Principale Ambiente & Salute E la mitica falena volò sul nido del Vulture

E la mitica falena volò sul nido del Vulture

“Quale colomba dal disio chiamata” – passatemi la metafora dantesca – percorrendo la statale 659 proveniente dalla “jonica”, vedo stagliarsi in lontananza la gigantesca sagoma del complesso paleovulcanico del Vulture, spinto dal desiderio di rivivere ancora una volta dopo tanti anni la magia di questi territori, preziosi per la biodiversità floro-faunistica che hanno ottenuto dalla natura.

E mentre mi avvicino, ammirando il profilo maestoso e tipicamente acclive del Monte Vulture, riaffiora alla mente il ricordo del Conte F.Hartig, quell’omaccione serioso e un po’ burbero che nel 1963 aveva scoperto e descritto nientepopodimeno che l’”Acanthobrahmaea europea”, mito e mistero di questo estremo lembo d’Italia.

Bisogna dire che a tutt’oggi non sono del tutto chiariti i passaggi faunistici, filogenetici e biogeografici che legano questa famosissima falena al suo territorio: dovete sapere che fra la Bramea del Vulture e le sue “consorelle” strettamente imparentate vi sono elevate distanze in chilometri, a tal punto che molti autori si son chiesti se la nostra rappresenti un endemismo locale o se sia comunque un “relitto miocenico”, relativo alle antiche connessioni territoriali tra la penisola italiana e le aree del mediterraneo orientale.

Per giunta, le nervature radiali delle sue ali sono raggruppate in una sequenza decisamente arcaica, riferibile cioè solo a specie ormai estinte e differente da quella di tutte le altre Bramee: motivo per il quale W. Stauter nel 1967 decise di erigere il genere monospecifico “Acanthobrahmaea”, assegnandolo in esclusiva al raro lepidottero del Vulture.

Sulla falsariga di tali osservazioni, l’amico entomologo A.Zilli ha sostenuto che non è azzardata l’ipotesi che la nostra sia addirittura il più antico Brameino esistente, breve il suo periodo di sfarfallamento (fine marzo-metà aprile), particolare anche la presenza di dentelli e di una grossa spina terminale (àKantha=spina) sulla pupa o ninfa, il che consente alla stessa di muoversi e interrarsi meglio nel suo riparo.

Nella fase di bruco la nostra si nutre anche di una Oleacea tanto diffusa quanto nota nelle nostre contrade, sto parlando della fillirea (Phillyrea latifolia L.).

Quanto sopra porta infine – ma questa sembra proprio una storia infinita – all’istituzione nel 1971 della “Riserva Naturale Orientata “Grotticelle”, l’unica nel suo genere perché istituita per proteggere nientedimeno che una falena!

Dopo una mattinata di ricerche, ho rinvenuto sul Monte Vulture alcuni esemplari di Melitaea diamina, una specie, pensate, nota solo della fascia alpina e delle sue valli meridionali, un indubbio relitto interglaciale che risale all’ultima glaciazione esauritasi ben 10.000 anni fa: è stato molto interessante il ritrovarla causa il riscaldamento climatico che viene avvertito da tali insetti anche alle quote più alte.

Era in “buona compagnia” con il Parnassius mnemosyne, elemento microfaunistico non comune e tipico delle zone montane che prende il nome da un personaggio della mitologia greca, Mnemosine, figlia di Urano (il cielo) e di Gea (la terra): follemente amata da Zeus, Mnemosine diede alla luce nientemeno che le nove Muse. Ma questa non è più entomologia, direi che è un’altra storia o meglio mito!

Valentino Valentini

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