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Da Altamura Roberto Traetta, il Comunicattore con il vizio della scrittura si racconta in “Mo’ Jè”.

Scrivere? Un lavoro da duri

Definire il 46enne altamurano Roberto Traetta solo scrittore, è davvero riduttivo. Oltre a essere uno dei primi assistenti sociali privati al Sud, è storyteller d’impresa, cioè è specializzato nella pubblicazione di biografie aziendali per noti imprenditori locali; ed è anche writing mentor, cioè affianca gli studenti universitari alle prese con la tesi di laurea, in una sorta di tutoraggio.

Per questo spazio, però, ci interessa il Roberto scrittore. A gennaio infatti è uscito il suo dodicesimo libro, intitolato “Mo’ Jè”, espressione dialettale che dalle sue parti si usa come sprone a vivere intensamente il “qui e ora”.

Poche pagine in un formato pocket, raccontano una filosofia di vita: non ha più senso ritardare le gratificazioni a lungo termine, perché ogni istante è pienamente capace di darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

È proprio così per te?

Certo. Da qualche tempo faccio rivivere il durante. Mi interessa il presente, che è diventato la mia ossessione dominante. È istantocrazia e la celebro nel libro.

Che rapporto hai con la scrittura?

È una passione divorante. Tuttavia, vivere di scrittura pubblicando libri è quasi impossibile. Però non si deve rimanere ancorati all’idea di scrivere libri, ma esportare il talento, declinarlo su diverse modalità e attività.

Parlaci del tuo nuovo libro.

Si tratta di una miscellanea, un insieme di riflessioni ironiche e sincere, a volte amare, pubblicate prima su Facebook tra dicembre 2020 e luglio 2021.

Ad aprire il libro c’è una bella prefazione…

Sì, l’ha scritta Giovanni Riviello, un avvocato santermano che opera Altamura. In poco tempo, è diventato un riferimento professionale e culturale. L’ho conosciuto in un momento difficile di paralisi creativa. Averlo incontrato mi ha messo addosso entusiasmo perché è una persona solare e carismatica. “Mo’ jè” pertanto si configura anche come un omaggio a lui perché il titolo è lo slogan di una sua campagna elettorale, visto che è un uomo impegnato politicamente. “Mo’ Jè” è un segnale di vitalità e di voglia di riscatto e mi è sembrato adatto anche per descrivere il momento di rinascita spirituale che stavo vivendo.

Come si diventa scrittori? Che consigli puoi dare alle aspiranti penne che ci stanno leggendo?

Intanto, si scrive per raccontare storie agli altri, perché una storia non raccontata non esiste. Siamo fatti di storie. Si tratta di un atto di comunicazione per capire molto di sé e raccontarlo agli altri in modo che traggano piacere dalla lettura. Comunque, non bisogna scrivere libri solo per narcisismo. Occorre il tormento di un’idea forte.

Oggi quali sono i libri interessanti?

I buoni libri sono quelli che iniziano a lavorarti dentro quando hai finito di leggerli; sono quelli che fanno saltare delle sicurezze che credevi consolidate. I libri non servono per sapere, ma per pensare.

Quanto incide la chiarezza di scrittura sulla qualità di un testo?

Direi che è fondamentale. Parlare e scrivere bene significa pensare bene. Scrivere con chiarezza porta lettori, mentre scrivere in maniera ambigua moltiplica i commentatori.

Che importanza riveste la scrittura oggi?

Dietro ogni evento storico c’è sempre uno scritto: un libro, un articolo, una poesia, il testo di una canzone.

Io do molta importanza alla scrittura, che in molti casi diventa un biglietto da visita. Scrivere è un lavoro da duri.

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