Principale Politica Diritti & Lavoro Il 15 maggio 1989 moriva Cesare Pozzo

Il 15 maggio 1989 moriva Cesare Pozzo

Nel 1898, all’età di 45 anni, moriva sui binari Cesare Pozzo, pioniere del mutualismo e dell’organizzazione sindacale dei ferrovieri

Udine, 15 maggio 1898. Un uomo vestito di nero esce dallo stabilimento idro-elettro-terapico del dott. Domenico Calligaris, fuori Porta Venezia. Cammina pensieroso e preoccupato. Sotto il cappello duro, a forma piatta, l’espressione non tradisce l’ansia che lo rode.

L’uomo imbocca la circonvallazione esterna verso porta Grazzano, la supera, passa accanto al Collegio militarizzato Aristide Gabelli e imbocca la rampa del cavalcavia ferroviario. Non visto dal casellante, oltrepassa il casello n. 870, e, a ridosso del binario al chilometro 125, attende. Attende il diretto da Udine per Venezia delle 11.25.

Il ben noto fischio della locomotiva annuncia il convoglio. L’uomo improvvisamente, risoluto, vi si getta sotto. Il macchinista Pietro Beretta e il fuochista Domenico Zecchinato fanno di tutto per arrestare il treno, ma è troppo tardi. Le ruote recidono tronco e gambe. Una di esse è scagliata a dieci metri di distanza. Sopra lo stivaletto si nota una calza rossa.

Il primo ad accorrere è il direttore del Collegio Gabelli che fa chiamare una barella. Seguono il delegato di P.S. con alcuni agenti e, mandati a chiamare, medico e pretore.

Orrendamente dilaniato, l’uomo rantola ancora. Sotto un cielo in parte velato e circa 20° gradi di temperatura, l’agonia dura un’ora. L’uomo spira alle 12.30. Altre cronache riportano, forse più realisticamente, che “pochi minuti appresso egli era spirato”.

Qualcuno per pietà copre il viso dell’uomo con la sua stessa giacca. Un giornalista domanda alle guardie perché non si nasconda il cadavere alla curiosità morbosa della gente, con una coperta o una stuoia. Gli viene risposto che non hanno “trovato nessuno che volesse darne”. Nelle tasche dell’uomo vengono ritrovate quattro chiavi, un temperino, un biglietto da 25 lire e uno da una, un orologio e un libretto di note.

Così i giornali dell’epoca raccontano gli ultimi istanti della vita (“Il raccapricciante suicidio di ieri” per La Patria del Friuli) di Cesare Pozzo, macchinista ferroviario, già presidente della Società di mutuo soccorso fra macchinisti e fuochisti delle Ferrovie Italiane (oggi Mutua sanitaria Cesare Pozzo) e tra i fondatori del primo sindacato di categoria dei ferrovieri.

La scena è chiara, il percorso verso la drammatica fine facilmente ricostruibile, anche se i bagni del dottor Calligaris e le Porte non esistono più, mentre i toponimi sono cambiati (piazzale XXVI Luglio al posto di Porta Venezia, piazzale Cella al posto di Porta Grazzano esterna). Ma perché Cesare Pozzo si trovava a Udine e come arrivò all’estrema decisione?

L’esito drammatico fu determinato dalla miscela esplosiva provocata dalle condizioni di salute e dalla tesissima situazione del maggio 1898. Serve quindi un passo indietro. Cesare Pozzo era malato: una vita di attivismo, di studi, di pubblicazioni per la difesa dei diritti del personale di macchina e dei ferrovieri tutti, continuando a svolgere il durissimo mestiere di macchinista, aveva inferto un duro colpo alla sua salute psichica.

Cesare Pozzo in cura a Udine

La pubblicità dello stabilimento dove si stava curando Cesare Pozzo

A causa della malattia – i medici prescrivevano riposo – Cesare Pozzo negli ultimi anni aveva, quindi, abbandonato l’impegno in prima persona. Quanto alla diagnosi, l’amico Attilio Riboldazzi, nella prefazione alla storia della Mutua a cui Cesare Pozzo stava lavorando, uscita postuma nel 1899, scrive di “esaurimento nervoso” e “paralisi progressiva ai lobi del cervello”. Il dottor Calligaris di Udine parla di nevrastenia. Sempre Riboldazzi racconta di periodi “ora comatosi, ora di eccessiva irritabilità, lacrimava senza sapere perché, si esaltava per un nonnulla, prima loquace, per precipitare dopo nel più cupo mutismo”.

Per curarsi, già nel 1897, Cesare Pozzo aveva perciò trascorso un periodo a Chiusaforte (UD), nella valle dove a inizio della carriera aveva lavorato conducendo la locomotiva. E a Chiusaforte era tornato, per lo stesso motivo, ai primi di maggio 1898, ma l’inclemenza del tempo l’aveva indotto a proseguire le cure nello stabilimento di Udine, dov’era arrivato la sera dell’8.

Nel frattempo erano scoppiati in varie parti d’Italia e soprattutto a Milano, i moti popolari contro il caropane, duramente repressi dal Governo con vittime, arresti, perquisizioni.

La repressione colpisce ovviamente anche i ferrovieri e, con loro, la Società di mutuo soccorso dei macchinisti e fuochisti e la Lega Ferrovieri Italiani, il primo sindacato di categoria. La nuova sede della Mutua, in via San Gregorio a Milano, avrebbe dovuto essere inaugurata proprio in quei giorni, ma è occupata dalle truppe del generale Bava Beccaris, lo stesso che intanto stava usando i cannoni contro i manifestanti, con un bilancio finale di più 80 morti.

La Lega Ferrovieri Italiani che Cesare Pozzo aveva contribuito a far nascere e di cui era stato dirigente, viene sciolta. I dirigenti della Mutua e delle altre organizzazioni dei ferrovieri, sono posti in arresto o subiscono perquisizioni, molti per evitarlo fuggono.

Per dirla con l’amico Riboldazzi: “L’edificio eretto con tanto amore e sacrificio, a cui [Cesare Pozzo] aveva dedicato tanta tenacia ed assiduità, era stato raso al suolo; la Lega [Lega Ferrovieri Italiani] più non esisteva, più non esisteva quell’organizzazione che lo aveva fatto palpitare di gioia, nell’ebrezza della meta raggiunta”.

Lo stesso Cesare Pozzo, benché non più in prima linea da qualche tempo, è sottoposto a controlli. Mentre è a Udine per le cure, la polizia perquisisce la casa di Livorno, dove era stato trasferito dalle ferrovie e risiedeva con la famiglia.

Quando arrivano anche nello studio del dottor Caligaris, lui si convince che l’avrebbero arrestato, nonostante la perquisizione infruttuosa e le rassicurazioni del medico. Tutti i quotidiani  che trattano la vicenda (La Patria del Friuli, Giornale di Udine e Il Friuli, giornale per il quale in passato Cesare Pozzo aveva anche scritto) sul punto sono concordi.

Così descrive la scena La Patria del Friuli: “Data un’occhiata di fuori [dallo studio del dottore] videro tre individui che guardavano ai locali. Il Pozzo fa per uscire. – Dove va? – gli chiede il dottore. – Eccoli, eccoli! Sono essi, gli agenti della questura – risponde l’ammalato. – E che importa? Lasci che vengano, già ella sa che non le potranno far nulla. In quella battono alla porta. – Ella è il dottor Calligaris? – Sissignore. – Ed io sono Delegato di Pubblica Sicurezza. Ha malati in cura? – Sissignore: uno. – Ci mostri l’elenco. – Cosa vuole che mostri l’elenco, se di malati ce n’è uno solo? – Come si chiama? – Eccolo lì, il signor Cesare Pozzo, macchinista ferroviario a Livorno. – Appunto quello domandavamo. C’è un ordine telegrafico dell’Ispettorato di Livorno di praticare una perquisizione. E fu eseguita, con esito affatto negativo. Dopo di che i funzionari se ne andarono.”

Vulnerabile per la malattia, impaurito per l’eventuale arresto, convinto che tutto lo sforzo di una vita stesse crollando, Cesare Pozzo non vede alternative.

L’uomo vestito di nero, raccoglie il cappello duro a forma piatta dallo stendiabiti dello studio di Calligaris, esce dallo stabilimento idro-elettro-terapico su Porta Venezia e si incammina sulla circonvallazione esterna. In direzione dei binari ferroviari, fuori Porta Graziano.

fonte https://mutuaoggi.org/l

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