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O la borsa o il libro

Un articolo del New York Times che racconta la professione del “book stylist” ha scatenato la polemica: davvero un libro può essere esibito come se fosse un oggetto di lusso?

di Silvia Schirinzi

Del rapporto tra letteratura e moda si è detto moltissimo, a partire dallo stile di certi scrittori, che hanno creato emuli, spesso penosi, ma anche vere e proprie tendenze. Quando è scomparsa Joan Didion lo scorso dicembre, Cristiano de Majo ha scritto su Rivista Studio a proposito del culto che circonda l’autrice: «C’è innanzitutto da riconoscere il ruolo dello stile. Lo stile della scrittura sicuramente, preso a esempio da moltissimi per la limpidezza, l’eleganza, l’assertività, la potenza.

Ma anche lo stile extra-letterario, quello delle foto in bianco e nero postate da tutti come segno identitario, eppure così deliziosamente elitarie, tra Corvette e ville a Malibu, l’estetica insomma di “cantrice della grande vuotezza californiana” (copyright Martin Amis)». Joan Didion in Céline by Phoebe Philo, nel 2015, è stata forse la prima incarnazione social dell’allure dello stile letterario, un’immagine che coronava tutte quelle foto – la bandana di David Foster Wallace, il caschetto di Donna Tartt, i completi di Tom Wolfe – ribloggate anni prima su Tumblr e arrivate poi su Instagram e Twitter come “ispirazione”.

Gli scrittori – quelli veri, quelli bravi – erano al centro della conversazione, ma gradualmente sui social il dibattito si è spostato verso gli altri, e cioè i lettori, con i book club, le vivacissime community su TikTok e Instagram dove si discute solo di libri, ingrossatesi nella noia dei lockdown.

Il #booktok [quello che aveva raccontato bene Francesca Faccani su Rivista Studio] e in generale l’attenzione delle nuove generazioni verso la lettura ha anche, e non sembri affatto strano, reclamato la funzione di posizionamento sociale di quegli stessi libri, mettendo al centro del discorso l’oggetto fisico del libro, la sua copertina, quella che meglio si addice allo scatto da condividere e, di conseguenza, al nostro alter ego digitale. Recentemente, Nick Haramis ha raccontato in un molto condiviso articolo sul New York Times Style Magazine una nuova, lucente, professione nata dalla capitalizzazione di questo interesse diffuso: il “book stylist”, ovvero quell’esperto – di libri? di set design? di social media marketing? – che saggiamente consiglia alle celebrity con quale libro farsi fotografare dai paparazzi, quale volume posizionare nell’angolo di casa da immortalare per i propri profili social, infine quale autore o autrice seguire, ricondividere, consigliare nelle Stories.

Una professione interessante, invero, che sembra stare a metà tra i collezionisti di arte e design che storicamente hanno arredato le case dei ricchi e famosi e, meno poeticamente, quei consiglieri che “briffano” (mi si perdoni il termine orribile, ma rende l’idea) i politici su fatti, eventi e personaggi storici: solo io ho pensato a Daniela Santanchè che prende lezioni di storia della politica italiana mente si dedica alla sua beauty routine? Quel pensiero, in realtà, è però viziato da un pregiudizio di base: e cioè quello che i libri, e la cultura tutta, siano qualcosa di profondamente intoccabile, il frutto di un cursus honorum predefinito che in pochi possono permettersi e da cui, preferibilmente, non si deve sviare, pena essere riconosciuti come parvenu, e quindi irrisi.

Un’idea romantica, rigorosa anche, che però sembra non voler tenere conto del grande marasma intellettuale in cui viviamo oggi e, non saprei dire quanto consapevolmente, si ostina a non considerare “cultura” quello che succede nella realtà virtuale. Non è un caso che la moda ci sia saltata tutta dentro, in questo revival della letteratura, e lo sanno bene giovani scrittori di successo come Ottessa Moshfegh, che ha sfilato per Maryam Nassir Zadeh, e Ocean Vuong, uno degli scrittori che l’anno scorso ha partecipato alla bellissima campagna Valentino The Narratives. C’è differenza tra un libro e una borsa di lusso, tuonano i critici: ma se fossero uguali, per davvero, che male ci sarebbe?

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