Principale Cultura & Società “Bocche inutili”: intervista all’attrice Anna Gargano

“Bocche inutili”: intervista all’attrice Anna Gargano

Dal 25 al 29 aprile ha debuttato al cinema Bocche Inutili, il film-evento diretto da Claudio Uberti, prodotto da Angelisa Castronovo ed Antonino Moscatt per Wellsee e da Lucere Film in collaborazione con Rai Cinema, con un cast tutto al femminile: Margot Sikabonyi, Anna Gargano, Lorenza Indovina, Nina Torresi, Morena Gentile, Patrizia Loreti e Sara Zanier. La storia, accompagnata dalle musiche originali del compositore Andrea Guerra, prende spunto da testimonianze reali di donne sopravvissute all’Olocausto ed è un racconto incentrato sulla femminilità negata e la resistenza delle donne. Sarà prossimamente disponibile sulle piattaforme digitali e all’estero.

La protagonista è Ester, interpretata dalla Sikabonyi, ebrea italiana di 40 anni mandata prima al campo di transito di Fossoli, in Emilia-Romagna, e poi deportata a Ravensbruck nel campo di concentramento a nord di Berlino riservato a sole donne. Lì ha inizio l’inferno, la lotta per la sopravvivenza, i maltrattamenti e i soprusi, ma anche la nascita di un forte senso di solidarietà femminile tra le compagne di baracca.

Ho avuto l’estremo piacere di parlarne direttamente con Anna Gargano, una delle attrici protagoniste del film, originaria di un paesino in provincia di Bari, Adelfia, e da anni accolta da mamma Roma.

 

I film incentrati sull’Olocausto sono ormai tanti e alcuni davvero celebri. In cosa si differenzia Bocche inutili?

Innanzitutto “bocche inutili” era il nome che i nazisti davano alle donne internate nel campo di Ravensbruck, inutili perché bisognava solo sfamarle senza poter sfruttare l’incessante lavoro fisico che invece potevano pretendere dagli uomini. 

Il cast è tutto al femminile e questo evidenzia subito qual è il cuore del film per il regista: la possibilità di riflettere sulla condizione delle donne nei lager, prospettiva non molto esplorata a livello cinematografico. Dal film, infatti, si vede proprio il trattamento diverso applicato alla donna, rispetto all’uomo. Ci tengo a ringraziare le mie compagne, le altre protagoniste del film, perché questo è stato un lavoro assolutamente corale ed è stato per me una crescita non solo professionale ma soprattutto umana. La nostra priorità è sempre stata quella di avere il massimo rispetto per questa storia che parla di vita vera – anche se romanzata – tratta dalle testimonianze di donne private della loro umanità ed identità, che sanno già quale sarà la loro fine, ma nell’attesa mettono da parte diffidenze e paure per unirsi e proteggersi a vicenda. 

Il film è stato girato in parte proprio nel campo di internamento di Fossoli in Emilia-Romagna. Come e quanto ha influito il luogo sulla resa del tuo lavoro?

Tantissimo. In realtà la prima settimana di set è stata girata nel campo di Fossoli, ma io ho iniziato più tardi le riprese, quindi non ho personalmente lavorato all’interno. Ci sono però andata per visitarlo e per prepararmi al ruolo, in quanto vi è proprio il Museo-Monumento del Deportato, che non è molto conosciuto da noi, ma vi consiglio di vedere. Il campo di Ravensbruck, su cui poi si sposta il set, è stato invece ricostruito accanto a quello di Fossoli, nelle campagne di Carpi a Bologna. Ovviamente un conto è essere a casa tua a ripetere il copione in tranquillità, un conto è andare proprio lì dove quelle atrocità sono state compiute e poter vedere gli oggetti autentici. Questo già ti porta a un livello di verità differente, che ha assolutamente aiutato tutte noi ad entrare nei personaggi. E’ stato crudo, ma anche essenziale per me. E la sensazione che ho provato, l’ho voluta riportare nell’interpretazione di Bianca Maria. 

Ecco, tu nel film incarni Bianca Maria. Chi è questa donna? 

Ester, uscita dal campo di Fossoli, viene mandata in quello di Ravensbruck e lì avviene l’incontro con me e mia sorella Andra, interpretata da Morena Gentile. Bianca Maria, quindi, è l’unica che ha un pezzo di famiglia con sé ed è, inoltre, arrivata nella baracca prima rispetto alle altre, perciò già conosce le dinamiche e i modi di sopravvivenza come, ad esempio, dove si può rubare del cibo. Tutto questo inizialmente le dà più sicurezza, ma fa anche sì che il suo sia un personaggio molto duro. Le donne non erano favorevoli a creare un rapporto d’amicizia perché in quella circostanza l’unico obiettivo era la sopravvivenza personale. Quando, però, poi si scopre che Ester è incinta, rinasce in Bianca Maria il sentimento di famiglia che inevitabilmente lì dentro ha perso, ma che in realtà è insito in lei, così come il desiderio di diventare madre, che sa non potrà mai vivere. Quindi avviene una svolta nel racconto e una netta evoluzione soprattutto nel mio personaggio. Bianca Maria, infatti, si sacrifica per proteggere Ester e sua figlia, che riesce alla fine a nascere nel lager. Questo perché è fondamentalmente una storia di sorellanza, di solidarietà femminile, che è proprio l’intento di Claudio Uberti, il regista: parlare di un senso di condivisione familiare, nonostante, in uno contesto del genere, si sia portati ad andare l’uno contro l’altro.

Come ti sei preparata per incarnare il suo personaggio?

Io ho iniziato a prepararmi un mesetto prima e chiaramente mi sono documentata, vedendo tutte le interviste dei superstiti e guardando film, ma non vi ho fatto troppo affidamento perchè quando devi creare un personaggio da te, vedere ciò che è stato già fatto ti può depistare. E’ stato davvero complesso per me entrare e uscire da questo ruolo, perché un tema del genere riporta alla mente i tuoi drammi e per entrare in quel buio devi prima cercarlo in te stessa. Credo sia impossibile capire il dolore degli altri, se non conosci il tuo. 

Vengono trattati la guerra e la violenza sulle donne, purtroppo drammi ancora attualissimi. Cosa si prova da attrice a essere il tramite attraverso cui veicolare dei temi così importanti? 

E’ una grandissima responsabilità. Il mio unico obiettivo dall’inizio alla fine è stato fare verità e ciò allo stesso tempo mi ha terrorizzata, perchè in questi casi non c’è nessuna possibilità di sviare o trovare scorciatoie. Dovevo attraversare l’inferno e l’ho attraversato, perché avevo l’onere di raccontare la storia di queste donne e quindi tutto il mio impegno è stato profuso per rendere giustizia a loro e oggi, a posteriori, anche a quelle che purtroppo stanno affrontando simili drammi. Il messaggio è universale ed è il senso stesso della Memoria, che dovremo rinnovare continuamente, perché l’uomo ha memoria breve e va sempre alimentata col buono. 

In una scena del film dici: “Forse non ce la faremo, ma moriremo da donne e da ebree, non da donne senza nome”. In cosa le donne ebree hanno trovato il coraggio di resistere?

Eh, bella domanda. Bisogna innanzitutto considerare che in quei luoghi gli ebrei venivano privati di tutto il loro essere, sradicati dalla loro vita e inseriti in un contesto di brutalità e dolore, in cui venivano trattati come animali. Perciò, credo che le donne ebree in un periodo così buio abbiano trovato il coraggio probabilmente nel ricordo: quando hai dei ricordi saldi di amore, di rispetto, di madre e padre, la morte non può annullare tutto. Loro lottavano per preservare il ricordo e tornare in sé.

Dal tuo paesino in Puglia, ai teatri d’Italia, sino al grande schermo. Qual è la dimensione in cui meglio ti ritrovi?

Il cinema è più intimo, quindi rispecchia maggiormente la mia natura e quello che voglio fare; il teatro è, però, una scuola ed è un esercizio che non va mai lasciato, perché ti dà il materiale di te stesso da utilizzare poi nel cinema. Li ritengo un mondo funzionale all’altro e non si può pensare che un attore non sia passato anche dal teatro. Sono fermamente convinta che, al di là della dimensione in cui lavori, l’importanza di questo mestiere risiede nel farlo con massimo rispetto, verità e impegno. Io cerco di avere sempre questo approccio in ogni mio progetto perchè per me la recitazione è assoluta devozione a tutte le sue mille sfumature.

Il 27 aprile hai presentato all’AncheCinema di Bari “Bocche inutili” davanti a un pubblico familiare, amico o comunque conterraneo. Che feedback hai ricevuto da te stessa e dagli altri?

Il giorno della prima del film a Roma, lo scorso 25 aprile, è come se io non lo avessi praticamente visto (ride, ndr), perché ero così tanto concentrata ad analizzare me stessa, che non sono riuscita a godermelo. A Bari, invece, l’ho vissuta diversamente perchè lo avevo già rivisto ed ero più rilassata circondata dalla mia famiglia e da mezzo paese. L’impatto è stato importante e sono contenta dei feedback che ho ricevuto sin d’ora perchè  la Verità di cui ti parlavo all’inizio pare si sia evinta e questa era la mia priorità: dare corpo a Bianca Maria, al suo carattere, al suo essere donna. Poi, sai, il gusto è sempre soggettivo e i temi trattati molto forti e attuali. Pensa che il film è stato realizzato qualche mese prima dell’invasione russa in Ucraina, ma essendo uscito il giorno della Liberazione e della Memoria, si è ritrovato ad essere realtà e a sottolineare come purtroppo l’uomo ricada ancora assurdamente in errori già commessi. 

Qual è, se lo hai, il tuo riferimento attoriale?

Non credo di avere un unico riferimento. Ti direi Natalie Portman, ma non sarebbe del tutto vero, perché in realtà io prendo da chi mi piace e in base a chi devo interpretare. Però sicuramente posso dirti che io mi sono formata con Michele Placido e per me lui è l’attore n.1 in Italia, sia nel teatro che nel cinema. Ho, quindi, la fortuna di avere avuto un primo approccio al lavoro già serio e molto professionale e di aver potuto apprendere velocemente da un mostro di bravura, quale è lui, le tecniche e i veri segreti del mestiere. 

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