Principale Cultura & Società 25 aprile: liberazione? Intervista all’avv. Marco Valerio Verni

25 aprile: liberazione? Intervista all’avv. Marco Valerio Verni

25 aprile: liberazione? Intervista all’avv. Marco Valerio Verni
di Rita Lazzaro 
25 aprile, giorno della liberazione.
Giorno che sancisce l’inizio della fine.
La fine di una dittatura, che portò l’Italia a vivere gli orrori della guerra, a subire la privazione di diritti – di quei pochi concessi dallo statuto Albertino – e l’inizio di un’era, che sarebbe dovuta essere ben diversa.
Un’era di speranza, di libertà, di rinascita.
Aspetti questi, che vedono il loro incipit nella Costituzione delle Repubblica Italiana.
Una Costituzione che riconosce e non concede diritti. Una Costituzione che ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ex art 21 Cost docet.
Una Costituzione che riconosce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo “cure gratuite agli indigenti” e secondo cui “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.”
Ex art 32 Cost docet.
Un Costituzione che “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”
Ex art 4 Cost docet.
Una Costituzione che riconosce il principio di uguaglianza formale, ossia:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua , di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Ex art 3, comma 1 Cost docet
Ma una Costituzione che riconosce altresì il principio di uguaglianza sostanziale, ossia:
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Ma è davvero così?
Sono realmente applicate queste disposizioni, visto lo stato in cui versiamo?
Per dar risposta a queste domande, abbiamo intervistato l’avvocato penalista Marco Valerio Verni, esperto in diritto internazionale.*
1) Povertà in aumento, disoccupazione galoppante, denatalita’ alle stelle, effetti devastanti provocati dalla pandemia che ormai ci accompagna da due anni. Secondo lei, tutto questo si sarebbe potuto evitare o almeno attutire? E in che modo?
-Purtroppo i fenomeni che lei ha segnalato sono frutto di un impoverimento della politica che, negli anni, non ha saputo prevedere e prevenire. Classi dirigenti che, via via sempre più prive di autorevolezza, non hanno avuto la capacità di azioni ad ampio raggio e proiettate al futuro. Ai temi che lei ha sollevato, aggiungerei, tanto per citarne solo due, la crisi energetica e la guerra russo-ucraina.
Al di là delle responsabilità internazionali, su cui pure potremmo parlare, i nostri politici hanno grandi responsabilità e negarlo sarebbe assurdo.
Sarebbe occorso maggior coraggio nel compiere determinate scelte nel corso degli anni scorsi, in diversi settori che poi, messi a sistema, potessero portare ad un miglioramento generale: dal fisco, per sostenere le imprese e le partite iva, da una parte, ma anche per combattere meglio l’evasione e l’elusione fiscale, dall’altra, alla giustizia (la cui atavica lentezza ha spesso disincentivato l’iniziativa imprenditoriale nel nostro Paese, ma non solo: potremmo aprire un capitolo a parte su quella penale e sulle altrettanto importanti conseguenze nella e sulla società), ad incentivi alle famiglie che, lungi dall’essere alla stregua del reddito di cittadinanza, favorissero invece la natalità (oggi, per cercare di correre ai ripari, sotto quest’ultimo aspetto, ci si affida- almeno una delle motivazioni è questa- ad una immigrazione che, lungi dall’essere “salutare” per il nostro Paese, spesso risulta essere, al dunque, irregolare ed incontrollata, con tutto quello che ne consegue, anche in termini di sicurezza ed ordine pubblico).
Sul piano internazionale, siamo rimasti troppo succubi degli interessi altrui, facendoci convincere che fossero anche i nostri, perdendo sempre più la possibilità di poter (e dover essere) l’ago della bilancia in tanti contesti geopolitici che, se gestiti diversamente, ci avrebbero posto in condizioni certamente migliori di quelle di adesso. Con beneficio, magari, anche di altri.
2) Da avvocato ma anche da cittadino di uno stato di diritto, qual è la sua posizione sul green pass?
-Al di là degli aspetti giuridici, su cui si è detto (e deciso) tutto ed il contrario di tutto, la scelta di introdurre il “lasciapassare verde” andrebbe giudicata, prima ancora, a livello politico. Ma, per far ciò, alla luce di tutto quanto accaduto, occorrerebbe avere dati precisi e genuini, per valutare i “costi/benefici” di una tal scelta, tenendo in considerazione diversi aspetti: da quelli sanitari, a quelli sociali ed economici.
In certi frangenti, certo, si è assistito ad evidenti esagerazioni e contraddizioni.
Ancora ieri, ad esempio, mi è capitato di dover prendere i mezzi pubblici, a Roma, e, nello specifico, la metropolitana, quasi non vi era neanche lo spazio, nel treno, per poter far cadere uno spillo.
E, al riguardo, occorrerebbe, altresì, domandarsi se, complice anche una informazione spesso unidirezionale o, peggio, demonizzatrice verso punti di vista critici (il riferimento, naturalmente, è a quelli,validamente espressi, da persone comunque autorevoli), vi sia stato anche uno scollamento sociale, visti gli episodi, a volte di puro odio, cui si è assistito tra vere e proprie schiere contrapposte.
Il riferimento è, chiaramente, alla questione dei vaccini, tra favorevoli e contrari.
Si è fatto passare per ignorante (ed uso un eufemismo, in rispetto della sua morte) anche uno scienziato del calibro di Montagnier.
Voglio dire: si può e si deve discutere, da una parte e dall’altra, ma in questo caso si è assistito a dei veri e propri linciaggi.
3) A proposito di green pass, cosa pensa del licenziamento di Stefano Puzzer, “per giusta causa”?
-Guardi, al di là di quello che si legge sulla stampa, non sono a conoscenza di come sia maturata l’intera vicenda: sicuramente, su di essa, sarà chiamato ad esprimersi un tribunale.
Puzzer, per quel che ho letto e visto, ad un certo punto, è diventato un simbolo: giusto o sbagliato che sia, ha avuto il coraggio delle sue idee.
In Italia, oggi, manca questo. Al suo posto, come a quello di tanti altri che, pure, sono scesi in piazza, ci sarebbero dovuti stare i parlamentari, ossia i rappresentanti del Popolo, coloro che vengono votati per questo. In molti casi, hanno disertato, salvo limitarsi a fare qualche proclama in televisione o qualche post sui social.
Torniamo al discorso di prima: la politica, svuotata del suo significato più vero e profondo, ossia la rappresentanza del corpo elettorale. E non quello dell’interesse di alcuni o personale.
4) Di recente è stata riconosciuta la veridicità della cura al plasma del dottor De Donno, dopo gli attacchi e linciaggio mediatico subiti.
Cosa pensa di questa amara vicenda conclusasi con la rivincita di chi, alla fine, ha sempre avuto ragione?
-Quella del prof. De Donno è una vicenda tragica, su cui spero si faccia piena luce.
La vicenda del Covid-19 ha portato con sé anche tanti interessi economici e, laddove ci sono questi ultimi, ci si può aspettare di tutto, purtroppo.
Lei ha più sentito parlare di responsabilità circa la diffusione del virus? Se,come dicono, esso sia partito dalla Cina, perché non agire nelle opportune sedi per farsi risarcire, gli Stati, dei gravissimi danni da tutto ciò derivatigli?
Troppo difficile, evidentemente, dimostrare la provenienza del virus, ma anche troppo scomodo imputare il tutto ad un Paese che, oggi, fa il buono ed il cattivo tempo.
Senza considerare, sempre a livello internazionale, le eventuali responsabilità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
5) A proposito di linciaggio mediatico e non solo, cosa pensa della censura e dei costanti attacchi, che sta subendo il professore Orsini, ormai una voce fuori dal coro nel conflitto Russia-Ucraina?
-Anche Orsini è vittima del sistema mediatico (e politico) che governa certe situazioni. Al di là della condivisibilità o meno delle sue opinioni, è assurdo il linciaggio perpetrato nei suoi confronti, spesso sfociato nel personale, addirittura. In spregio, tutto ciò, della democrazia, della libertà di pensiero e del pluralismo di opinione, tanto sbandierato in altri contesti.
Nel merito, poi, il suo pensiero esprime indubbiamente concetti che, per il mainstream, possono risultare scomodi. Ma è davvero sbagliato sostenere, ad esempio, che alcuni Paesi, tra cui il nostro, siano dipendenti, come dei satelliti, da altri, e che, forse, il conflitto russo-ucraino potesse essere evitato se, molto prima, si fosse agito diversamente?
Se è così assurdo quello che dice Orsini, allora vorrebbe dire che la prestigiosa università che lo annovera tra i suoi docenti, si avvarrebbe di un professore di dubbia qualità. Per carità: non che manchino, in linea generale, esempi in tal senso, ma, nel caso specifico, dubito fortemente.
6) Riprendendo il discorso sul conflitto, che insiste a non arrestarsi, anzi sembra degenerare, qual è la sua visione sulla posizione adottata dall’Italia e dall’Ue verso la Russia?
-Italia ed Ue hanno avuto poco coraggio. Noi potevamo essere, ancora una volta, l’ago della bilancia, anche in considerazione dei buoni rapporti avuti sempre con la Russia, ma non abbiamo avuto il coraggio, come dicevo, o la capacità, di assumere una postura indipendente dalle scelte prese (ed imposte) da altri.
L’UE, dal canto suo, continua a soffrire, innanzitutto, di una mancanza di una politica estera comune, ma non solo: abbiamo visto che, sia in occasione della pandemia, prima ricordata, che della stessa crisi energetica derivata proprio dal conflitto russo-ucraino, ogni Paese ha pensato al proprio interesse, anche, in alcuni casi, speculandoci sopra.
Noi ci siamo trovati spiazzati, con tutto quello che ne è derivato, al momento, alle famiglie, in termini di aumento di costi. E speriamo che il peggio ancora non debba arrivare. I recenti accordi con alcuni Paesi africani (!) entreranno a regime nel medio-lungo termine, mentre le condizioni climatiche o le necessità energetiche non stanno certo ad aspettare.
Tornando all’UE, ricordo delle interessanti riflessioni svolte qualche tempo fa dall’ambasciatore Sergio Romano, molto critico sull’adesione di alcuni Paesi dell’est alla suddetta organizzazione, nata da determinate esperienze ed esigenze, poi via via snaturatasi nel tempo.
7) Il conflitto Russia – Ucraina si sarebbe potuto evitare o era ormai solo questione di tempo, come previsto da altri intellettuali quali Giulietto Chiesa, che già aveva previsto il tutto nel 2014?
-Come detto prima, l’attuale conflitto deriva dal passato. Ciò che sto per dire non vuol significare affatto giustificare l’aggressione di Putin all’Ucraina, ma quest’ultima, evidentemente, sarebbe dovuta essere più cauta nel compiere o nell’annunciare di voler attuare determinate scelte, come l’adesione alla Nato.
Vero il principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma esso deve essere bilanciato con altri interessi: altrimenti, tutti sarebbero legittimati a fare tutto, nel nome di tale concetto.
Anche la Russia, allora, potrebbe finire con l’essere giustificata in quello che ha fatto, visto che sarebbe, quest’ultimo, motivato dal voler difendere il proprio interesse nazionale sotto molteplici aspetti (dalla questione quasi decennale del Donbass, al pericoloso allargamento- dal punto di vista della suddetta- della Nato fino ai suoi confini, a questioni storiche).
8) Un conflitto con un solo responsabile o in cui tutti hanno la loro “fetta” di responsabilità?
-Credo di averle già risposto. Intendiamoci: altro conto, poi, è la guerra in sè. Essa non dovrebbe mai essere giustificata o giustificabile. Ed altro conto ancora sono i crimini in essa commessi. Occorrerà far chiarezza su di essi e sui relativi autori, sebbene la strada non sia affatto semplice. Anzi. Ma, per questo, bisognerà affidarsi ai tribunali, nazionali ed internazionali, al di là della propaganda dell’una o dell’altra parte. Vede, che la Russia abbia aggredito l’Ucraina è fuor di dubbio ma poi, per quanto controcorrente possa sembrare ciò che sto per dire, è però vero che, una volta scoppiato un conflitto, a prescindere dalle relative responsabilità al riguardo, tutte le parti in esso coinvolte siano comunque tenute al rispetto di determinate norme, tanto che si sia la parte che ha aggredito, quanto se si sia la parte aggredita.
E’ curioso che- me lo lasci dire- quegli stessi Stati che oggi, primi tra tutti, invocano la Corte Penale Internazionale (si è parlato, addirittura, di un tribunale “stile Norimberga”) siano gli stessi che non abbiano aderito al relativo Statuto istitutivo della suddetta, sfuggendo, in qualche modo, alla sua giurisdizione.
E se oggi la Russia non può essere giudicata per il crimine di aggressione, è perché proprio uno di questi Stati (ossia gli Usa), posero, a suo tempo, in merito a questo crimine, una particolare clausola. Generalmente parlando, infatti, in base all’art. 12 dello Statuto di Roma, la competenza sui presunti responsabili dei crimini di competenza della Corte si esercita sulla base di due criteri, tra loro alternativi: o quello territoriale (accettazione della competenza della corte da parte dello Stato sul cui territorio il presunto crimine sarebbe stato commesso) o quello nazionale (accettazione della competenza della Corte da parte dello Stato di nazionalità del presunto autore).
Ebbene, per il crimine di aggressione, gli Stati Uniti vollero, per l’appunto, aggiungere, nel 2010, proprio in occasione del riconoscimento “ex novo” di tale reato (fino a quel momento non previsto dallo Statuto della Corte Penale Internazionale) una condizione, circa la sua procedibilità, ossia quella dell’ulteriore consenso dello Stato nazionale del sospetto responsabile: che, in questo caso, sarebbe quello della Federazione Russa. E lei non pensa che ciò non sia, nel caso specifico, altamente improbabile se non, addirittura, impossibile?
Certo, Putin ha dichiarato, recentemente, che collaborerà ad una eventuale indagine di tale organismo internazionale ma, certamente, in chiave difensiva, ossia per controbattere alle accuse mossegli sulle quali, appunto, occorrerà aspettare un processo, e non affidarsi a ciò che racconta il mondo mediatico, influenzato ed inquinato dalla propaganda e da quell’information warfare che, indubbiamente, è dalla parte russa (d’altronde, tale aspetto è di primaria importanza nella sua dottrina militare, come in quella di tutti i moderni eserciti), ma anche ucraina. Non bisogna essere ipocriti, ma realisti.
9) Oggi, 25 Aprile, giorno della liberazione.
Visto lo stato delle cose, l’Italia si trova nella condizione di poter commemorare questa ricorrenza o deve ancora mobilitarsi affinché sia una liberazione non solo ricordata ma anche applicata, precisamente mantenuta? E qualora si dovesse ancora amobilitare, cosa dovrebbe fare affinché ciò avvenga e quali errori dovrebbe evitare di ripetere?
-Guardi, questa ricorrenza, come altre, rischia di essere solo di facciata se, a ciò che, di importante, si ricorda, non seguano poi i fatti. Per meglio dire: l’Italia dovrebbe essere alleata, non suddita. Ci si dovrebbe mobilitare per la guerra in Ucraina, ma anche per altre su cui, invece, si tace. E, sul fronte interno, ci si dovrebbe indignare sempre e non, come pure accaduto recentemente, a corrente alternata: gridando allo scandalo per alcune presunte discriminazioni e non per altre. Denunciando la violazione di alcuni diritti e non di altri. Combattendo per alcune tematiche e non per altre, magari altrettanto importanti. Insomma, un po’ di coerenza non guasterebbe.
Fine intervista.
“Ci si dovrebbe indignare sempre” frase, che se fosse stata applicata sin dall’entrata in vigore della Costituzione, nel lontano 1948, forse forse avrebbe portato un 25 aprile con meno maschere e più volti e di conseguenza con meno facciata e più sostanza.
Nota biografica:
* Titolare dell’omonimo studio legale internazionale. Esperto in diritto penale e diritto penale militare, nonché Consigliere Qualificato in Diritto Internazionale Umanitario per le Forze Armate e docente in siffatta materia. Ha altresì frequentato, presso il Centro Alti Studi per la Difesa, il Corso su “CSDP Orientation Course” e quello su “Civilian Aspects of Crisis Management” dello European Security and Defence College di Bruxelles, il 16° Corso Cocim (Cooperazione Civile-Militare), il 17° Corso per Consigliere Giuridico nelle Forze Armate e la 15^ Sessione Speciale (67^ Ordinaria) dello IASD- Istituto Alti Studi per la Difesa, il più alto grado di formazione nell’ ambito interforze della Difesa italiana. E’ attuale componente delle Commissioni consiliari di “Diritto Europeo e Diritto Internazionale” e di “Monitoraggio Legislativo e Giurisprudenziale” dell’Ordine degli Avvocati di Roma, nonché membro della International Society for Military Law and the Law of War. Giornalista pubblicista, è, altresì, responsabile dell’area “Diritto” del quotidiano telematico “Difesa Online”.

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