Principale Politica Referendum del 12 giugno: intervista all’avvocato Di Dio

Referendum del 12 giugno: intervista all’avvocato Di Dio

Referendum del 12 giugno: intervista all’avvocato Di Dio
di Rita Lazzaro
Il 12 Giugno si voterà sui referendum concernenti la riforma della giustizia.
Referendum che non solo hanno diviso l’opinione pubblica, ma anche e soprattutto il mondo dei giuristi.
Da una parte, infatti, abbiamo i pro come Caiazza (UCPI): “Temi importanti. Da approvare”.
Dall’altra, ci sono i contro come Santalucia (ANM): “Non aiutano le riforme”.
Un referendum che però, secondo un sondaggio Swg, vede informato sul suo contenuto soltanto un elettore su quattro un sondaggio Swg.
Gli italiani dovranno rispondere a cinque quesiti promossi dal Partito radicale, che hanno trovato fin dall’inizio il consenso del leader della Lega Matteo Salvini. Si va dall’abolizione delle firme per le candidature dei togati al Csm alla valutazione sulla professionalità degli stessi, dalla separazione delle carriere tra giudici e pm alla limitazione della carcerazione preventiva, fino a toccare la legge Severino sull’incandidabilità e la decadenza degli eletti condannati.
Del referendum “della discordia” parleremo con l’avvocato Dalila Di Dio che, in un post su facebook, non ha esitato a esprimere il suo punto di vista non solo per quanto concerne le riforme, ma anche sul contesto sociale , culturale e dell’informazione.
“Quasi certamente il 12 giugno non si raggiungerà il quorum ma c’è una ragione precisa per cui bisogna votare e farlo in maniera massiccia: se questa consultazione non otterrà una buona partecipazione, per i prossimi vent’anni vi sentirete dire che il Popolo si è espresso e al Popolo va bene così”.
Parole che sanno di scetticismo ma che, contestualmente, invitano il Popolo a “scendere in trincea”, perché:
“Non votare significa sollevare il Legislatore dal peso di operare un cambiamento, uno qualunque, in qualunque direzione.
Non votare significa appoggiare lo status quo e diventare complici di un sistema di storture e abusi nei confronti dei cittadini.
Non votare significa prestare acquiescenza al dominio di una casta sulle istituzioni democratiche tutte.”
“Cambiamento” per mano del legislatore, “sistema di storture e abusi”, “dominio di una casta sulle istituzioni democratiche”.
Parole chiave rese ancor più esaustive dalla foto di Palamara riportata nel post.
1) Avvocato, quanti Palamara abbiamo oggi in Italia, e quanti si sarebbero potuti evitare se il legislatore avesse affrontato il “peso di operare un cambiamento, uno qualunque, in qualunque direzione”?
-“È evidente come la maggior parte dei magistrati, in Italia, svolga il proprio ruolo con correttezza e onore, e di questo va dato atto alle centinaia di Giudici e PM che quotidianamente, senza cercare ribalte di sorta, portano avanti il carrozzone giustizia in Italia.
Tuttavia, la vicenda Palamara ha acceso un faro su un sistema, quello correntizio, con la “lottizzazione” del CSM e delle nomine nei ruoli apicali degli uffici giudiziari, soprattutto requirenti, sul quale sarebbe stato necessario aprire una riflessione profonda da parte della magistratura stessa, oltreché della politica e della società civile.”
2) A proposito di direzione, quali pensa siano state le strade sbagliate prese dal legislatore, e quali dovrebbe applicare oltre a quelle già previste dai referendum abrogativi del 12 giugno?
-“Trovo che la riforma Cartabia sia, su molti temi, eccessivamente compromissoria.
La composizione del Parlamento e dell’attuale coalizione di Governo hanno imposto una certa prudenza nelle scelte, che si riverbera sulla loro efficacia, rischiando di trasformare questa riforma in un pannicello caldo.
La sostanziale abolizione dell’istituto della prescrizione operata da Bonafede, ad esempio, avrebbe dovuto essere cancellata con un colpo di spugna e per sempre dimenticata, essendo contraria ad ogni principio di civiltà giuridica e totalmente inidonea a perseguire lo scopo dichiarato di abbreviare la durata dei processi.
Al problema della ragionevole durata del processo si risponde potenziando le piante organiche dei Tribunali, anche richiamando le centinaia di magistrati dislocati presso i Ministeri, e rendendo più efficiente l’intera macchina della Giustizia.
L’ufficio del processo, recentemente istituito dal Ministro Cartabia, sembra essere un palliativo, assai dispendioso – oltre 8000 unità assunte con il livello di funzionario – ma non altrettanto efficace. Servono più magistrati preparati e occorre ribaltare la prassi di assegnare alle sedi disagiate magistrati di prima nomina: è proprio in quelle sedi che andrebbero dislocati i magistrati più esperienti, in grado di affrontare le difficoltà che territori problematici pongono quotidianamente.
Sotto altro profilo, come è noto, l’avvocatura si batte da anni per la separazione delle carriere dei magistrati – la relativa proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare giace in Parlamento, dimenticata, da oltre quattro anni – e per la responsabilità civile dei magistrati, altro argomento su cui, ovviamente, si incontra l’opposizione più strenua ma che noi riteniamo fondamentale”.
3) Cosa risponde a chi sostiene che “le riforme non aiutano”?
-“Che di fronte alla situazione attuale, la cui gravità è sotto gli occhi di tutti, chi mira a mantenere lo status quo, evidentemente risponde a logiche del tutto estranee agli interessi dei cittadini”.
4) Osservando l’attuale stato delle cose: dalla politica al contesto sociale, dal mondo giuridico all’informazione, che aspettative ha per la nostra Nazione?
“Più che nutrire aspettative, ho un auspicio: che la società civile comprenda che i temi della giustizia non sono un affare privato tra avvocatura e magistratura.
In fondo, appartengo all’unica categoria che quando protesta – astenendosi dal partecipare alle udienze, ad esempio – lo fa non per tutelare un interesse proprio ma per rivendicare il rispetto delle garanzie e dei diritti che la Costituzione riconosce ad ogni singolo cittadino”.

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