuto al mio nuovo mondo”. Cosa dobbiamo aspettarci ancora da te?

Con questo singolo chiudo definitivamente, dopo 25 anni, il mio primo progetto “Roy Paci & Aretuska” e ne faccio partire uno nuovo da solista, che prenderà il mio nome, e mi auguro di riuscire a terminare l’intero album per i primi mesi del 2023. A livello di sonorità, già con HAPPY TIMES i miei aficionados avranno sicuramente notato una notevole differenza con il passato. Infatti, nella mia nuova scelta compositiva non mi baserò soltanto sulla roba organica suonata, ma la coniugherò anche con l’elettronica.

ASCOLTA ORA IL BRANO

Che percorso di vita è stato quello di “Roy Paci & Aretuska”?

È stato un percorso bellissimo: 25 anni pieni di momenti indimenticabili, vissuti insieme ad un gruppo che ovviamente nel tempo ha cambiato la sua composizione. È stato, però, stupendo perché siamo riusciti a portare ed esportare soprattutto all’estero il nostro linguaggio musicale, che è stato anticipatorio rispetto a tante produzioni recenti. Sono stato il primo a portare in Italia un determinato sound latino venti anni fa e sono contento che adesso la gente e i miei colleghi abbiano finalmente capito che la contaminazione con gli altri mondi musicali è importante. Io l’ho sperimentata in tempi in cui ancora non si praticava e ho contaminato la mia musica di elementi sia latini che africani. Inizialmente i puristi storcevano il naso, mentre ora siamo circondati di commistione di generi e questo mi fa molto piacere, perché in qualche modo ne sono stato pioniere. Ho avuto il coraggio di osare e ciò mi ha permesso di essere conosciuto come un artista internazionale orgogliosamente italiano.

È quindi questa contaminazione “il segreto del tuo successo”?

Io penso proprio di sì. L’aver portato l’Italia nella mia musica ma alla mia maniera è stato fondamentale. Ho girato e giro il mondo molto più di altri artisti del nostro Paese e ho suonato in posti per loro improbabili e questo perché non canto sempre in italiano, ma comunico il mio messaggio musicale maggiormente con le lingue più utilizzate e comprensibili all’estero, ossia l’inglese e lo spagnolo. È una soddisfazione per me riuscire a far questo e allo stesso tempo rientrare comunque tra gli artisti italiani.

Attraversando il mondo, appunto, hai potuto collaborare con alcuni dei nomi più importanti del panorama musicale internazionale. Quale è stato l’incontro che ha segnato la tua visione e svoltato il tuo sound?

Quello che ha svoltato il mio sound non è stato un incontro, ma sicuramente due territori: l’Africa e il Sud America. Trent’anni fa è come se mi avessero aperto i chakra, perché quando ho vissuto per sei mesi a Dakar (Senegal) o in Kenya sono stato del tutto contaminato dalle loro sonorità. Ho studiato la loro musica e inevitabilmente ho assorbito tutto, riportandolo nel mio. Poi, certo, tra le centinaia di figure con cui ho lavorato ci sono due artisti che mi hanno particolarmente segnato e ti parlo di Mike Patton e Manu Chao.

Quando hai capito che sarebbe stata la tromba la tua compagna di viaggio nella musica?

Avevo 10 anni e l’ho capito subito perché appena l’ho toccata ho preso la corrente. È stato come quando nel film dei Blues Brothers John Belushi vede la luce (ride, ndr). La sensazione è stata quella lì: mi sono elettrizzato sin dal primo momento e per la passione che ne è derivata non mi sono mai più staccato dallo strumento.

Solo dopo hai unito alla tromba la tua voce. Cosa ti ha spinto verso questa decisione?

Ho trovato il coraggio soprattutto grazie all’esperienza nel grande laboratorio di Radio Bemba Sound System. Prima degli anni 90 facevo un po’ il corista con i gruppi con cui militavo, come i Mau Mau e i Qbeta. Solo dopo ho iniziato a cantare e rappare, anche su palchi di festival mondiali con Manu Chao, e poi di lì ho deciso di dar vita al mio progetto “Roy Paci & Aretuska” e ho cominciato davvero a cantare.

Durante la tua carriera hai anche creato un’etichetta discografica indipendente “Etnagigante”. Com’è nata?

L’etichetta è nata venticinque anni fa a Catania, poi si è trasferita a Roma, a Milano, a Faenza, a Lecce e adesso sta Palermo perché si è mossa in base ai miei spostamenti. Oltre ad essere un’etichetta indipendente, è anche una società di produzione artistica che si occupa di eventi e festival (quest’anno infatti ne abbiamo organizzati quattro). Inoltre, sono anche talent scout perché credo molto nei giovani soprattutto in quelli volenterosi, che mi piacciono musicalmente, che hanno delle cose da dire e che desiderano davvero diventare qualcuno in questo settore, non solo per hobby. Il lavoro del musicista è un lavoro serio.

Sei anche molto impegnato nel sociale, penso alla canzone “Salvagente” in duetto con Willie Peyote, che ti vede con AMREF in Africa per un progetto riguardante l’acqua. Com’è stato unire musica e attivismo?

È stato qualcosa di spontaneo, perché ritengo che se non sentissi questo attaccamento a ciò che mi succede intorno, appenderei la tromba al chiodo, non mi sentirei un musicista vero. Credo che il sociale sia la vera politica di tutti i giorni, ossia il fatto di aiutare il prossimo, di tendere la mano verso le persone più deboli e schierarsi dalla parte di coloro che hanno più bisogno di noi. Non so, a me viene naturale.

Domanda da figlia della mia terra, la Puglia: che rapporto hai con questa regione?

Beh, con la Puglia ho un rapporto bellissimo. Ho vissuto per 13 anni a Lecce e lì, insieme alla mia società, ho creato uno degli studi di registrazione più grandi d’Italia, dove hanno registrato Peyote, Silvestri, Niccolò Fabi, Colapesce etc. Inoltre sono direttore artistico dell’Uno Maggio di Taranto. È un orgoglio per me aver realizzato tutto ciò e, anche se ora abito a Palermo, vengo a Lecce costantemente per via dello studio. Perciò si può dire che non abbia mai davvero lasciato la Puglia e, in effetti, mi sento proprio un cittadino pugliese.

 

[Ringrazio Marco Negro di ConzaPress per la fattibilità dell’intervista]

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