Principale Cronaca Assistenti sociali: quote azzurre cercasi

Assistenti sociali: quote azzurre cercasi

La marcata femminilizzazione nei “white jobs” alimenta stereotipi, pregiudizi e segregazione di genere. Intanto le politiche sociali in Italia vanno a rilento.

di Roberto Traetta

Una dei tanti effetti collaterali del processo di industrializzazione di fine Settecento è stata la divisione del lavoro basato sul genere e sulla dicotomia tra lavoro produttivo maschile e lavoro di cura femminile.

Il binomio donna-riproduzione è stato contrapposto a quello uomo-produzione.

Da allora fino ai giorni nostri, questa strana concezione ha permeato il nostro modo (sbagliato) di pensare, trasformandosi in uno stereotipo che non ha permesso di approfondire la conoscenza della realtà, facendoci vivere superficialmente.

Un esempio? Eccola: la professione di assistente sociale.

Negli avvisi online sulla formazione permanente, nei webinar, nei corsi di formazione, sui post di Facebook, nelle brochure virtuali, negli articoli giornalistici, quando ci si riferisce all’assistente sociale, la declinazione è sempre al femminile: alle assistenti sociali… un’assistente sociale (con l’apostrofo).

La marcata femminilizzazione è, fin dalle origini, un dato fondativo della professione di assistente sociale, ancor prima dell’avvento dell’industrializzazione, e ha continuato ad esserlo nei decenni successivi.

La disciplina e la professione di servizio sociale sono storicamente connotati da una sostanziosa presenza di donne. Gli interventi di assistenza sociale, infatti, trovano la propria genesi nelle pratiche caritatevoli e nelle attività di cura e assistenza storicamente associate alla sfera femminile: il valore della cura e l’assistenza ai più deboli sono visti come la proiezione all’esterno della funzione che le donne hanno da sempre svolto in casa.

Oggi, in Italia soprattutto, l’immagine di assistente sociale al femminile è molto radicata, e i pregiudizi nei confronti degli uomini nei panni di questo professionista sono duri a morire.

L’azione dello stereotipo nel momento di “ingresso” nel mercato del lavoro è alla base della cosiddetta “segregazione di genere” per la quale alcune professioni sono caratterizzate da una quota dominante di donne. La questione della segregazione di genere nel servizio sociale mette in luce un dato ormai assodato: le caratteristiche del “buon assistente sociale” sono associate a quelle tipicamente femminili.

Questo che cosa significa? Che un uomo assistente sociale non può essere un buon professionista?

Comunque, la professione soffre di una situazione di inferiorità e di marginalità rispetto ad altri operatori, proprio per il fatto che si ha la sensazione che l’assistente sociale (donna) operi in base all’istinto, all’intuizione e al buon senso, senza un solido bagaglio teorico e metodologico, enfatizzando codici femminili e materni nell’intervento di aiuto.

Questo dato potrebbe spiegare il lento sviluppo delle politiche sociali nel nostro paese, proprio perché si sottovaluta l’operato della donna?

E se la poca presenza degli uomini dipendesse da una valutazione  dell’intero settore dei white jobs come tendenzialmente meno prestigioso rispetto ad altri ambiti, che spinge i maschi a snobbarlo?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto, l’auspicio è sempre lo stesso: che le politiche sociali diventino ancora più efficaci e risolutive, e che possano davvero migliorare le condizioni delle fasce meno abbienti.

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